ROBERT McCAMMON.
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IL VENTRE DEL LAGO.
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Titolo originale: Boy's Life. 1991.
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Parte 3.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE TERZA.
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Autunno rosso fuoco.
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1.
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Il cappello con la piuma verde.
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- Cory?
Feci finta di non aver udito il minaccioso sussurro.
- Cory?
No. Non avrei guardato. Davanti alla scolaresca, la signora Judith Har-
per - altrimenti nota come "Hairpie", arpia, o "Polmoni di cuoio" - stava
spiegando alla lavagna la divisione di frazioni. Per me l'aritmetica era un
viaggio ai confini della realt, ma quella roba sulla divisione delle frazioni
era addirittura una caduta oltre i bui confini dello spazio.
- Cory? - bisbigli nuovamente, dietro di me. - Ho una grossa cac-
cola verde sul dito.
"Oh, Signore" pensai. "Ancora!"
- Se non ti giri e mi fai un sorriso, te la spiaccico sul collo.
Era il quarto giorno di scuola. Fin dal primo giorno avevo capito che sa-
rebbe stato un lungo anno, perch qualche idiota aveva decretato che il
Demonio era un'"alunna di talento" e l'aveva promossa di due anni e, come
il mutevole dito del fato, la signora Harper aveva ideato una sistemazione
dei banchi - maschio, femmina, maschio, femmina - per l quale il Demo-
nio si era venuta a trovare proprio nel banco dietro al mio.
E la cosa peggiore, la cosa ancor peggio che peggiore, era che, come mi
aveva detto Davy Ray con un risolino maligno, il Demonio aveva una cot-
ta per me grossa come la luna.
- Cory? - Quel tono di voce esigeva la mia attenzione.
Dovevo voltarmi. L'ultima volta che le avevo resistito, mi aveva di-
segnato un cuore sul collo col dito bagnato di saliva.
Brenda Sutley stava ridendo, i capelli unticci e sporchi, gli occhi farneti-
canti accesi di malizia. Mi fece vedere l'indice, che aveva s un'unghia bor-
data di sporco, ma nessuna caccola.
- Ti ho fregato - sussurr.
- Cory Jay Mackenson! - rugg Polmoni di cuoio. - Voltati im-
mediatamente!
Obbedii, e quasi mi provocai un colpo di frusta al collo. Sentii i traditori
intorno a me ridacchiare, consapevoli che l'Arpia non si sarebbe acconten-
tata di quella dimostrazione di rispetto. - Immagino che saprai tutto sulle
divisioni di frazioni, vero? - mi chiese, con le mani sui fianchi, larghi
come un carro armato Patton. - Bene, perch non vieni alla lavagna a far-
ci qualche divisione, cos ci spieghi come si fanno? - prosegu, tenendo
l'odioso gesso giallo puntato contro di me.
Se sar mai condannato a morte, il percorso verso la sedia elettrica non
sar certo pi terrificante di quei pochi passi dal mio banco al gesso nelle
mani della signora Harper e, poi, verso la lavagna. - Bene - disse, men-
tre io me ne stavo l con le spalle curve e l'aria abbattuta. - Scrivi queste
frazioni. - Me ne snocciol alcune e mentre le scrivevo, il gesso si ruppe
e Nelson Bittner si mise a ridere, cos nel giro di due secondi avevo al mio
fianco, davanti alla lavagna, un altro condannato.
A quel punto lo sapevamo tutti: non saremmo stati in grado di sconfig-
gere la signora Harper con un attacco frontale. Non saremmo riusciti a
prendere d'assalto i suoi bastioni e gridare vittoria sui suoi libri di matema-
tica sparpagliati qui e l. Avrebbe dovuto essere una lenta e insidiosa guer-
ra fatta di cecchini e trappole esplosive, una scrupolosa indagine volta a
scoprire le sue debolezze. Noi ragazzi avevamo imparato che ogni inse-
gnante aveva un punto debole: alcuni diventavano matti se si masticava il
chewing-gum, altri impazzivano se sentivano risolini dietro la schiena, al-
tri ancora perdevano la ragione se si continuava a far scricchiolare e stri-
sciare le scarpe sul linoleum. Mitragliate di colpi di tosse, starnuti come
ragli d'asino, scariche di "hem hem hem" per liberare la gola, sputi attacca-
ti alla lavagna: queste erano le armi dei nostri arsenali nella battaglia con-
tro gli insegnanti hitleriani. Chiss? Forse saremmo riusciti a convincere il
Demonio a portare in classe un animale morto e puzzolente in una scatola
da scarpe, oppure avremmo potuto chiederle di starnutire e far uscire dalle
sue dotate narici nastri di muco verde per far rizzare i capelli in testa alla
signora Harper.
- Sbagliato! Sbagliato! Sbagliato! - tuon Polmoni di cuoio contro di
me, come ebbi portato a termine il mio patetico tentativo di dividere le fra-
zioni. - Torna a sederti e sta' attento, zuccone!
Tra Polmoni di cuoio e il Demonio ero ben preso.
La campanella delle tre finalmente suon. Dopo aver chiacchierato per
un po' con Davy Ray, Johnny e Ben degli avvenimenti della giornata, presi
Razzo e pedalai verso casa, sotto un cielo scuro e torvo. A casa, trovai la
mamma che puliva il forno. - Cory! - disse, quando entrai in cucina con
l'intenzione di razziare il barattolo dei biscotti. - Circa dieci minuti fa ha
telefonato una signora dell'ufficio del sindaco, cercando di te. Il sindaco
Swope vuole vederti.
- Il sindaco Swope? - Mi fermai nell'atto di afferrare un biscotto Lor-
na Doone. - E perch?
- Non ha detto perch, ma ha detto che era importante. - La mamma
diede un'occhiata fuori della finestra. - Si sta preparando un temporale.
Se aspetti un'ora, ti porter tuo padre al palazzo di giustizia.
La mia curiosit era stata stuzzicata. Che cosa poteva mai volere il sin-
daco Swope da me? Guardai fuori della finestra mentre la mamma conti-
nuava a pulire il forno e valutai le nuvole che si stavano ammassando. -
Penso di riuscire ad arrivare l prima che piova - dissi.
La mamma tir fuori la testa dal forno, guard nuovamente il cielo e ag-
grott la fronte. - Non so. Potrebbe mettersi a piovere mentre sei per
strada.
Io mi strinsi nelle spalle. - Non importa.
Lei esit, divorata dalla sua natura ansiosa. Dal giorno del mio campeg-
gio, per, mi ero accorto che faceva enormi sforzi per smetterla di preoc-
cuparsi cos tanto per me. Anche se mi ero perso, avevo dimostrato che po-
tevo sopravvivere alle avversit. Alla fine disse: - Su, allora vai.
Presi altri due biscotti Lorna Doone e mi avviai verso il portico.
- Se si mette a piovere forte, per, rimani al palazzo di giustizia! - mi
grid dietro. - Hai capito?
- Capito! - le dissi. Montai su Razzo e mi misi a pedalare, tenendo i
biscotti tra i denti. Non molto lontano da casa, Razzo sussult improvvi-
samente e sentii il manubrio sterzare a sinistra. Davanti a me, i Branlin
stavano pedalando, uno di fianco all'altro, sulle loro biciclette nere, ma
stavano andando nella stessa mia direzione e non mi videro. Razzo decise
di girare a sinistra al primo incrocio; io seguii il suo saggio consiglio e pre-
si una deviazione.
Il tuono brontolava e stava iniziando a piovigginare appena quando rag-
giunsi il palazzo di giustizia, un edificio di stile gotico in pietra scura, in
fondo a Merchants Street. Le gocce erano gelide: la calda pioggia dell'esta-
te era ormai un ricordo. Legai Razzo col lucchetto a un idrante e entrai nel
palazzo di giustizia, che puzzava come una cantina piena di muffa. Un car-
tello diceva che l'ufficio del sindaco Swope si trovava al secondo piano e
io salii la larga scalinata, con la luce scura, quasi blu, del temporale che en-
trava dalle alte finestre. In cima alle scale, tre garguglie di legno intagliato
erano sedute sul corrimano di noce scura, le zampe posteriori coperte di
scaglie, tutte raggomitolate e quelle anteriori incrociate sul petto. Una pa-
rete era occupata da una vecchia bandiera confederata a brandelli e da ba-
cheche polverose contenenti uniformi, sempre dei confederati, sforacchiate
dalle tarme. Sopra la mia testa c'era una cupola di vetro scuro, raggiungibi-
le solo con una scala, e attraverso questa cupola sentivo il tuono rimbom-
bare come da sotto una campana di vetro. Percorsi il lungo corridoio col
pavimento di linoleum a quadrati bianchi e neri. C'erano uffici su tutti e
due i lati: Ufficio Patenti, Ufficio Tasse della Contea, Notaio per l'autenti-
cazione dei testamenti, Tribunale per le infrazioni al traffico e via dicendo.
In nessuno di questi uffici la luce era accesa. Vidi un uomo con i capelli
scuri e un farfallino blu a disegni piccoli uscire da una porta di vetro sme-
rigliato con sopra scritto IGIENE E MANUTENZIONE. Chiuse la porta
con una chiave attaccata a un anello di chiavi tintinnanti e mi guard. -
Posso esserti utile, giovanotto? - mi chiese.
- Dovrei vedere il sindaco Swope - disse.
- Il suo ufficio  in fondo al corridoio. - Guard l'orologio da ta-
schino. - Potrebbe gi essere andato a casa, a quest'ora, per. Se ne vanno
quasi tutti verso le tre e mezzo.
- Grazie - gli dissi e proseguii. Sentii le chiavi tintinnare mentre an-
dava verso le scale fischiettando un motivo che non conoscevo.
Oltrepassai le sale del consiglio e l'ufficio del cancelliere, tutt'e due buie,
e alla fine del corridoio mi trovai davanti a una porta di quercia con scritto
sopra, a lettere d'ottone: UFFICIO DEL SINDACO. Non sapevo se dovevo
bussare o no, ma non c'era campanello. Per qualche secondo rimasi a com-
battere con questo dubbio di etichetta, mentre fuori il tuono continuava a
brontolare. Alla fine chiusi la mano a pugno e bussai.
La porta si apr dopo pochi secondi. Una donna con gli occhiali cerchiati
di corno e una montagna di capelli grigio ferro mise fuori la testa. La sua
faccia era come un blocco di granito, tutta dure creste e dirupi. Le sue so-
pracciglia si alzarono con fare interrogativo.
- Sono... qui per vedere il sindaco Swope - dissi.
- Ah. Tu sei Cory Mackenson.
- S, signora.
- Entra. - Apr un po' di pi la porta e io mi infilai dentro, supe-
randola. Passando, le mie narici furono colpite da un forte profumo alla
violetta, o forse era lacca per capelli. Ero entrato in una stanza con la mo-
quette rossa: c'era una scrivania, una fila di sedie e uno scaffale per le rivi-
ste. Una cartina di Zephyr, con i bordi scuri, adornava una delle pareti.
Sulla scrivania c'erano due vaschette, una per i documenti in arrivo e una
per i documenti in partenza, una pila ordinata di fogli, fotografie incorni-
ciate di un neonato sorretto da due giovani donne sorridenti e un uomo, e
una targa che diceva INEZ AXFORD e sotto, a lettere pi piccole, SE-
GRETARIA DEL SINDACO.
- Siediti un attimo, per favore. - La signora Axford attravers la stan-
za, diretta a un'altra porta. Buss piano e io udii il sindaco Swope dire con
la sua pronuncia masticata, dall'altra parte: - S? - La signora Axford
apr la porta. - Il ragazzo  arrivato - disse.
- Grazie, Inez. - Sentii scricchiolare una sedia. - Credo che per oggi
sia tutto. Pu andare a casa, se desidera.
- Vuole che lo faccia entrare?
- Due minuti e sar da lui.
- S, signore. Ah... si  ricordato di firmare la domanda per i nuovi se-
mafori?
- Devo pensarci un po' meglio, Inez. Lo far come prima cosa domani
mattina.
- S, signore. Allora io vado. - Si ritrasse dal regno del sindaco e,
chiudendo la porta, mi disse: - Sar da te tra un paio di minuti. - Mentre
aspettavo, la signora Axford chiuse a chiave la scrivania, prese la sua ro-
busta borsa marrone e rimise a posto le fotografie sulla scrivania. Si infil
la borsa sotto il braccio, diede una lunga occhiata per l'ufficio per assicu-
rarsi che ogni cosa fosse al suo posto, quindi apr la porta e usc in corri-
doio senza dirmi neanche "Crepa".
Aspettai. I tuoni esplodevano sopra la mia testa e rimbombavano per tut-
to l'edificio. Sentii la pioggia che cominciava a cadere, lentamente all'ini-
zio, poi sempre pi forte fino a diventare martellante.
La porta dell'ufficio del sindaco si apr, e ne emerse il sindaco Swope,
con le maniche della camicia azzurra rimboccate, le iniziali ricamate in
bianco sul taschino, le bretelle a righe rosse. - Cory! - mi disse, sorri-
dendo. - Vieni dentro, che chiacchieriamo un po'!
Non sapevo proprio cosa pensare. Sapevo chi era il sindaco Swope e tut-
to quanto, ma non gli avevo mai parlato. E ora eccolo l, tutto sorridente,
che mi faceva segno di entrare nel suo ufficio! Gli altri ragazzi ci avrebbe-
ro creduto quasi come avevano creduto che avessi infilato una scopa in go-
la al Vecchio Mos!
- Entra, entra! - mi esort il sindaco.
Entrai nel suo ufficio. Tutti i mobili erano di legno scuro e lucido. L'aria
odorava di tabacco dolce da pipa. C'era una scrivania che sembrava grande
come il ponte di una portaerei. Gli scaffali erano pieni di grossi volumi ri-
legati in pelle. A me sembrava che non fossero mai stati toccati, perch
nessuno di loro aveva neppure un segnalibro. Due grosse poltrone di cuoio
erano sistemate di fronte alla scrivania, sopra una distesa di tappeti persia-
ni. Le finestre davano su Merchants Street, ma al momento erano rigate di
pioggia.
Il sindaco Swope, i capelli grigi pettinati all'indietro a partire da un ric-
ciolo sulla fronte e gli occhi azzurri e amichevoli, chiuse la porta e disse:
- Siediti, Cory. - Io esitai. - Siedi dove preferisci. - Io scelsi la pol-
trona alla sua sinistra. La pelle spernacchi quando mi sedetti. Il sindaco si
sistem nella sua poltrona che aveva i braccioli ornati da volute. Sul ripia-
no della scrivania c'era un telefono, un portamatite ricoperto di pelle pieno
di penne, un barattolo di tabacco Field and Stream e una rastrelliera con
quattro pipe. Una delle pipe era bianca con intagliata sopra la faccia di un
uomo con la barba.
- Piove ben bene, l fuori, vero? - chiese, intrecciando le dita delle
mani. Sorrise nuovamente e cos da vicino vidi che i suoi denti erano opa-
chi.
- S, signore.
- Be', i contadini ne hanno bisogno. Purch non ci arrivi un'altra allu-
vione, eh?
- S, signore.
Il sindaco Swope si schiar la gola. Tamburell con le dita sulla scriva-
nia. - I tuoi ti aspettano gi? - mi chiese.
- No, signore. Sono venuto in bicicletta.
- Oh, Ges! Ti bagnerai tutto per tornare a casa.
- Non importa.
- Non sarebbe bello se ti capitasse un incidente - disse. - Sai, con la
pioggia cos forte, potrebbe investirti una macchina, potresti cadere in una
cunetta e... - Il suo sorriso era scomparso, ma ora torn stentatamente. -
Be', non sarebbe proprio bello.
- No, signore.
- Penso che ti chiederai perch ho voluto vederti?
Feci segno di s con la testa.
- Sai che facevo parte della giuria che ha giudicato i componimenti?
Mi  piaciuta la tua storia. Sissignore, meritava un premio. - Prese in ma-
no una pipa di radica e apr il barattolo del tabacco. - Sissignore. Tu sei il
pi giovane concorrente che abbia mai vinto una targa in quel concorso. -
Osservai le sue dita mentre cominci a riempire la pipa con piccole prese
di tabacco. - Ho controllato. Sei di gran lunga il pi giovane. Questo do-
vrebbe rendere te e i tuoi genitori molto orgogliosi.
- Penso di s.
- Oh, non devi essere cos modesto, Cory! Io di certo non sapevo scri-
vere come fai tu, quando avevo la tua et. Nossignore! Ero bravo in mate-
matica, ma la composizione non era proprio la mia materia. - Tir fuori
una scatoletta di fiammiferi dalla tasca, ne accese uno e lo avvicin al ta-
bacco nella pipa. Il fumo azzurrino sbocci tutto intorno alla sua bocca.
Lui teneva gli occhi fissi su di me. - Hai una immaginazione molto viva
- disse. - Quella parte del tuo racconto in cui dici di aver visto qualcuno
in piedi nel bosco, oltre la strada. Come hai fatto a inventartela?
-  veramente... - "successo" stavo per dire. Ma prima che potessi fi-
nire la frase, qualcuno buss alla porta. La signora Axford mise dentro la
testa. - Signor sindaco? - disse. - Sta piovendo che Dio la manda! Non
sono neanche riuscita ad arrivare alla macchina e mi sono fatta la messa in
piega ieri! Avrebbe per caso un ombrello da prestarmi?
- Credo di s, Inez. Guardi in quel ripostiglio laggi.
Lei lo apr, vi frug dentro. - Dovrebbe essere in uno degli angoli - le
disse il sindaco Swope. - C' un forte odore di stantio qui dentro! - dis-
se la signora Axford. - Credo che ci sia qualcosa che sta ammuffendo!
- Gi, dovr decidermi a metterci ordine, uno di questi giorni - disse
lui.
La signora Axford usc dal ripostiglio tenendo in mano un ombrello. Ma
arricciava il naso e vidi che nell'altra mano teneva due pezzi di vestiario
bianchi di muffa. - Guardi questi! - disse. - Credo che ci stiano cre-
scendo i funghi!
Il mio cuore si ferm.
La signora Axford aveva in mano un soprabito tutto chiazzato di muffa e
un cappello che sembrava essere stato messo in lavatrice e poi centrifugato.
Sul nastro di quel cappello malconcio c'era un disco d'argento e una
piuma verde tutta sgualcita.
- Yeeach! Senta che odore! - La faccia schifata della signora Axford
avrebbe potuto fermare un orologio. - Perch mai tiene questa roba?
- Quello  il mio cappello preferito. Anzi, lo era. L'ho rovinato la notte
dell'alluvione, ma pensavo che avrei potuto farlo sistemare. Quel soprabi-
to, poi, ce l'ho da quindici anni.
- Ora capisco perch non mi ha mai lasciato mettere in ordine quel ri-
postiglio! Cos'altro c' l dentro?
- Non  affar suo! E ora, vada, su! Leroy  a casa che l'aspetta!
- Vuole che getti queste cose nella spazzatura mentre esco?
- No! Buon Dio, no! - disse il sindaco Swope. - Li rimetta dove li
ha trovati e chiuda la porta!
- Ah, s! - disse la signora Axford rimettendo gli oggetti nel ripo-
stiglio. - Voi uomini vi attaccate agli abiti vecchi peggio dei bambini alle
coperte. - Chiuse la porta con un colpo deciso. - Ecco fatto. Per io sen-
to ancora puzza di muffa.
- Non importa, Inez. Vada a casa, ora, e stia attenta per la strada.
- S. - Mi rivolse una rapida occhiata e quindi usc dall'ufficio con
l'ombrello.
Non credo di aver respirato una sola volta durante quello scambio di bat-
tute. Ora tirai un sospiro e quasi tremai, da tanto l'aria mi bruci i polmoni.
- Dunque, Cory - disse il sindaco - dove eravamo rimasti? Ah, s:
l'uomo dall'altra parte della strada. Come ti  venuto in mente?
- Io... io... - Il cappello con la piuma verde era in un ripostiglio a me-
no di tre metri da me. Il sindaco Swope era l'uomo che lo indossava quella
notte in cui le acque avevano invaso le strade di Bruton. - Io... non ho
mai detto che fosse un uomo - risposi. - Ho detto solo... che c'era una
persona l, ferma.
- Be',  una bella trovata. Ci scommetto che quella  stata una mattina-
ta molto eccitante per te, vero? - Infil la mano in un'altra tasca, e quando
la tir fuori, in essa c'era una piccola lama d'argento.
Era il coltello che gli avevo visto in mano, la notte in cui temevo che
stesse andando a tendere un agguato a mio padre per pugnalarlo alla schie-
na a causa di quello che aveva visto al Saxon's Lake.
- Vorrei tanto saper scrivere - disse il sindaco. Fece girare la lama.
All'altra estremit c'era un pezzo di metallo smussato, che us per pigiare
il tabacco nella pipa. - Mi sono sempre piaciuti i romanzi gialli.
- Anche a me - riuscii a dire, con voce stridula.
Si alz. La pioggia scrosciava sulle finestre dietro di lui. Un lampo zi-
gzag sopra Zephyr e la luce improvvisamente tremol. Il tuono si abbatt
con fragore. - Oh, Dio - disse il sindaco Swope. - Questo era un po'
troppo vicino, non ti pare?
- S, signore. - Le mie mani stavano per strappare i braccioli dalla
poltrona.
- Voglio che mi aspetti qui un minuto - disse. - C' una cosa che
voglio farti vedere e che credo spiegher tutto. - Attravers la stanza, con
la pipa stretta tra i denti, lasciando dietro di s uno scarabocchio di fumo, e
and nella stanza dove si trovava la scrivania della signora Axford. Aveva
lasciato la porta aperta e io sentii che apriva il cassetto di uno schedario.
Il mio sguardo and verso il ripostiglio.
La piuma verde era l dentro. Cos vicina. E se l'avessi staccata per con-
frontarla con quella che avevo trovato sotto la suola della mia scarpa? E se
le due piume fossero state uguali...?
Se dovevo proprio muovermi, dovevo farlo in fretta.
Il cassetto dello schedario si richiuse. Se ne apr un altro. - Solo un mi-
nuto! - mi grid il sindaco, dall'altra stanza. - Non  dove pensavo che
fosse!
Dovevo farlo. Adesso.
Mi alzai e, con le gambe rigide, andai ad aprire il ripostiglio. La puzza di
abiti ammuffiti mi colp sul viso come uno schiaffo. Ma il soprabito e il
cappello erano l per terra, ammucchiati in un angolo. Sentii il cassetto del-
lo schedario richiudersi. Afferrai la piuma e la tirai. Non voleva venir via.
Il sindaco stava tornando nell'ufficio. Mi sentivo il cuore come una pie-
tra fredda in gola. Tuon di nuovo e la pioggia scrosciava contro le fine-
stre, io afferrai la piuma verde e le diedi uno strattone e questa volta si
stacc dal nastro. Era mia.
- Cory? Cosa stai facendo nel...
Un lampo scocc cos vicino che si sent lo sfrigolio. Le luci si spensero
e il tuono che segu fece tremare le finestre.
Io rimasi l nel buio, la piuma verde stretta nella mano e il sindaco Swo-
pe sulla soglia.
- Non muoverti, Cory - disse. - Parla, di' qualcosa.
Io restai zitto. Mi spostai verso il muro e mi ci appiattii contro con la
schiena.
- Cory? Su, smettila. Non giochiamo. - Lo sentii chiudere la porta.
Un'asse del pavimento scricchiol, anche se impercettibilmente. Si stava
muovendo. - Sediamoci e parliamo, Cory. C' una cosa molto importante
che devi capire.
Fuori, le nubi si erano fatte quasi nere e la stanza era come una prigione.
Mi parve di vedere la sua sagoma alta e magra scivolare verso di me sul
tappeto persiano. Dovevo passare dov'era lui per arrivare alla porta.
- Non c' bisogno di fare cos - disse il sindaco, cercando di dare alla
propria voce un tono calmo e rassicurante. Suonava falsa, come era falsa la
voce del signor Hargison. - Cory? - Lo sentii emettere un lungo, rasse-
gnato sospiro. - Lo sai, vero?
Altroch se lo sapevo, dannazione.
- Dove sei, figliolo? Parlami.
Non osavo.
- Come lo hai scoperto? - chiese. - Dimmi solo questo.
Un lampo scocc sibilando. Nel bagliore che dur una frazione di se-
condo riuscii a vedere il sindaco, bianco come uno zombi, in piedi al cen-
tro della stanza, con il fumo della pipa tutto intorno a lui come un fanta-
sma. Ora il cuore mi batteva proprio come un maglio: il lampo si era ri-
flesso su qualcosa di metallico stretto nella mano destra.
- Mi dispiace che tu l'abbia scoperto, Cory - disse il sindaco Swope.
- Non volevo che tu ne restassi ferito.
Non riuscii a trattenermi; colto dal panico, balbettai: - Voglio andare a
casa.
- Non posso permettertelo - disse e la sua ombra inizi a muoversi
verso di me nel buio carico di elettricit. - Lo capisci, questo, vero?
Lo capivo. Le mie gambe risposero prima della bocca. Mi spinsero at-
traverso il tappeto persiano verso l'uscita, i polmoni presero al volo un re-
spiro e la mia mano tenne stretta la piuma verde. Non so quanto gli passai
vicino, ma arrivai alla porta senza incontrare ostacoli e cercai di girare la
maniglia, ma avevo il palmo della mano viscido per il sudore freddo. Do-
vette aver sentito il rumore, perch disse: - Fermati! - e lo vidi venire
verso di me. Poi la maniglia si gir, la porta si apr e io schizzai fuori come
dalla bocca di un cannone. Mi scontrai con la scrivania della signora A-
xford e sentii cadere le fotografie.
- Cory! - disse a voce alta. - No!
Rimbalzai verso la parete opposta, come una pallina umana da flipper
impazzita. Finii sulla fila di sedie, battendo il ginocchio destro contro uno
spigolo. Dalle labbra mi sfugg un gemito di dolore e, mentre cercavo la
porta che dava sul corridoio, mi parve che le sedie si animassero di vita
maligna e mi bloccassero la strada. Un brivido freddo mi guizz lungo la
schiena quando la mano del sindaco Swope si pos sulla mia spalla come
un ragno.
- No! - disse, e le sue dita fecero per chiudersi.
Gli sfuggii. Avevo una sedia dietro di me e la gettai tra me e il sindaco
come uno scudo. Lui vi inciamp e lo sentii esclamare: - Ahia! - quan-
do gli si imbrogliarono le gambe e cadde per terra. Mi allontanai da lui,
cercando freneticamente la porta. Mi aspettavo di secondo in secondo che
una mano mi si serrasse intorno alla caviglia e mi attirasse verso di lui,
come il tentacolo del mostro nella boccia di vetro degli Invasori spaziali.
Lacrime di terrore mi bruciavano gli occhi. Le scacciai, sbattendo le pal-
pebre, e improvvisamente la mia mano trov la maniglia della porta che
dava sull'esterno. La girai, aprii la porta, e corsi lungo il corridoio, reso
buio dal temporale: i miei passi risuonavano sul linoleum e il tuono echeg-
giava attraverso le sale della giustizia.
- Cory! Torna qui! - grid, come se davvero pensasse che l'avrei fat-
to. Mi inseguiva, correndo anche lui. Mi vidi, mentalmente, ridotto in pol-
tiglia dalle percosse, ammanettato al manubrio di Razzo, affondare gi,
gi, sempre pi gi nell'orribile inferno del Saxon's Lake.
Inciampai nei miei stessi piedi, caddi e scivolai di pancia sul linoleum.
Battei il mento contro lo zoccolo di un muro, ma mi rimisi in piedi e conti-
nuai a scappare, con i passi del sindaco proprio dietro di me. - Cory! -
url, con la voce piena d'ira. Non c'era dubbio: era proprio la voce di un
assassino furioso. - Sta' fermo dove sei!
"Col cavolo!" pensai.
E poi vidi l'umida luce grigia filtrare attraverso la cupola sopra la scali-
nata e presi a correre gi per le scale senza neppure tenermi alla ringhiera,
cosa che sarebbe stata pi che sufficiente a far venire i capelli bianchi a
mia madre. Il sindaco Swope stava ansimando dietro di me, la voce sempre
pi debole. - No, Cory! No! - Io arrivai in fondo alle scale e corsi attra-
verso il salone dell'ingresso e poi fuori, nella pioggia fredda. Il grosso del
temporale era ormai passato sopra Zephyr e ora se ne stava accovacciato
sopra le colline come un grosso rospo grigio-blu. Slegai Razzo, ma lasciai
la catena penzoloni. Partii dal palazzo di giustizia proprio mentre il sinda-
co usciva dal portone e mi gridava di fermarmi.
L'ultima cosa che grid, e io pensai che fosse piuttosto strana, detta da
un assassino furioso, fu: - Per amor di Dio, sta' attento!
Razzo volava sulle pozzanghere ingrossate dalla pioggia, e col suo oc-
chio dorato si sceglieva il percorso. Le nuvole si stavano aprendo, lascian-
do intravedere frammenti di luce giallastra. Pap mi diceva sempre che
quando pioveva col sole, il diavolo stava picchiando sua moglie. Razzo
scansava le macchine che sollevavano alti spruzzi su Merchants Street e io
mi tenni aggrappato ben stretto per la volata.
A casa, Razzo si ferm con una sbandata davanti ai gradini del portico e
io corsi dentro, i capelli appiccicati sulla testa per la pioggia, sempre con la
piuma verde fradicia stretta nella mano.
- Cory! - La mamma mi chiam come sent sbattere la zanzariera. -
Cory Jay Mackenson, vieni subito qui!
- Un minuto! - Corsi nella mia stanza e cercai nei sette cassetti misti-
ci finch trovai la scatola di sigari White Owl. La aprii ed ecco la piuma
verde che avevo trovato attaccata alla suola della scarpa.
- Vieni immediatamente qui! - grid la mamma.
- Aspetta! - Posai la prima piuma verde sulla mia scrivania e la piu-
ma che avevo strappato dal nastro del cappello del sindaco di fianco a essa.
- Cory! Vieni qui! Sono al telefono con il sindaco Swope!
Oh-oh.
Il mio senso di trionfo si incrin, croll, rovin sulle mie scarpe da gin-
nastica bagnate.
La prima piuma, quella che veniva dai boschi, era di un profondo verde
smeraldo. Quella proveniente dal cappello del sindaco era di circa tre sfu-
mature pi chiara. Non solo quello: la piuma che avevo strappato dal cap-
pello era almeno due volte pi grossa di quella che avevo trovato al Saxo-
n's Lake.
Non combinavano per niente.
- Cory vieni subito a parlare col sindaco prima che mi decida a prende-
re una bacchetta!
Quando osai entrare in cucina, vidi che il viso di mia madre era rosso
come un gambero. Disse nel ricevitore: - No, signor sindaco, le assicuro
che Cory non ha problemi mentali. No, signor sindaco, non soffre neanche
di attacchi di panico. Ora sta bene, glielo passo. - Mi porse il ricevitore e
mi incener con uno sguardo minaccioso. - Sei impazzito? Prendi questo
telefono e parla col sindaco!
Lo presi. Tutto quello che mi riusc di fare fu pronunciare una pietosa
parola: - Pronto?
- Cory! - disse il sindaco Swope. - Ho dovuto chiamare per ac-
certarmi che tu fossi arrivato a casa intero! Avevo una paura terribile che
cadessi dalle scale e ti rompessi il collo! Quando sei corso via, pensavo
che tu stessi... che tu... avessi una crisi, o qualcosa di simile.
- No, signore - risposi umilmente. - Non avevo una crisi.
- Be', quando  andata via la luce ho pensato che tu potessi aver paura
del buio. Non volevo che ti facessi male, e cos stavo cercando di calmarti.
Pensavo che la tua mamma e il tuo pap non avrebbero voluto che ti la-
sciassi andare a casa con quel terribile temporale! Se tu fossi stato urtato di
striscio da una macchina... be', grazie al cielo non  accaduto.
- Io... credevo... - Mi si chiuse la gola. Sentivo su di me lo sguardo
cocente di mia madre. - Io credevo... che lei stesse cercando... di ucci-
dermi - dissi.
Il sindaco rimase in silenzio per qualche secondo, e io immaginai cosa
stesse pensando. Ero un lampante caso di pazzia. - Ucciderti? E perch
mai?
- Cory! - disse la mamma. - Sei diventato pazzo?
- Mi dispiace - dissi al sindaco. - Mi sono fatto prendere dalla... dal-
l'immaginazione, credo. Ma lei ha detto che sapevo qualcosa su di lei e si
chiedeva come avessi fatto a scoprirlo, e...
- No, non qualcosa su di me - disse il sindaco. - Qualcosa sul tuo
premio.
- Sul mio premio?
- La tua targa. Per il terzo posto del concorso per composizioni brevi.
 per questo che ti avevo chiesto di venire da me. Temevo che qualcun al-
tro della giuria te lo dicesse prima che potessi farlo io.
- Detto cosa?
- Be', volevo fartelo vedere. Ti stavo portando la targa per mostrartela,
quando la luce  andata via e tu hai cominciato ad agitarti. Vedi, il tizio
che fa le incisioni sulle targhe, ha scritto male il tuo nome. Lo ha scritto
con la "e". Volevo che tu lo vedessi prima della cerimonia perch non ti
offendessi. Il tizio ha promesso di rifare la targa, ma prima deve incidere
dei trofei di softball e non potr farlo prima di due settimane. Hai capito?
Oh, che boccone amaro! Che boccone amaro.
- S, signore - risposi. Mi sentivo rintronato e il ginocchio co-
minciava davvero a farmi male. - Ho capito.
- Hai preso qualche... medicina? - mi chiese il sindaco.
- No, signore.
Borbott qualcosa a bassa voce. Quel borbottio significava: "Ma  certo
che dovresti prenderla".
- Mi dispiace di essermi comportato come uno sciocco - dissi. -
Non so cosa mi ha preso. - "Se ora pensa che tu sia solo pazzo" pensai
"aspetta che veda cosa hai fatto al suo cappello". Decisi che avrei lasciato
che lo scoprisse da solo.
- Bene - disse il sindaco e fece una breve risata che mi disse che in
fondo trovava qualcosa di divertente in questo pasticcio -  stato un po-
meriggio veramente interessante, Cory.
- S, signore. Ehm... signor sindaco?
- S?
- Eh... la targa va bene cos com'. Anche con il nome scritto male.
Non dovete farla correggere. - Pensai che fosse una specie di penitenza:
ogni volta che avessi guardato quella targa, mi sarei ricordato del giorno in
cui avevo lanciato una sedia contro il sindaco e l'avevo fatto cadere.
- Sciocchezze. La faremo cambiare.
- La terrei volentieri, cos com' adesso - gli dissi e penso di averlo
detto piuttosto fermamente perch il sindaco mi rispose: - D'accordo,
Cory, se  questo che vuoi veramente.
Disse che aveva proprio bisogno di andarsi a infilare in una vasca da ba-
gno piena di sali Epsom e poi aggiunse che ci saremmo visti alla cerimonia
della premiazione. Quando riattacc, dovetti affrontare mia madre e spie-
garle perch pensavo che il sindaco Swope volesse uccidermi. Durante la
mia spiegazione arriv anche pap e, bench, a rigor di logica, mi meritassi
una punizione per la mia stupidit, i miei genitori mi mandarono sempli-
cemente in camera mia per un'ora, dove sarei andato comunque.
Nella mia stanza guardai ancora le due piume verdi contrapposte: una
sgargiante, l'altra sobria, una piccola, l'altra grande. Presi la piuma che a-
vevo trovato al Saxon's Lake e la tenni nel palmo della mano, trovai la len-
te e con essa esaminai le sue valli e i suoi crinali. Forse Sherlock Holmes
ne avrebbe dedotto qualcosa, ma io ero confuso come il dottor Watson.
L'uomo con la piuma verde sul cappello era il sindaco Swope. Il suo
"coltello" era l'attrezzo con cui si puliva la pipa. Quella piuma che avevo
in mano non aveva niente a che fare con il cappello del sindaco. Ma aveva
qualcosa a che fare con la figura che avevo vista ferma al limitare del bo-
sco, oppure con l'uomo morto in fondo al lago? Una cosa era certa: non
c'erano uccelli verde smeraldo nei boschi intorno a Zephyr. E allora, da
dove veniva quella piuma?
Misi da parte la piuma del sindaco, con l'intenzione di riportargliela an-
che se, nel profondo del mio cuore, sapevo che non l'avrei mai fatto e rimi-
si la piuma del Saxon's Lake nella scatola di White Owl che riposi ancora
una volta in uno dei sette cassetti mistici.
Quella notte sognai nuovamente le quattro ragazzine negre, tutte vestite
come per andare in chiesa. Immaginavo che la pi giovane avesse dieci o
undici anni, le altre tre dovevano essere sui quattordici anni. Solo che,
questa volta, se ne stavano a parlare sotto un albero verde, frondoso. Due
di esse tenevano in mano una Bibbia. Non capivo cosa dicessero. Una di
esse rise, e poi anche le altre tre, e le loro risate erano come increspature
sull'acqua. Poi, ecco un lampo cos luminoso che dovevo chiudere gli oc-
chi, e mi trovavo nel mezzo di un enorme fragore e un vento caldo mi tira-
va con violenza i vestiti e i capelli. Quando riaprivo gli occhi, le quattro
ragazzine erano scomparse e l'albero era spoglio.
Mi svegliai. Avevo il viso tutto sudato, come se fossi stato realmente ba-
ciato da quel soffio ardente. Sentii Rebel abbaiare nel buio dal cortile sul
retro. Guardai il quadrante luminoso della sveglia e vidi che erano quasi le
due e mezza. Rebel continuava ad abbaiare, come una macchina, e i suoi
latrati stavano aizzando gli altri cani, e allora, visto che ero sveglio, pensai
di uscire a calmarlo. Uscii dalla mia stanza e vidi subito che la luce della
stanzetta era accesa.
Sentii un rumore, come qualcosa che grattasse. Lo seguii fin sulla soglia
della stanzetta e l vidi mio padre, in pigiama, seduto alla scrivania dove
compilava tutti gli assegni per pagare i conti. Aveva una penna in mano e,
sotto la pozza di luce, stava scrivendo o disegnando qualcosa su un foglio
di carta. Aveva gli occhi gonfi e febbricitanti e vidi che il sudore gli brilla-
va sulla fronte, come a me.
Rebel smise di abbaiare, ma prese a ululare.
Pap mormor: - Maledizione - e si alz, attento a non far strisciare
la sedia sul pavimento. Io mi ritrassi nell'ombra. Non so con precisione
perch lo feci, ma mi sembrava che pap non volesse essere disturbato.
And alla porta sul retro e lo sentii zittire Rebel.
Gli ululati di Rebel cessarono. Pap sarebbe tornato tra uno o due minuti.
Non riuscii a trattenermi. Dovevo sapere che cosa fosse cos importante
per lui da tenerlo sveglio alle due e mezza di notte.
Entrai nella stanzetta e guardai il foglio di carta.
Su di esso mio padre, che non era per niente un artista, aveva disegnato
cinque o sei teschi appena abbozzati con ali che si aprivano alle tempie.
C'era una riga di punti interrogativi, e le parole Saxon's Lake ripetute cin-
que volte. C'era scritto anche La Signora, seguito da un'altra serie di punti
interrogativi. E poi Gi nelle tenebre, e qui la punta della penna aveva
quasi bucato la carta. E poi queste domande, in stampatello: CHI? PERCH?
Quindi una progressione che fu per me come un pugno nello stomaco:
Io
Io ho paura
Io sto per avere una cri
La porta sul retro si apr.
Io ritornai nell'ombra e rimasi a guardare mentre pap rientrava nella
stanzetta. Si sedette nuovamente alla scrivania e guard quello che aveva
scritto e disegnato.
Non avevo mai visto la sua faccia prima di allora. Non la faccia che ave-
va in quel momento, in quell'ora silenziosa prima del sorgere del sole. Era
la faccia di un bambino spaventato, torturato oltre il limite della sua com-
prensione.
Apr un cassetto e ne tir fuori una tazza con su scritto CASEIFICIO
GREEN MEADOWS. Prese una bustina di fiammiferi. Quindi pieg il fo-
glio di carta e cominci a strapparlo in tanti piccoli pezzi. I frammenti fini-
rono nella tazza. Quando tutto il foglio fu fatto a pezzetti, pap accese un
fiammifero e lo gett nella tazza.
Ci fu un po' di fumo. Lui apr la finestra e anche quello scomparve.
Io scivolai nella mia stanza e rimasi sdraiato a pensare.
Io sognavo le quattro ragazzine negre vestite a festa, ma quali presenze
ossessionavano mio padre? Una figura coperta di fango, che si alzava dalle
buie profondit del lago riportato a galla da una flotta di tartarughe col gu-
scio incrostato di muschio? Un volto tumefatto e deforme, che sussurrava
"Vieni con me. Vieni con me, gi nelle tenebre"? Con le manette strette al
polso di un braccio tatuato? O forse la consapevolezza che potrebbe trat-
tarsi di un uomo qualunque, di qualsiasi uomo che concluda la propria vita
solo, dimenticato, scivolando nell'oblio?
Io non lo sapevo e avevo paura di immaginarlo. Ma una cosa, sapevo di
sicuro: chiunque avesse ucciso quell'uomo sconosciuto stava uccidendo
anche mio padre.
Alla fine, il sonno mi colse e mi allontan da quelle tribolazioni. Ri-
posai, mentre intorno a me i miei mostri facevano buona guardia.
2
La scatola magica
Arriv la serata della consegna dei premi dello Zephyr Arts Council. In-
dossammo gli abiti della domenica, ci stipammo sul camioncino e partim-
mo in direzione della biblioteca. Il livello del mio terrore, che si era man-
tenuto su un valore di otto, misurato su una scala da uno a dieci, ora era ar-
rivato oltre il nove. Durante la settimana, i miei cosiddetti amici avevano
continuato a dirmi cosa sarebbe potuto succedermi quando mi fossi alzato
per leggere il racconto. Se le loro predizioni si fossero avverate, mi sareb-
be venuto un attacco di orticaria, mi sarei fatto la pip nei calzoni e avrei
espulso la cena di sopra e di sotto in un simultaneo attacco di vergogna e
dolore. Davy Ray mi aveva detto che, per essere pi sicuro, avrei dovuto
infilarmi un tappo nel sedere. Ben, invece, affermava che avrei dovuto fare
molta attenzione mentre andavo verso il podio davanti a tutta quella gente,
perch era allora che l'incidente avrebbe potuto capitarmi. Johnny disse
che conosceva un ragazzo che si era alzato in piedi per leggere qualcosa
davanti a un gruppo di persone e aveva improvvisamente disimparato a
leggere, l su due piedi, e aveva iniziato a balbettare delle strane cose che
sembravano greco o zul.
Be', avevo deciso che non era il caso di ricorrere al tappo. Ma quando
vidi tutte le luci accese nella biblioteca e le macchine parcheggiate l fuori,
cominciai a pentirmi della mia decisione. La mamma mi mise un braccio
intorno alla spalle. - Andr benissimo - mi disse.
- Certo - disse pap. Aveva nuovamente la sua solita faccia da pap,
ma c'erano dei segni scuri sotto agli occhi e avevo sentito la mamma dirgli
che avrebbe avuto bisogno di prendere del Geritol. Lei sapeva che c'era
qualcosa che non andava, naturalmente, ma non sapeva quanto il problema
fosse grave. - Benissimo - ripet pap.
Il salone della biblioteca era pieno di sedie e in fondo, sul davanti, c'era
un tavolo con il tanto temuto podio vicino. Peggio ancora, c'era un micro-
fono su quel podio! Le sedie erano gi occupate da una quarantina di per-
sone e il sindaco Swope, la signora Prathmore e il signor Grover Dean, in-
sieme ad altri componenti della giuria, si muovevano tra la gente, conver-
sando amichevolmente. Quando il sindaco ci vide e venne verso di noi, a-
vrei voluto farmi piccolo piccolo e nascondermi in un angolo, ma pap mi
mise una mano sulla spalla e io tenni la posizione.
- Ciao, Cory! - Il sindaco sorrideva, ma i suoi occhi erano diffidenti.
Immagino che pensasse che avrei potuto avere un altro attacco di pazzia da
un momento all'altro. - Sei pronto a leggere il tuo racconto?
"No, signore" volevo dirgli, ma quello che usc fu: - S, signore.
- Bene, penso che avremo una buona affluenza, stasera. - La sua at-
tenzione si spost sui miei genitori.- Immagino che siate terribilmente
orgogliosi di vostro figlio.
- Certo - disse la mamma. - Non c' mai stato uno scrittore in fami-
glia.
- Di sicuro ha una fervida immaginazione. - Il sindaco sorrise nuo-
vamente, ma era un sorriso tirato. - A proposito, Cory... ho tirato fuori il
mio cappello dal ripostiglio per farlo rimettere in forma. Non sai per caso
dove sia finita la...
- Luther! - lo interruppe una voce. - Stavo cercando proprio te!
Il signor Dollar, tutto elegante in un abito blu scuro e olezzante di Aqua
Velva, comparve di fianco al sindaco. In vita mia non ero mai stato cos
sollevato nel vedere qualcuno. - S, Perry? - chiese il sindaco Swope,
voltandosi verso di lui.
- Luther, devi fare qualcosa per quella dannatissima scimmia! - disse
il signor Dollar con enfasi. - Quell'accidente  salita sul mio tetto la notte
scorsa e n io n Ellen abbiamo potuto dormire un minuto a causa del bac-
cano che ha fatto! Mi ha persino fatto i bisogni sulla macchina! Ci deve
pur essere un modo per prenderla, dico io!
Ah, Lucifero! La scimmia vagava ancora libera tra gli alberi di Zephyr e
poveretti gli abitanti di quelle case sui cui tetti Lucifero sceglieva di instal-
larsi. A causa della rabbia dei cittadini e delle minacce di denuncie per
danni alla propriet, il reverendo Blessett se l'era squagliata in silenzio a
met agosto, senza neanche lasciare un recapito.
- Se ti viene in mente una buona idea, fammelo sapere - rispose il
sindaco con una punta di irritazione. - Abbiamo provato quasi tutto or-
mai, tranne che chiedere ai ragazzi della base aerea di mollare una bomba
sulla citt.
- Forse il dottor Lezander potrebbe catturarla, oppure potremmo pagare
qualcuno di uno zoo che venisse qui e... - Il signor Dollar stava ancora
parlando, ma il sindaco Swope si stava allontanando e il barbiere lo segui-
va, continuando a cianciare a proposito della scimmia.
I miei genitori e io ci sedemmo e la mia agitazione cresceva sempre di
pi a mano a mano che altre persone entravano nella sala. Arriv il dottor
Parrish con sua moglie e - guarda guarda! - entr pure il Demonio con la
madre Idrante e il padre Candeliere. Cercai di abbassarmi sulla sedia, ma
lei mi vide e mi salut con un gaio cenno della mano. Fortunatamente non
c'erano sedie libere intorno a noi, altrimenti sarei salito sul podio con una
caccola appiccicata al collo.
Subii poi un altro choc quando vidi entrare Johnny Wilson con i suoi
genitori. Dopo neanche due minuti arriv Ben, con sua madre e suo padre,
seguiti subito dopo da Davy Ray con i suoi. Avrei dovuto affrontare pure
le loro facce sghignazzanti, ma a dire il vero ero proprio contento di veder-
li. Come mi aveva detto una volta Ben, erano dei veri amici.
Bisogna proprio dire che la gente di Zephyr aveva a cuore i propri con-
cittadini, oppure quel sabato sera non c'era niente di interessante alla tele-
visione. Furono tirate fuori altre sedie da un ripostiglio. La folla si zitt per
qualche secondo quando Vernon Thaxter, vestito soltanto dell'ultima trac-
cia di abbronzatura estiva, fece il suo ingresso nella sala con un gran sorri-
so sul volto. Ma ormai la gente si era abituata a Vernon e aveva imparato
dove doveva guardare e dove non doveva. - Quell'uomo  sempre nudo,
mamma! - disse il Demonio, puntando un dito, ma, a parte qualche risa-
tina soffocata e qualche viso in fiamme, non ci furono scenate. Vernon si
sistem una sedia in un angolo in fondo alla sala e si sedette l, contento
come una pasqua.
Quando il sindaco Swope e la signora Prathmore portarono una scatola
piena di targhe al tavolo in fondo alla sala, erano gi presenti almeno set-
tanta amanti della buona letteratura. Il signor Grover Dean, un uomo ma-
gro di mezz'et che portava una parrucca marrone sempre ben pettinata e
occhiali rotondi con la montatura d'argento, and al tavolo portando una
cartella e si sedette vicino al sindaco e alla signora Prathmore. Apr la cer-
niera della cartella e ne estrasse una pila di fogli che immaginai che fosse-
ro gli elaborati vincenti delle tre categorie, e cio racconti brevi, saggi e
poesia.
Il sindaco Swope si alz in piedi, and al podio e batt sul microfono. Fu
accolto per tutta risposta da un sibilo assordante e da un rumore come la
scoreggia di un elefante; questo caus un coro di risate e fece s che il sin-
daco chiamasse con un gesto l'uomo addetto al suono. Alla fine tutti fecero
silenzio, il microfono fu regolato, il sindaco si schiar la gola e stava per
mettersi a parlare quando un'ondata di bisbigli percorse la sala. Io mi voltai
a guardare verso la porta e il mio cuore, che gi batteva forte, fece un balzo
come un pesce gatto. Era appena entrata la Signora.
Era vestita tutta di viola, compresi il cappellino e i guanti. Il viso era co-
perto da un velo di retina sottilissima. Aveva un aspetto fragile, le braccia
e le gambe nerissime erano magre come stecchi. La sorreggeva con una
mano discreta sotto il gomito Charles Damaronde, l'uomo dalle spalle
massicce e le sopracciglia da lupo mannaro. Tre passi dietro la Signora ve-
niva l'Uomo Luna, col suo bastone, vestito con un abito nero lucido e una
cravatta rossa. Non portava cappello e il suo viso e la sua fronte bicolori
erano in piena vista.
Penso che si sarebbe potuto sentir cadere uno spillo. O, a essere pi pre-
cisi, cadere una caccola dal naso del Demonio. - Oh, Dio! - sussurr la
mamma. Pap si mosse a disagio sulla sedia e credo che, se non fosse stato
per me, si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato.
La Signora scrut il pubblico da sotto il velo. Tutte le sedie erano occu-
pate. Io colsi un lampo fugace dei suoi occhi verdi, solo uno sprazzo, ma
fu sufficiente a farmi credere di sentire odore di terra bagnata e fiori di pa-
lude. Quindi, improvvisamente, Vernon Thaxter si alz in piedi e con un
inchino le offr la propria sedia. - Grazie, signore - disse lei, con voce
tremula e si sedette. Vernon rimase in piedi in fondo alla sala, mentre
Charles Damaronde e l'Uomo Luna stavano ai due lati della elegante Si-
gnora. Alcuni, non molti, forse cinque o sei, si alzarono, non per offrire le
loro sedie, ma per andarsene a grandi passi. Non avevano paura di lei, co-
me pap, no: erano indignati che dei neri fossero entrati in una sala piena
di bianchi senza chiedere il loro permesso. Lo sapevamo tutti, e lo sapeva
anche la Signora. Erano quelli i tempi in cui vivevamo.
- Credo che possiamo cominciare - inizi il sindaco. Continuava a
guardare la folla e poi la Signora e l'Uomo Luna, poi nuovamente la folla.
- Desidero darvi il benvenuto alla cerimonia di consegna dei premi per
l'edizione 1964 del concorso di composizione indetto dallo Zephyr Arts
Council. Innanzitutto, desidero ringraziare tutti i partecipanti, senza i quali
il concorso non sarebbe stato possibile.
And avanti cos per un po'. Avrei anche potuto appisolarmi, se non fos-
se che ero cos sulle spine. Il sindaco Swope present tutti i componenti
della giuria e i membri dell'Arts Council, quindi present il signor Quentin
Farraday, del Journal della Adams Valley, che era presente per scattare al-
cune fotografie e intervistare i vincitori. Alla fine, il sindaco si sedette e la
signora Prathmore prese il suo posto sul podio per chiamare il terzo classi-
ficato della sezione saggi.
Una signora anziana, di nome Delores Hightower, si fece avanti trasci-
nando i piedi, prese il suo componimento dalle mani del signor Dean e les-
se per quindici minuti delle gioie di possedere un orto, quindi le fu conse-
gnata una targa e la donna torn a sedersi. Il saggio piazzatosi al primo po-
sto, scritto da un individuo nerboruto coi denti radi di nome George Ea-
gers, parlava di quella volta in cui si era trovato con una gomma a terra vi-
cino a Tuscaloosa e proprio lui, il solo e unico Bear Bryant, in carne e os-
sa, si era fermato per chiedergli se avesse bisogno di aiuto, dando cos
prova della propria natura quasi divina.
Segu la sezione poesia. Immaginate la mia sorpresa quando la madre
del Demonio si alz a leggere la poesia seconda classificata. Una parte di
essa faceva cos: "Pioggia, pioggia va' via / disse il sole in un giorno d'esta-
te. / Ho ancora molti raggi da regalare / e quelle nere nubi / mi fanno di-
sperare". La lesse con una tale intensit che per un attimo temetti che si sa-
rebbe veramente messa a piangere e che avrebbe fatto piovere su tutta la
sala. Il Demonio e suo padre applaudirono cos forte alla fine che si poteva
pensare che si trattasse di Ges ridisceso sulla terra.
La poesia prima classificata, composta da un'avvizzita anziana signora di
nome Helen Trotter, era in sostanza una lettera d'amore la cui prima rima
era: "Sar sempre l, il suo amore a dimostrare / solo quello che  giusto lui
osa fare" e l'ultima diceva: "Oh, come amo guardare il volto ispiratore / di
George C. Wallace, nostro governatore".
- Yeach! - sussurr piano pap. La Signora, Charles Damaronde e
l'Uomo Luna furono cos gentili da non fare commenti.
- E ora - annunci la signora Prathmore - passiamo alla sezione rac-
conti brevi.
Avevo bisogno di quel tappo. Oh, come ne avevo bisogno!
- Quest'anno abbiamo il vincitore pi giovane in assoluto di tutte le e-
dizioni dal 1955, anno in cui  nato il nostro concorso. Abbiamo avuto
qualche difficolt a decidere se il suo elaborato fosse un saggio o un breve
racconto, poich  basato su un fatto realmente accaduto, ma alla fine ab-
biamo deciso che possedeva sufficiente forza e immaginazione descrittiva
da essere considerato un racconto breve. E ora, accogliete degnamente il
nostro terzo classificato, che ci legger il racconto intitolato "Prima del
sorgere del sole", Cory Mackenson. - La signora Prathmore diede il via
all'applauso. Pap disse: - Fagli vedere chi sei - e io, bene o male, mi
alzai in piedi.
Mentre andavo verso il podio in una trance di terrore, sentii Davy Ray
ridacchiare e poi un leggero pop quando suo padre gli diede uno scappel-
lotto sulla nuca. Il signor Dean mi consegn il racconto e la signora Pra-
thmore pieg lo stelo del microfono cos che potesse captare la mia voce.
Io guardai verso quel mare di visi: sembravano confondersi insieme in una
massa collettiva di occhi, nasi e bocche. Fui colto da un'improvvisa paura:
avevo la cerniera dei calzoni tirata su? Potevo rischiare di guardarci? Vidi
il fotografo del Journal, con la grossa macchina fotografica pronta. Il cuo-
re mi batteva forte come le ali di un uccello chiuso in gabbia. Un'ondata di
nausea mi si avvent contro la bocca dello stomaco, ma sapevo che se a-
vessi vomitato non avrei mai pi osato mostrare la mia faccia. Qualcuno
toss, qualcun altro si schiar la gola. Tutti gli occhi erano puntati su di me
e nelle mie mani le pagine stavano tremando.
- Su, Cory - mi esort la signora Prathmore.
Guardai il titolo e feci per leggerlo, ma mi sembrava di avere una spina
infilata nella gola, proprio dove si formavano le parole. Il buio lamb i con-
torni del mio campo visivo: stavo per svenire davanti a tutta quella gente?
Non sarebbe stata una perfetta foto da prima pagina per i lettori del Jou-
mal? Gli occhi rovesciati all'indietro, il mio corpo che si accasciava al suo-
lo, le mutande bianche tra i denti della cerniera dei pantaloni aperta?
- Prenditi il tempo che ti ci vuole - disse la signora Prathmore e dal
suo tono di voce capii che stavano per cederle i nervi.
I miei occhi, che mi sembrava stessero per schizzare fuori dalla testa,
ballarono sul pubblico. Vidi Davy Ray, Ben e Johnny. Nessuno di loro ri-
deva pi. Era un brutto segno. Vidi il signor George Eagers guardare l'oro-
logio. Un altro brutto segno. Sentii un qualche mostro maligno sussurrare:
- Ha paura, povero bambino!
Vidi la Signora alzarsi in piedi, in fondo alla sala. Dietro al velo il suo
sguardo era calmo e tranquillo, come l'acqua verde. Sollev il mento e quel
gesto significava una sola parola: coraggio.
Feci un respiro. I miei polmoni strepitarono come un treno merci che at-
traversa un ponte traballante. Ero l. Era il mio momento, nel bene e nel
male.
- Prima del ... - La mia voce, resa roboante dal microfono, mi stup e
mi zitt all'istante. La signora Prathmore mi pos una mano sulla schiena,
come per sorreggermi. - ... sorgere del sole - Proseguii. - Di C-C-Cory
Mackenson.
Iniziai a leggere. Conoscevo le parole, conoscevo la storia. La mia voce
sembrava appartenere a qualcun altro, ma la storia era parte di me. Mentre
proseguivo, di frase in frase, ero consapevole che i colpi di tosse e i rumori
di gola erano cessati. Nessuno stava parlando a voce bassa. Lessi la storia
come se stessi percorrendo un sentiero familiare nei boschi: sapevo in che
direzione andare e questo mi era di conforto. Osai alzare gli occhi sul pub-
blico, e quando lo feci, lo sentii.
Quella era la mia prima esperienza e, come ogni prima esperienza, non
puoi dimenticare ci che hai provato. Che cosa fosse, non sono in grado di
spiegarlo esattamente, ma mi arriv fino in fondo all'anima e rimase l.
Tutti mi stavano guardando, tutti mi stavano ascoltando. Le parole che u-
scivano dalla mia bocca, le parole che avevo concepito e partorito, rende-
vano il tempo nullo e vano. Riunivano tutte le persone della sala in un
viaggio di comuni visioni, suoni e pensieri. Le parole mi abbandonavano e
viaggiavano nelle menti e nei ricordi di persone che non erano mai state al
Saxon's Lake alle prime luci di quella fredda mattina di marzo. Guardan-
dole, sapevo che quelle persone mi stavano seguendo. E la cosa pi bella,
la pi bella in assoluto, era che volevano andare dove io le stavo portando.
Su tutto questo, naturalmente, riflettei molto tempo dopo. Quello che mi
colp al momento, oltre al fatto di riuscire ad arrivare in fondo, fu come
tutti stessero zitti e fermi. Avevo trovato il segreto della macchina del
tempo. Avevo scoperto una carica di energia che non avevo mai pensato di
possedere. Avevo trovato una scatola magica che si chiamava macchina
per scrivere.
La voce che usciva dalla mia bocca pareva farsi pi forte. Sembrava par-
lare con decisione e chiarezza anzich essere un borbottare confuso, come
all'inizio. Ero stupito ed euforico e, meraviglia delle meraviglie, mi stavo
divertendo a leggere a voce alta.
Arrivai alla frase finale e finii il racconto.
Per il momento.
Mia madre fu la prima ad applaudire, poi pap e poi tutti gli altri nella
sala. Vidi le mani guantate di violetto della Signora applaudire. Gli ap-
plausi mi facevano molto piacere, ma non tanto quanto ne avevo ricavato
dal condurre quelle persone in quel viaggio e dalla fiducia con cui esse si
erano lasciate guidare. Un domani forse avrei desiderato fare il lattaio, co-
me pap, o il pilota di jet o l'investigatore, ma in quel momento desideravo
fare lo scrittore pi di ogni altra cosa al mondo.
Accettai la targa dalle mani del sindaco Swope. Quando mi sedetti, le
persone intorno a me mi diedero delle pacche sulle spalle e dal modo in cui
mamma e pap sorridevano capii che erano orgogliosi di me. Non mi im-
portava che sulla targa il mio nome fosse scritto sbagliato. Io sapevo chi
ero.
Il racconto arrivato secondo, scritto dal signor Terrence Hosmer, parlava
di un contadino che cerca di liberarsi di uno stormo di corvi che vuole
mangiargli il raccolto di granoturco. La vincitrice del primo premio, la si-
gnora Ada Yearby, aveva scritto un racconto sulla genuflessione degli a-
nimali a mezzanotte la sera della nascita di Ges Cristo. Quindi il sindaco
Swope ringrazi tutti per essere intervenuti e disse che potevamo andare a
casa. Uscendo, Davy Ray, Johnny e Ben mi circondarono e credo di aver
ricevuto un'attenzione persino maggiore della signora Yearby. La madre
del Demonio arriv ancheggiando per congratularsi con me e poi guard
mia madre, con quel suo faccione coi baffi, e le disse: - Sa, domenica
prossima  il compleanno di Brenda e lei vorrebbe tanto che ci fosse anche
il suo ragazzo. Sa, ho scritto quella poesia per Brenda, perch  una ragaz-
zina veramente sensibile. Pensa che a suo figlio farebbe piacere venire alla
festa di Brenda? Non deve portare n regali, n altro.
La mamma mi guard, aspettando un'imbeccata. Io vidi il Demonio, dal-
l'altra parte della sala, con suo padre. Mi salut con la mano e ridacchi.
Davy Ray mi diede una gomitata nelle costole. Non sapeva quanto fosse
vicino a essere ucciso. Io dissi: - Oh, la ringrazio, signora Sutley, ma
credo di dover fare qualche lavoretto a casa, domenica. Vero, mamma?
La mamma, santa donna, fu molto sveglia: - Certo che s! Devi tagliare
l'erba e aiutare tuo padre a dipingere il portico.
- Eh? - fece pap.
- Prima o poi bisogna farlo - gli disse la mamma. - E domenica 
l'unico giorno in cui possiamo lavorare tutti e tre assieme.
- E forse potrei farmi aiutare da qualcuno - dissi, cosa che mise le ali
ai piedi ai miei amici.
- Be', se decidi di venire alla festa di Brenda, lei ne sar contentissima.
Ci saranno anche tutti i parenti e via dicendo - la signora Sutley mi rivol-
se un sorriso sconfitto. Aveva capito. Quindi torn dal Demonio, le disse
qualcosa e il Demonio mi rivolse esattamente lo stesso sorriso. Mi sentii
come il tacco di uno stivale sporco di cacca. Ma non potevo incoraggiarla,
proprio non potevo! Era inumano chiedermelo. E poi - ragazzi! - me li fi-
guravo gi cosa dovevano essere i parenti! Quella riunione familiare a-
vrebbe fatto sembrare belli persino i Munsters!
Eravamo quasi arrivati alla porta quando una voce calma disse: - Tom?
Tom Mackenson?
Pap si ferm e si volt.
Era al cospetto della Signora.
Era pi piccola di come me la ricordavo. Arrivava a malapena alle spalle
di mio padre. Ma c'era una forza in lei che dieci uomini non avrebbero po-
tuto avere. Si vedeva in lei la stessa forza della vita che si vede in un vec-
chio albero che si  piegato sotto il vento di innumerevoli tempeste. Si era
avvicinata a noi senza il signor Damaronde o l'Uomo Luna, che l'aspetta-
vano a una certa distanza.
- Salve - disse la mamma. La Signora la salut con un cenno del ca-
po. Mio padre aveva l'aria di un uomo intrappolato in un armadio con una
tarantola. I suoi occhi schizzavano di qui e di l, in cerca di una via d'usci-
ta, ma era troppo gentiluomo per essere ineducato con lei.
- Tom Mackenson - ripet lei. - Lei e sua moglie avete allevato un
ragazzo veramente di talento.
- Io... noi... noi abbiamo fatto del nostro meglio, grazie.
- E un cos bravo dicitore - prosegu la Signora. Mi sorrise. - Te la
sei cavata bene - disse.
- Grazie, signora.
- Come va la bicicletta?
- Bene. L'ho chiamata Razzo.
-  un bel nome.
- S, signora. E... - decisi di dirglielo - ha un occhio nel fanale.
Le sue sopracciglia si sollevarono impercettibilmente. - Davvero?
- Cory! - mi rimprover pap. - Non inventarti le cose!
- A me sembra - disse la Signora - che la bicicletta di un ragazzo
debba vedere dove va. Deve vedere se la strada  libera o se ci sono guai in
vista. Mi sembra che la bicicletta di un ragazzo debba essere un po' caval-
lo, un po' cervo, e magari anche un po' rettile. Per l'astuzia, sai?
- S, signora - convenni. Conosceva bene Razzo, eccome.
-  stato molto gentile da parte sua regalare una bicicletta a Cory - le
disse pap. - A me non piace accettare la carit, ma...
- Oh, non  stata carit, signor Mackenson.  stata la ricompensa per
una buona azione. Signora Mackenson c' qualcosa in casa sua che il si-
gnor Lightfoot possa riparare?
- No, penso che tutto funzioni come si deve.
- Bene - disse lei e guard mio padre. - Non si pu mai sapere
quando le cose stanno per avere un crollo.
-  stato un piacere vederla, signora... ehm... Signora. - Pap prese la
mamma per un gomito. - Sar meglio che andiamo a casa adesso.
- Signor Mackenson, abbiamo delle questioni da discutere - disse la
Signora come noi iniziammo a muoverci. - Immagino che lei capisca
quando le dico che si tratta di una questione di vita e di morte.
Pap si ferm. Vidi un muscolo nella mascella guizzare. Non voleva
voltarsi nuovamente, ma lei lo stava attirando. Forse sent la sua carica vi-
tale, la sua forza pura e primordiale, infiammarsi appena, come la sentii io.
Sembrava volesse fare un altro passo per allontanarsi da lei, ma non ci riu-
sciva.
- Crede in Ges Cristo, signor Mackenson? - chiese la Signora.
Questa domanda ruppe anche l'ultima esitazione. Si volt a guardarla. -
S, ci credo - disse solennemente.
- Anch'io. Ges Cristo era l'essere umano pi perfetto che sia mai esi-
stito, eppure si arrabbiava e lottava e piangeva e aveva giorni in cui pensa-
va di non farcela pi. Come quando i lebbrosi e i malati quasi lo fecero ca-
dere, chiedendogli miracoli e perseguitandolo finch quasi la sua forza mi-
racolosa non si esaur. Quello che voglio dire, signor Mackenson,  che
anche Ges Cristo, a volte aveva bisogno d'aiuto e non era tanto orgoglio-
so da non chiederlo.
- Io non ho bisogno... - Lasci la frase in sospeso.
- Vede - disse la Signora - io credo che tutti abbiamo delle visioni,
di tanto in tanto. Io credo che faccia parte dell'animale uomo. Abbiamo
queste visioni, questi quadratini del grande patchwork, ma non riusciamo a
capire dove si inseriscano, o perch. Il pi delle volte vengono sotto forma
di sogni, quando si sta dormendo. Altre volte si sogna a occhi aperti. Quasi
tutti li hanno, solo che non riescono a comprenderne il significato. Capi-
sce?
- No - disse pap.
- Oh, io credo di s. - Alz un dito sottile. - Le persone si lasciano
catturare dal nastro appiccicoso di questo mondo, che le rende cieche, sor-
de e mute verso ci che c' nell'altro.
- L'altro? L'altro cosa?
- L'altro mondo, al di l del fiume - rispose lei. - Da dove l'uomo in
fondo al Saxon's Lake la sta chiamando.
- Non voglio pi sentire una parola. - Ma non si mosse.
- La sta chiamando - ripet lei. - Anch'io lo sento, e mi sta rovi-
nando il sonno, e io sono una vecchia che ha bisogno di tranquillit. - Si
avvicin a mio padre di un passo e lo tenne col suo sguardo. - Quell'uo-
mo ha bisogno di dire chi lo ha ucciso prima di proseguire. Oh, lui ci sta
provando, ci sta provando eccome, ma non pu darci un volto o un nome.
Tutto quello che pu darci sono quei piccoli quadratini del grande pa-
tchwork. Se lei venisse da me e ci mettessimo a riflettere, allora, forse po-
tremmo cucire insieme i nostri quadratini. Lei potrebbe ritrovare il sonno,
e io pure, e lui potrebbe andare nel luogo cui appartiene. Ancora meglio:
potremmo catturare un assassino, se c' un assassino da catturare.
- Io... io non credo... a queste scioc...
- Crederci o no,  una scelta che sta a lei - lo interruppe la Signora.
- Ma quando l'uomo morto verr a chiamarla questa notte, e lo far, lei
non avr altra scelta che starlo a sentire. E il consiglio che le do, signor
Mackenson,  che lei dovrebbe iniziare ad ascoltare.
Pap fece per dire qualcosa: apr la bocca, ma la lingua non riusc a for-
mulare le parole.
- Mi scusi - dissi alla Signora. - Volevo chiederle se lei... se lei... ha
avuto degli altri sogni.
- Oh, certo - disse. - Ma il problema alla mia et  che la maggior
parte dei miei sogni sono delle repliche.
- Be'... io mi chiedevo se lei... avesse sognato di quattro ragazzine.
- Quattro ragazzine?
- S, signora. Quattro ragazzine. Sa, scure come lei. E sono tutte vestite
a festa, come se fosse domenica.
- No - disse. - Non mi pare.
- Io le sogno spesso. Non tutte le notti, per spesso. Che cosa significa
secondo lei?
-  un pezzetto del patchwork - disse. - Potrebbe trattarsi di qualco-
sa che gi sai, ma non sai di sapere.
- Come?
- Potrebbero non essere degli spiriti che ti parlano - mi spieg lei. -
Potrebbe trattarsi di te stesso che cerchi di comprendere qualcosa.
- Ah - dissi io. Questo doveva essere il motivo per cui la Signora ri-
ceveva i sogni di pap ma non i miei: i miei non erano fantasmi del passa-
to, ma ombre del futuro.
- Dovr venire a Bruton a vedere il nostro nuovo museo quando sar
finito - disse la Signora alla mamma. - Abbiamo raccolto del denaro per
iniziare a costruire nel centro ricreativo. Dovrebbe essere finito entro un
paio di mesi. Avremo una bella sala per le esposizioni.
- Ne ho sentito parlare - disse la mamma. - Buona fortuna.
- Grazie. Bene, le far sapere quando ci sar la cerimonia di apertura.
Si ricordi di quello che le ho detto, signor Mackenson. - Porse una mano
guantata di viola e mio padre la strinse. Poteva anche aver paura della Si-
gnora, ma prima di tutto era un gentiluomo. - Lei sa dove vivo.
La Signora raggiunse il marito e il signor Daramonde, quindi uscirono
insieme nella notte calma e tiepida. Noi uscimmo poco dopo loro e li ve-
demmo allontanarsi non sulla Pontiac coperta di strass, ma su una comu-
nissima Chevrolet blu. Gli ultimi convenuti erano fermi a parlare sul mar-
ciapiedi e colsero l'occasione per dirmi quanto avessero apprezzato il mio
racconto. - Continua cos! - mi disse il signor Dollar e poi lo sentii van-
tarsi con un altro uomo: - Sai, gli taglio io i capelli. Sissignore, glieli ta-
glio da anni!
Andammo a casa. Io tenevo la targa sulle ginocchia, stretta tra le due
mani. - Mamma? - chiesi. - Che tipo di museo faranno a Bruton? Ci
metteranno ossa di dinosauro e roba simile?
- No - rispose mio padre. - Sar un museo dei diritti civili. Penso
che esporranno lettere, documenti e fotografie, quel genere di cose.
- Oggetti riguardanti gli schiavi, ho sentito dire - disse la mamma. -
Tipo catene e ferri per marchiare a fuoco, immagino. Lizbeth Sears mi ha
detto che ha sentito dire che la Signora ha venduto la grossa Pontiac e ha
donato il ricavato per la costruzione.
- Ci scommetto che chi ha bruciato quella croce nel suo cortile non sta-
r esattamente fischiettando il jazz - osserv pap. - Il Klan avr sicu-
ramente qualcosa da dire.
- Io credo sia una buona cosa - disse la mamma. - Io credo che deb-
bano sapere da dove vengono per capire dove vanno.
- Gi, e io so dove il Klan vorrebbe che andassero! - Pap rallent e
svolt in Hilltop Street. Io colsi una visione della dimora dei Thaxter attra-
verso gli alberi, le finestre inondate di luce. - Ha una bella presa - disse
pap, quasi tra s e s. - La Signora, intendo dire. - Ma noi sapevamo di
chi stava parlando. - Una bella presa. Ed era come se mi guardasse dentro
e io non potessi impedirle di vedere delle cose che... - Parve rendersi
conto che eravamo sempre l e improvvisamente abbandon quel pensiero.
- Verr con te - si offr la mamma - se decidi di andare da lei. Star
vicina a te tutto il tempo. Lei vuole aiutarti e io vorrei che tu glielo permet-
tessi.
Lui rimase in silenzio. Ci stavamo avvicinando alla casa. - Ci penser
- disse; questo era il suo modo di dire che non voleva pi sentir parlare
della Signora.
Pap sapeva dove viveva la Signora, e poteva anche aver bisogno del
suo aiuto per esorcizzare lo spirito che lo chiamava dagli abissi del Saxon's
Lake, ma non era ancora pronto. Se lo sarebbe mai stato o no, non lo sape-
vo. Stava a lui fare il primo passo e nessuno poteva costringerlo. Io, per
ora, dovevo occuparmi di altri problemi: il sogno delle quattro ragazzine
negre, la cotta del Demonio per me, come avrei potuto fare per sopravvive-
re a Polmoni di cuoio, e che cosa avrei scritto.
E la piuma verde. Sempre la piuma verde, con le sue domande irrisolte
che mi sfidava da uno dei sette mistici cassetti.
Quella notte pap appese la mia targa su una parete della mia camera,
proprio sopra alla scatola magica. Stava bene, l tra le fotografie di un tipo
grande e grosso con dei bulloni nel collo e un individuo con un mantello
nero e denti sporgenti.
Quella sera ero stato caricato e avevo assaporato la vita. Avevo compiu-
to il mio primo passo, per quanto incerto, verso la direzione in cui stavo
andando, qualsiasi essa fosse. Quella sensazione di pura esaltazione poteva
svanire, poteva indebolirsi sotto il peso dei giorni e diminuire con lo scor-
rere del tempo. Ma in quella sera, in quella magnifica, irripetibile sera, era
vivissima.
3
A cena con Vernon
Dire che, nei giorni che seguirono, il Demonio mi torment perch an-
dassi alla sua festa di compleanno  come dire che un gatto ha un debole
per i topi. Tra i sussurri insistenti del Demonio e le urla potenti di Polmoni
di cuoio, arrivati gi solo a mercoled ero un fascio di nervi, e ancora non
avevo imparato a dividere le frazioni.
Mercoled sera, subito dopo cena, stavo asciugando i piatti per la mam-
ma, quando sentii pap, che era seduto in poltrona a leggere il giornale,
che diceva: - S' fermata una macchina qui davanti. Aspettiamo qualcu-
no?
- No, che io sappia - rispose la mamma.
La poltrona cigol mentre pap si alzava. Stava andando fuori a vedere,
ma prima ancora di uscire dalla porta fece un fischio di ammirazione. -
Ehi, venite un po' a vedere! - disse e noi, naturalmente, non potemmo re-
sistere alla curiosit.
Parcheggiata davanti a casa nostra c'era una macchina lunga e affusolata
dipinta con una vernice che la faceva sembrare di raso nero. Aveva le ruote
a raggi, la griglia del radiatore di metallo cromato lucidissimo e un para-
brezza che sembrava lungo un chilometro. Era la macchina pi grossa e
pi lunga che avessi mai visto e al suo confronto il nostro camioncino
sembrava un vecchio rottame. La portiera del guidatore si apr e scese un
uomo con un abito scuro. Gir intorno alla macchina, attravers il prato e
disse: - Buona sera - con un accento che non sembrava delle nostre par-
ti. Venne lungo il vialetto, fino a trovarsi nella pozza di luce della lampada
del portico, e vedemmo che aveva capelli e baffi bianchi, e le sue scarpe
erano nere e lucide come la carrozzeria della macchina.
- Sta cercando qualcuno?
- S, il signor Thomas Mackenson.
- Sono io. Tom.
- Molto bene, signore. - Si ferm ai piedi dei gradini. - Signora Ma-
ckenson - disse, salutando mia madre con un cenno del capo. - Signori-
no Cory?
- Hmm... s, sono Cory, s signore - dissi.
- Ah, benissimo. - Mi sorrise, mise una mano nella tasca della giacca
e tir fuori una busta. - Prego - disse e mi porse la busta.
Io guardai pap. Lui mi fece cenno di prenderla. Lo feci, e l'uomo con i
capelli bianchi rimase ad aspettare con le mani dietro la schiena mentre io
la aprivo. La busta era sigillata con un tondo di cera rossa che aveva im-
pressa sopra la lettera "T". Tolsi dalla busta un piccolo cartoncino bianco
sul quale c'erano alcune righe scritte a macchina.
- Cosa dice? - disse la mamma guardando da sopra la mia spalla.
La lessi a voce alta. - "Il signor Vernon Thaxter sar onorato di avere
la sua compagnia a cena, sabato 19 settembre 1964, alle sette Non si ri-
chiede l'abito scuro."
- Si raccomanda un abbigliamento casual - chiar l'uomo dai capelli
bianchi.
- Oh, Dio - disse la mamma. Le prime parole del rosario delle preoc-
cupazioni. Le sue sopracciglia si fecero pi vicine.
- Hmm... posso chiederle chi  lei? - domand pap, prendendomi di
mano il biglietto e scorrendolo con gli occhi.
- Mi chiamo Cyril Pritchard, signor Mackenson. Sono al servizio di ca-
sa Thaxter. Mia moglie e io ci prendiamo cura del signor Moorwood e del
giovane signor Thaxter da quasi otto anni, ormai.
- Ah. Lei ...  come... un maggiordomo o qualcosa del genere?
- Mia moglie e io ci rendiamo utili in quello che ci viene chiesto.
Pap borbott qualcosa e aggrott la fronte, la solita sequenza di preoc-
cupazioni gi al lavoro nella sua testa. - Come mai questo viene da Ver-
non e non da suo padre?
- Perch, signore,  il signorino Vernon che desidera cenare con suo fi-
glio.
- E perch? Non ricordo che Vernon abbia mai incontrato il mio ragaz-
zo.
- Il signorino Vernon era presente alla cerimonia di consegna dei premi
dell'Arts Council.  rimasto molto colpito dalla padronanza della lingua di
suo figlio. Sa, una volta, anche lui desiderava diventare scrittore.
- Ha scritto un libro, vero? - chiese la mamma.
- Certo. La luna, mia padrona, si intitolava. Pubblicato nel 1958 dalla
Sonneilton Press di New York.
- L'ho preso a prestito alla biblioteca - confess la mamma. - Devo
dire che non l'avrei comprato, con quella mannaia da macellaio tutta in-
sanguinata sulla copertina. Sa, ho sempre pensato che fosse strano, perch
il libro trattava pi della vita in una piccola citt che di quel macellaio
che... be', lei lo sa.
- S, lo so - disse il signor Pritchard.
Quello che non sapevo, che non avrei saputo fino a un po' di tempo do-
po, era che il macellaio del libro di Vernon aveva fatto a pezzi un certo
numero di donne, sempre di notte, con la luna piena, e aveva tagliato via
pezzi diversi di intestino dai cadaveri. E tutti, in quella citt immaginaria,
andavano pazzi per i suoi pasticci di carne e rognone, le salsicce Cajun
piccanti, e la pasta di wurstel da spalmare.
- Non era male, per, per essere il suo primo romanzo - disse la
mamma. - Perch non ne ha scritto un altro?
- Sfortunatamente, per una qualche ragione, il libro non ha avuto suc-
cesso. Il signorino Vernon  rimasto... come posso dire... deluso. - I suoi
occhi tornarono a posarsi su di me. - Che cosa devo dire al signorino
Vernon riguardo al suo invito a cena?
- Abbia un attimo di pazienza - si intromise pap. - Non mi piace
dover parlare di una cosa ovvia, ma Vernon non ... be', non  nelle condi-
zioni mentali di intrattenere degli ospiti in quella casa, no?
E qui lo sguardo del signor Pritchard si fece di ghiaccio. - Il giovane
signor Vernon  perfettamente in grado di intrattenere un ospite a cena, si-
gnor Mackenson. E, in risposta alla preoccupazione implicita nella sua
domanda, suo figlio sar perfettamente al sicuro con lui.
- Non volevo offendere.  solo che quando qualcuno se ne va in giro
nudo, uno ha il diritto di pensare che non abbia tutte le rotelle a posto. Non
riesco a capire perch Moorwood lo lasci andare in giro cos.
- Il giovane signor Vernon ha la sua vita. Il signor Thaxter ha deciso di
lasciargli fare ci che pi gli aggrada.
- Questo lo vedo - disse pap. - Sa, non ho visto neanche l'ombra di
Moorwood da... credo siano pi di tre anni.  sempre stato un eremita, ma
non esce pi neanche a prendere un po' d'aria?
- Gli affari del signor Thaxter vanno bene. Gli affitti vengono riscossi
e le propriet curate. Questo  sempre stato il suo maggior piacere nella vi-
ta, e tale rimane. Ora, cosa devo dire al giovane signor Vernon, per favore?
A Vernon Thaxter avevano pubblicato un libro. Un romanzo giallo, mi
pareva di capire. Un libro vero, pubblicato da un vero editore di New
York. Avrebbe potuto essere la mia unica occasione di parlare con un vero
scrittore, pensai. Non mi importava se era pazzo, o se ne andava in giro
nudo come un verme. Conosceva un mondo che andava ben al di l dei
confini di Zephyr e, anche se questa conoscenza poteva averlo bruciato, io
ero interessato a scoprire qualcosa di pi sulle sue esperienze con la scato-
la magica. - Io vorrei andare - dissi.
- Devo presumere che sia un s? - chiese il signor Pritchard ai miei
genitori.
- Non saprei, Tom - disse mia madre. - Forse dovrebbe andare an-
che uno di noi, non si sa mai.
- Comprendo la sua esitazione, signora Mackenson. Le posso dire solo
che mia moglie e io sappiamo che il signorino Vernon  un uomo gentile,
intelligente e sensibile. Non ha amici. Suo padre non gli , e non gli  mai
stato, molto vicino. - Di nuovo quello sguardo di ghiaccio negli occhi del
signor Pritchard. - Il signor Thaxter ha una mente a senso unico. Non ha
mai voluto che il signorino Vernon diventasse uno scrittore. In realt, solo
di recente ha permesso che la biblioteca tenesse copie di La luna, mia pa-
drona.
- Che cosa gli ha fatto cambiare idea? - chiese la mamma.
- Gli anni e le circostanze - rispose il signor Pritchard. - Il signor
Thaxter ha finalmente capito che il signorino Vernon non  portato per gli
affari. Come ho detto,  un uomo molto sensibile. - Lo sguardo di ghiac-
cio svan, l'uomo sbatt le palpebre e offr persino l'ombra di un sorriso. -
Scusatemi. Non era mia intenzione divagare su argomenti con i quali, sono
sicuro, non volete essere seccati. Ma il giovane signor Vernon  impazien-
te di ricevere una risposta. Posso dirgli di s?
- Se pu venire anche uno di noi, s - gli disse pap. - Ho sempre
desiderato vedere l'interno di quella casa. - Guard la mamma. - Va be-
ne per te?
Lei ci pens su un minuto. Attesi i segnali della sua decisione: quando si
morsicava il labbro inferiore di solito era un no, mentre un sospiro e una
leggera contrazione della bocca preludevano a un s. Usc il sospiro e poi
la bocca si contrasse. - S - disse.
- Molto bene. - Il sorriso del signor Pritchard era sincero. Sembrava
sollevato che fosse stata presa una decisione in senso affermativo. - Mi
hanno detto di informarvi che passer a prendervi qui sabato sera alle sei e
mezza. Va bene per lei, signore?
La domanda era diretta a me. Risposi che mi andava benissimo.
- Arrivederci. - Ci rivolse un inchino cerimonioso e si avvi verso la
macchina dalla carrozzeria di raso nero. Il rumore che fece la macchina
quando si mise in moto era come una musica sommessa. Quindi, il signor
Pritchard part e svolt alla prima traversa verso l'ampia curva in salita di
Temple Street.
- Spero che vada tutto bene - disse la mamma come rientrammo in
casa. - Devo dire che il libro di Vernon mi ha fatto venire la pelle d'oca.
Pap si sedette nuovamente in poltrona e riprese in mano la pagina spor-
tiva, l dove si era interrotto. Tutti i titoli parlavano delle partite di football
degli Alabama e degli Auburn, i riti dell'autunno. - Ho sempre desiderato
vedere dove vive il vecchio Moorwood. Credo che questa sar l'unica oc-
casione che avr mai. E comunque, Cory avr la possibilit di parlare con
Vernon di romanzi.
- Ges, spero che non scriverai mai qualcosa di cos raccapricciante
come quel romanzo - mi disse la mamma. - Ed  strano, perch tutte
quelle parti cos orribili sembravano inserite dove non avrebbero dovuto
essere. Sarebbe stato un buon libro, che parlava di una piccola citt, se non
ci fossero stati tutti quegli assassinii.
- Gli assassinii accadono - disse pap - come sappiamo bene.
- S, ma la vita non dovrebbe essere materiale sufficiente per un buon
libro? E quella mannaia insanguinata in copertina... be', io non l'avrei letto
se non ci fosse stato sopra il nome di Vernon.
- La vita non  tutta rose e fiori - disse pap posando il giornale. -
Io vorrei che lo fosse, Dio solo sa quanto lo vorrei, ma la vita  tanto dolo-
re e confusione quanto gioia e ordine. Anzi, probabilmente pi confusione
che ordine. Credo che quando te ne rendi conto - fece un debole sorriso e
mi guard con occhi tristi -  quando cominci a "crescere". - Cominci
a leggere un articolo sulla squadra di calcio degli Auburn, quindi mise
nuovamente da parte il giornale, colpito da un altro pensiero. - Sai cos'
strano, Rebecca? Tu hai pi visto Moorwood Thaxter negli ultimi due o tre
anni? Lo hai visto anche una sola volta? Alla banca, dal barbiere o da
qualche altra parte in citt?
- No, non l'ho visto. E probabilmente non saprei riconoscerlo, anche se
lo vedessi.
-  un signore anziano alto e magro. Porta sempre abiti neri e un farfal-
lino nero. Ricordo le volte in cui l'ho visto da ragazzo. Sembrava vecchio e
rinsecchito. Da quando  morta sua moglie esce molto di rado. Ma mi
sembra che avremmo dovuto vederlo qualche volta, di tanto in tanto, non ti
pare?
- Io non avevo mai visto neanche il signor Pritchard prima di stasera.
Immagino che siano tutti eremiti.
- Tranne Vernon - dissi io. - Finch non si mette a far freddo, cio.
- Giusto come la pioggia - disse pap. - Domani lo chieder in giro.
Cercher di scoprire se qualcuno che conosco ha visto Moorwood recen-
temente.
- Perch? - La mamma aggrott la fronte. - Che importanza ha?
Probabilmente lo vedrai sabato sera.
- Se non  morto - fu la sua risposta. - Non sarebbe incredibile?
Voglio dire, se Moonvood fosse morto da due o tre anni, e tutti che si met-
tono sull'attenti quando sentono il suo nome, perch la sua morte  stata
tenuta segreta?
- E perch avrebbe dovuto essere tenuta segreta? Con quale scopo?
Pap si strinse nelle spalle, ma sapevo che stava pensando a tutto gas. -
Tasse di successione, forse. Oppure familiari avidi di denaro. Problemi le-
gali. Potrebbero esserci un sacco di motivi. - Un sorriso gli pass fugace
sulle labbra e gli occhi gli brillarono. - Vernon dovrebbe saperlo. Non sa-
rebbe fantastico se un uomo pazzo che va in giro nudo possedesse gran
parte della citt e tutti facessero quello che dice lui, convinti che fosse
Moonvood a dare ordini? Come la notte in cui tutta la citt si  mobilitata
per impedire che Bruton venisse spazzata via dalle acque? Ho sempre pen-
sato che fosse strano. Moorwood  sempre stato pi interessato a tenere i
soldi ben stretti in pugno che a darli ai buoni samaritani, anche se  stato
necessario minacciarli per fargli fare i buoni.
- Forse  cambiato - sugger la mamma.
- S, immagino che succeda cos quando si muore.
- Avrete modo di scoprirlo sabato sera - disse la mamma.
S, sabato sera. Al momento, per, io dovevo affrontare il Demonio e
sentirmi dire quanto sarebbe stata divertente la sua festa di compleanno e
che tutta la classe sarebbe stata presente. Proprio come mio padre stava in-
dagando per sapere se qualcuno avesse visto Vernon Thaxter, durante la
ricreazione io chiesi ai miei compagni se sarebbero andati alla festa di
compleanno del Demonio.
Nessuno voleva andare. I pi fecero commenti che mi portarono a crede-
re che avrebbero preferito mangiare uno dei suoi sandwich farciti di cacca
di cane piuttosto che andare a una festa in cui sarebbero stati alla merc di
questa famiglia di Munsters lanciacaccole. Io dissi che mi sarei sdraiato sui
carboni ardenti e avrei baciato la testa a quel russo calvo che batteva sul
tavolo con la scarpa, piuttosto che andare alla festa del Demonio e dover
sentire l'odore dei suoi puzzolentissimi parenti.
Ma, naturalmente, non lo dissi dove lei avrebbe potuto sentirmi. In real-
t, stavo cominciando a compiangerla un po', perch proprio non riuscivo a
trovare un solo ragazzine che volesse andare a quella festa.
Non so perch lo feci. Forse perch riflettei su come ci si doveva sentire
a invitare una classe intera di ragazzi, offrir loro torta e gelato senza che
dovessero neppure portare un regalo, e nessuno di loro accettasse. Era un
mondo crudele, e pensai che il Demonio era destinata ad averne pi di una
prova negli anni a venire.
Io non potevo andare a quella festa: sarebbe stato come andare a cacciar-
si nei guai da solo. Gioved, dopo la scuola, presi Razzo, andai da Wool-
worth's su Merchants Street e le comprai un cartoncino di auguri da quin-
dici centesimi, con sopra un cucciolo con un cappellino di buon complean-
no. Dentro, sotto la poesiola burlesca, scrissi "Buon compleanno dai tuoi
compagni di scuola". Quindi misi il cartoncino nella sua busta rosa e ve-
nerd arrivai in classe prima degli altri per mettergliela sul banco. Ringra-
ziai Dio che nessuno mi avesse visto: non sarei sopravvissuto.
Suon la campanella e Polmoni di cuoio prese il comando. Il Demonio
si sedette dietro di me. La sentii aprire la busta. Polmoni di cuoio inizi a
urlare contro un ragazzino di nome Reggie Duffy perch stava masticando
un chewing-gum all'uva. Questo faceva parte del piano globale: avevamo
scoperto che odiava l'odore del chewing-gum all'uva e cos quasi ogni
giorno qualcuno di noi si trasformava in un martire dalla bocca rosso scu-
ro.
Dietro di me, udii un debole sniff.
Fu tutto. Ma era un suono straziante. E pensare che quindici centesimi
potevano comprare una lacrima felice!
Durante la ricreazione, nel cortile polveroso dietro la scuola, il Demonio
svolazz da uno all'altro per mostrare il suo bigliettino. Tutti ebbero tanto
buon senso da far finta di esserne a conoscenza. Ladd Devine, un ragazzo
allampanato, con i capelli rossi tagliati cortissimi, che gi prometteva di
diventare un campione di football per la sua velocit, i passaggi lunghi e la
propensione alle mischie, cominci a raccontare a tutte le ragazze che era
stato lui a comprare il bigliettino, quando le sent dire che lo trovavano un
gesto dolce. Io non dissi niente. Il Demonio stava gi guardando Ladd con
l'amore negli occhi e un dito nel naso.
Sabato sera, all'ora stabilita, il signor Pritchard arriv a casa nostra sulla
lunga macchina nera. - Comportati bene a tavola! - mi ammon la
mamma, anche se le sue parole erano dirette pure a pap. Non ci eravamo
vestiti di tutto punto: "abbigliamento casual" significava camicie comode
con le maniche corte e jeans puliti. Pap e io salimmo sul sedile posteriore
della macchina e l'impressione che ne ricevetti fu quella di trovarmi in una
caverna foderata di visone e di pelle. Tra noi e il signor Pritchard c'era un
pannello di plastica trasparente. Part e prese la curva in salita diretto verso
il punto pi alto di Temple Street; dentro, non sentivamo n il rumore del
motore n le buche della strada.
In Temple Street, tra boschetti di querce e di pioppi, c'erano le case dei
notabili di Zephyr. C'era la casa di mattoni rossi del sindaco Swope, con
un vialetto circolare davanti. Pap mi indic la residenza di pietra bianca
del presidente della banca. Un po' pi avanti, c'era la casa del signor Sum-
pter Womack, il proprietario dello Spinnin' Wheel e, proprio di fronte, dal-
l'altra parte della strada, viveva il dottor Parrish.
Quindi, Temple Street finiva davanti a una cancellata di ferro battuto tut-
to ornato di volute. Oltre il cancello, un vialetto di ciotoli serpeggiava tra
due file di sempreverdi che stavano ritti come soldati sull'attenti. Le fine-
stre di casa Thaxter erano splendenti di luce, il tetto a spioventi coronato
da camini e torrette grassocce a forma di cipolla. Il signor Pritchard ferm
la macchina, scese ad aprire il cancello, e poi si ferm dall'altra parte per
richiuderlo. Per i pneumatici della macchina i ciotoli erano morbidi come
cuscini. Seguimmo la curva tra i pini profumati e il signor Pritchard si
ferm davanti a una grande tenda a baldacchino di cotone a righe blu e oro.
Sotto la tenda, un ingresso di piastrelle portava al massiccio portone. Pri-
ma che pap potesse azionare la maniglia, il signor Pritchard gli apr la
portiera. E poi il signor Pritchard, muovendosi con la grazia e la velocit
dell'argento vivo, ci apr il portone della dimora e noi entrammo.
Pap si blocc. - Perbacco! - fu tutto quello che riusc a dire.
Io provai lo stesso senso di soggezione. Descrivere l'interno della dimora
dei Thaxter con l'attenzione che merita  impossibile, ma io fui colpito dal-
la sua immensit, dagli alti soffitti con le travi a vista e i lampadari. Tutto
sembrava brillare, splendere, scintillare e i nostri piedi si posavano su
giardini di tappeti orientali. L'aria profumava di cedro e detergente per la
pelle. Alle pareti, dipinti incorniciati d'oro si crogiolavano sotto pozze di
luce. Un enorme affresco con una scena medievale adornava un'intera pa-
rete, e un'ampia scalinata saliva al secondo piano come la dolce curva della
spalla di Chile Willow. Vidi superfici di legno senza un nodo, pelle lucida-
ta, velluto spiegazzato, vetro colorato, e persino le lampadine dei lampada-
ri erano immacolate, senza neppure una ragnatela.
Da un corridoio comparve una donna della stessa et del signor Pri-
tchard. Portava un'uniforme bianca e i capelli, bianchi e vaporosi, erano
raccolti in uno chignon fermato con forcine d'argento. Aveva un viso ro-
tondo e grazioso, occhi azzurro chiaro e ci salut con la stessa cadenza del
marito. Pap mi aveva detto che erano inglesi. - Il signorino Vernon 
con i suoi treni - ci disse. - Desidererebbe che lo raggiungeste l.
- Grazie, Gwendolyn - disse il signor Pritchard. - Signori, volete
seguirmi? - Ci precedette per un corridoio fiancheggiato da altre stanze, e
noi affrettammo il passo per stargli dietro. Ci rendevamo conto che a-
vremmo potuto far stare in quella dimora parecchie case grosse come la
nostra, e sarebbe ancora avanzato lo spazio per un fienile. Il signor Pri-
tchard si ferm, apr un'alta doppia porta e noi sentimmo il lamento metal-
lico del fischio di un treno.
Ed ecco Vernon, nudo come il giorno in cui era uscito dal grembo di sua
madre. Era sporto in avanti, intento a esaminare qualcosa che teneva da-
vanti al naso, e noi avemmo una visione panoramica del suo didietro.
Il signor Pritchard si schiar la gola, Vernon si volt, tenendo in mano
una locomotiva, e fece un sorriso cos largo che pensai che il volto gli si
sarebbe aperto in due. - Ah, eccovi qui! - disse. - Entrate! - E cos
facemmo. Nella stanza non c'erano mobili, a parte un enorme tavolo sul
quale trenini elettrici avanzavano sbuffando attraverso una distesa verde di
colline e foreste in miniatura e una piccola citt. Vernon stava pulendo le
ruote della locomotiva con un pennello da barba. - Polvere sui binari -
spieg. - Se si deposita pu far deragliare il treno.
Osservai la disposizione del plastico con pura meraviglia. Sette treni si
stavano muovendo contemporaneamente. Piccoli scambi venivano azionati
automaticamente, piccoli semafori ammiccavano, piccole macchine si fer-
mavano ai passaggi a livello. Disseminati qui e l per la foresta c'erano de-
gli alberi di Giuda dalle foglie rosse. La citt in miniatura aveva case e edi-
fici grandi come scatole di fiammiferi, dipinti in modo da imitare mattoni e
pietra. In fondo alla strada principale c'era un edificio gotico con una cupo-
la: il palazzo di giustizia dal quale ero fuggito, inseguito dal sindaco Swo-
pe. Le strade si inoltravano serpeggiando tra le colline. Un ponte attraver-
sava un fiume di vetro dipinto di verde e oltre i confini della citt c'era uno
specchietto lungo e ovale, dipinto di scuro. Il Saxon's Lake! Vernon aveva
persino dipinto la riva di rosso per imitare le rocce che si trovavano l. Vi-
di il campo da baseball, la piscina, le case e le strade di Bruton. Persino
una casa dipinta con i colori dell'arcobaleno, in fondo a una strada che do-
veva essere Jessamyn Street. Trovai la Route 10, che correva lungo la fo-
resta che si apriva per dare spazio al Saxon's Lake. Stavo cercando una ca-
sa in particolare. S, c'era, grossa come l'unghia del mio pollice: il bordello
della signorina Grace. Sulle colline boscose a occidente, tra Zephyr e
Union Town, fuori del plastico, c'era un segno tondo marrone, dove alcuni
alberi erano bruciati. - Qui qualcosa ha preso fuoco - dissi.
-  dove  caduta la meteora - rispose Vernon senza neanche guarda-
re. Soffi sulle ruote della locomotiva, un Amazing Colossal Man nudo.
Trovai Hilltop Street e la nostra casa al limitare dei boschi. Poi seguii
l'ampia curva di Temple Street, ed ecco la dimora in cui ci trovavamo in
quel momento, fatta di cartone.
- Tu sei qui, Cory. Tutti e due siete qui. - Vernon indic con la mano
destra una scatola da scarpe, vicino a un mucchietto di vagoni, pezzi di bi-
nario e fili. Sul coperchio della scatola c'era scritto PERSONE col pastello
nero. Sollevai il coperchio e guardai dentro. Vidi centinaia di persone pic-
cole piccole, con la pelle e i capelli meticolosamente dipinti. Tutti nudi.
Uno dei treni in movimento lanci un fischio acuto, come il verso di un
uccello. Un altro era trainato da una locomotiva a vapore che soffiava cer-
chi di fumo grossi come mentine Cherrios. Pap gir intorno al gigantesco
plastico con la bocca spalancata. - C' proprio tutto, vero? - chiese. -
Su Poulter Hill ci sono persino le lapidi! Signor Thaxter, come ha fatto a
fare tutto questo?
Lui alz gli occhi dal suo lavoro. - Io non sono il signor Thaxter -
disse. - Io sono Vernon.
- Ah, d'accordo. Vernon, allora. Come ha fatto a fare tutto questo?
- Non in un giorno, questo  sicuro - rispose Vernon e sorrise di nuo-
vo. Da lontano il suo viso sembrava quello di un ragazzo; da vicino, per,
si vedevano le rughe intorno agli occhi e due linee pi profonde che gli in-
corniciavano la bocca. - L'ho fatto perch amo Zephyr. L'ho sempre ama-
ta. L'amer sempre. - Lanci un'occhiata in direzione del signor Pritchard
che era rimasto ad aspettare sulla porta. - Grazie, Cyril. Pu andare. Ah,
no... aspetti. Il signor Mackenson  stato informato?
- Informato di cosa?
- Ehm... il signorino Vernon vuole cenare solo con suo figlio. Vuole
che lei mangi in cucina.
- Non capisco. Perch?
Vernon continuava a guardare fisso il signor Pritchard. Questi disse: -
Perch ha invitato a cena suo figlio. Lei  venuto, da quanto capisco, a far-
gli da chaperon. Se ha ancora delle... ehm... riserve, lasci che le dica che la
sala da pranzo  attigua alla cucina. Noi ceneremo mentre suo figlio e il si-
gnorino Vernon sono in sala da pranzo. Lui vuole cos, signor Mackenson.
- Quest'ultima frase fu pronunciata in tono rassegnato.
Pap mi guard, e io mi strinsi nelle spalle. Capivo che non gli piaceva
quella sistemazione, ed era l l per fare fagotto.
- Lei  qui - disse Vernon. Pos la locomotiva su un binario e questa
part sferragliando. - Tanto vale che resti.
- Tanto vale - feci eco io.
- Le piacer la cena. Gwendolyn  un'ottima cuoca - aggiunse il si-
gnor Pritchard.
Pap incroci le braccia sul petto e guard i treni. - Va bene - disse
piano.
- Bene! - Ora Vernon si illumin veramente. -  tutto, Cyril.
- S, signore. - Il signor Pritchard ci lasci e le porte si richiusero alle
sue spalle.
- Lei fa il lattaio, vero? - chiese Vernon.
- S. Lavoro alla Green Meadows.
- Mio padre  proprietario della Green Meadows. - Vernon mi pass
vicino e gir intorno al tavolo per controllare la giunzione di alcuni fili. -
 da quella parte. - Indic un punto fuori dal tavolo con un braccio ma-
gro, in direzione del caseificio. - Lo sa che il prossimo mese a Union
Town aprir un nuovo negozio di alimentari? Hanno quasi finito di co-
struire il centro commerciale. Diventer quello che chiamano un super-
mercato. E avranno un intero reparto dedicato al latte in contenitori di pla-
stica, ci crederebbe?
- Contenitori di plastica? - grugn pap. - Che mi venga...
- Tutto sta diventando di plastica - disse Vernon. Allung una mano e
raddrizz una casa. -  cos che sar il futuro: di plastica, tutto di plasti-
ca.
-  moltissimo tempo che non vedo suo padre, Vernon. Ieri ho parlato
con il signor Dollar. E anche con il dottor Parrish e il sindaco Swope. Sono
persino andato a parlare con qualcuno alla banca. Nessuno ha pi visto suo
padre da almeno due anni. Quei tipi alla banca hanno detto che il signor
Pritchard passa a ritirare i documenti importanti alla banca e li riporta fir-
mati da Moorwood.
- S, esatto. Cory, ti piace questa veduta a volo d'uccello di Zephyr? Ti
fa sentire come se potessi volare sopra i tetti, vero?
- S, signore. - Io avevo pensato proprio la stessa identica cosa un
minuto prima.
- Oh, non chiamarmi "signore". Chiamami Vernon.
- Abbiamo insegnato a Cory a rispettare le persone pi anziane - dis-
se pap.
Vernon lo guard con un'espressione sorpresa e sbigottita. - Anziane?
Ma se abbiamo la stessa et!
Per qualche secondo pap non rispose. E poi disse, con tono cauto: -
Ah.
- Cory, vieni qui a guidare i treni, d'accordo? - Era in piedi vicino a
una scatola di controllo con pulsanti e leve. - Sta arrivando il merci! Tu-
tuu!
Io andai alla scatola dei comandi, che mi sembrava complicata quanto
dividere le frazioni. - Cosa devo fare?
- Quello che vuoi - disse Vernon. -  l il bello.
Con molta esitazione, presi a girare i pulsanti e azionare le leve. Alcuni
treni si misero ad andare pi forte, altri pi piano. Ora la locomotiva a va-
pore fumava proprio. Il semaforo lampeggiava e i treni fischiavano.
- Moorwood  sempre qui, Vernon? - chiese mio padre.
- Si riposa.  su di sopra che si riposa. - L'attenzione di Vernon era
tutta concentrata sui treni.
- Posso vederlo?
- Nessuno va da lui quando si riposa - spieg Vernon.
- E quando non si riposa?
- Non lo so.  sempre troppo stanco per dirmelo.
- Vernon, vorrebbe guardarmi per favore? - Vernon si volt verso
mio padre, ma i suoi occhi continuavano a spostarsi in direzione dei treni.
- Moorwood  ancora vivo?
- Vivo, vivooo - disse Vernon. - Pesce vivooo. - Aggrott la fron-
te, come se solo allora avesse capito la domanda. - Ma certo che  vivo!
Chi pensa che mandi avanti tutti questi affari?
- Forse il signor Pritchard?
- Mio padre  su di sopra che riposa - ripet Vernon, pronunciando
con enfasi la parola "riposa". - Lei  un lattaio o un membro dell'Inquisi-
zione?
- Solo un lattaio - disse pap. - Un lattaio curioso.
- Che diventa sempre sempre pi curioso. Pi forte, Cory! Il numero
sei  in ritardo!
Continuai a girare i pulsanti. I treni sfrecciavano nelle curve e correvano
sulle colline.
- Mi  piaciuto il tuo racconto sul lago - disse Vernon. -  per quel-
lo che ho dipinto il lago di nero. Perch dentro c' un oscuro segreto, giu-
sto?
- S, sign... Vernon - mi corressi. Non mi ero ancora abituato a chia-
mare un adulto con il nome di battesimo.
- L'ho letto sul Journal. - Vernon allung la mano verso una collina e
raddrizz un albero storto, e la sua ombra cadde sulla terra. Fatto questo,
fece un passo indietro e osserv la citt. - L'assassino doveva sapere
quanto  profondo Saxon's Lake. Quindi deve essere uno del posto. Forse
vive in una di queste case, proprio qui a Zephyr. Ma, se ho capito bene, il
morto non  stato identificato e nessuno ne ha denunciato la scomparsa da
marzo a ora, quindi lui non  del posto. E allora, qual  il legame tra un
uomo che vive qui e un uomo che vive lontano da qui?
- Anche lo sceriffo vorrebbe saperlo.
- Lo sceriffo Amory  un brav'uomo - disse Vernon. - Solo che non
 un bravo sceriffo. Sarebbe lui il primo ad ammetterlo: non ha l'istinto del
cane da caccia, si lascia scappare gli uccelli dopo avergli messo le zampe
sopra. - Vernon, con la testa piegata di lato, si gratt un punto proprio
sotto l'ombelico. Quindi and verso una piastra di ottone attaccata al muro
e fece scattare due interruttori. Le luci della stanza si spensero e piccole
luci si accesero nelle case in miniatura. I treni seguivano la luce dei fari sui
binari. - Di mattina cos presto - riflett. - Se io avessi dovuto uccide-
re qualcuno, l'avrei fatto abbastanza presto da gettarlo nel lago quando fos-
si stato sicuro che nessuno passasse sulla Route 10. Perch l'assassino a-
vrebbe dovuto aspettare quasi fino all'alba per farlo?
- Vorrei tanto saperlo - disse pap.
Io continuavo a giocare con le leve e i pulsanti illuminati davanti a me.
- Deve trattarsi di qualcuno che non riceve le consegne a domicilio dal-
la Green Meadows - concluse Vernon. - Non ha pensato al giro dei lat-
tai, no? Sa cosa penso? - Pap non rispose. - Penso che l'assassino sia
un nottambulo. Penso che gettare quel corpo nel lago sia stata l'ultima cosa
che ha fatto prima di andare a casa a dormire. Io penso che se troviamo un
nottambulo che non beve latte, abbiamo trovato l'assassino.
- Non beve latte? Come c' arrivato?
- Il latte favorisce il sonno - disse Vernon. - All'assassino non piace
dormire e, se lavora di giorno, beve il caff nero.
La risposta di pap fu un grugnito soffocato, se di consenso o di simpa-
tia, non saprei.
Il signor Pritchard entr nella stanza buia per annunciare che la cena era
servita. Allora Vernon spense i treni e disse: - Vieni con me, Cory - e io
lo seguii, mentre pap andava col maggiordomo. Entrammo in una stanza
con file di armature e al centro un lungo tavolo con due posti apparecchia-
ti, uno di fronte all'altro. Vernon mi disse di sceglierne uno e cos io mi se-
detti dove potevo vedere l'immobile sfilata dei cavalieri. Nel giro di pochi
minuti entr Gwendolyn, portando un vassoio d'argento. Cominci cos
una delle pi strane cene della mia vita.
Mangiammo minestra di fragole con briciole di wafer alla vaniglia, poi
ravioli e torta di cioccolata serviti insieme sullo stesso piatto. Bevemmo
acqua con Fizzie effervescenti al limone e al lime, poi Vernon si mise in
bocca un'intera tavoletta di Fizzie e io mi misi a ridere quando la sua bocca
cominci a fare delle bolle verdi. Mangiammo hamburger con popcorn
imburrato e come dolce una coppa di impasto di torta al cioccolato di chia-
re d'uovo ancora da cuocere, cos soffice che si poteva mangiare col cuc-
chiaio. Mangiai quelle cose con piacere e con un senso di colpa: un ban-
chetto come quello era la gioia di un ragazzino, ma avrebbe fatto svenire
mia madre.
Non si vedeva una sola verdura: niente carote, niente spinaci, niente ca-
volini di Bruxelles. Dalla cucina mi arriv una zaffata che mi parve di stu-
fato di manzo e pensai che pap stesse consumando una cena da adulti.
Probabilmente non aveva idea di che cosa stesse dando l'assalto al mio
stomaco. Vernon era un commensale felice: rideva e rideva e finimmo tutti
e due col leccare le nostre coppette in un delirio sommerso di zucchero.
Vernon volle sapere tutto di me. Che cosa mi piaceva fare, chi erano i
miei amici, che libri mi piaceva leggere, che film andavo a vedere. Anche
lui aveva visto Gli invasori spaziali: era una cosa che avevamo in comune.
Mi disse che una volta aveva un enorme baule pieno di fumetti dei supere-
roi, ma suo pap glieli aveva fatti buttare via. Disse che aveva anche scaf-
fali pieni di romanzi degli Hardy Boys, finch un giorno suo padre si era
arrabbiato molto con lui e glieli aveva gettati nel caminetto. Disse che ave-
va tutte le riviste di Doc Savage, i libri di Tarzan e John Carter di Marte e
Shadow, e scatole piene di numeri di Argosy, Boy's Life e Weird Tales, ma
il suo pap aveva detto che era diventato troppo grande per quelle cose e
tutte, dalla prima all'ultima, erano finite nel fuoco o nella spazzatura e ora
erano cenere oppure erano coperte di terra. Disse che avrebbe dato un mi-
lione di dollari per riaverle indietro e che se io ne avevo qualcuna dovevo
tenerla per sempre perch erano magiche.
Una volta che si gettano le cose magiche nel fuoco o nella spazzatura,
disse Vernon, si finisce con mendicare la magia ovunque.
- Porter i calzoni arrotolati - disse Vernon.
- Come? - gli chiesi. Non lo avevo mai visto neanche con le mutande.
- Una volta ho scritto un libro - mi disse.
- Lo so. La mamma l'ha letto.
- Ti piacerebbe fare lo scrittore, un giorno?
- Credo di s - dissi - se sar capace, cio.
- Il tuo racconto era buono. Io scrivevo racconti, una volta. Pap diceva
che andava bene come hobby, ma che non dovevo dimenticare che un
giorno avrei avuto la responsabilit di tutto questo.
- Tutto questo cosa? - chiesi.
- Non lo so. Non me l'ha mai voluto dire.
- Ah. - Non so come, ma aveva un senso. - Perch non ha scritto un
altro libro?
Vernon fece per dire qualcosa: apr la bocca ma la richiuse. Rimase a
fissarsi le mani per qualche secondo, le dita tutte sporche di impasto di tor-
ta. Gli occhi avevano assunto uno strano luccichio.
- Avevo solo quello dentro di me - disse, alla fine. - Ho cercato e
cercato per vedere se ne trovavo un altro, ma non c'. Non c'era ieri, non
c' oggi... e non credo che ci sar domani.
- Come mai? - chiesi. - Non riesce a inventare una storia?
- Ti racconter una storia - disse.
Aspettai.
Vernon fece un respiro profondo e lo lasci uscire. I suoi occhi non met-
tevano a fuoco bene, come se stesse cercando di restare sveglio ma il son-
no lo stesse afferrando. - C'era un ragazzo - cominci - che scrisse un
libro su una citt. Una piccola citt, pi o meno come Zephyr. S, molto
simile a Zephyr. Questo ragazzo scrisse un libro e gli ci vollero quattro an-
ni per finirlo. E mentre questo ragazzo stava scrivendo il suo libro, il suo
pap... - Sembr perdere il filo.
Aspettai.
- Suo... pap... - Vernon aggrott la fronte, cercando di ritrovare i
suoi pensieri. - S - riprese - il suo pap gli diceva che era soltanto
uno stupido. Glielo diceva giorno e notte. Stupido, maledetto stupido. Per-
dere il tuo tempo a scrivere un libro quando dovresti imparare a fare i tuoi
affari. E per questo che ti ho cresciuto. Gli affari. Non ti ho cresciuto per-
ch tu passassi il tuo tempo a deludermi e a gettar via le tue occasioni, ti
ho cresciuto per gli affari e tua madre ti guarda dalla tomba perch hai de-
luso anche lei. S, le hai spezzato il cuore quando hai fallito al college ed 
per questo che ha preso quelle pillole, per questa ragione, solo per questa
ragione. Perch tu hai fallito e tutti i soldi che ho sprecato avrei dovuto
gettarli dalla finestra, che se li prendessero gli straccioni, bianchi e negri.
- Vernon sbatt le palpebre. Sembrava che qualcosa nel suo viso si fosse
incrinato. - Di colore, aveva detto il ragazzo. Dobbiamo essere civili.
Capisci, Cory?
- Io... non...
- Secondo capitolo - disse Vernon. - Quattro anni. Il ragazzo sop-
port per quattro anni. E scrisse questo libro sulla citt e sulla gente che vi
viveva e che l'aveva resa cos com'era. E forse non c'era una vera e propria
trama, forse non c'era niente che ti afferrava per la gola e ti scuoteva, ma il
libro parlava della vita. Era il flusso della vita, le voci, le piccole cose quo-
tidiane che formano i ricordi della vita. Scorreva lentamente come il fiume
e non si sapeva mai dove si sarebbe andati a finire finch non ci si arriva-
va, ma il viaggio era dolce e profondo e ti lasciava col desiderio di altro.
Era vivo in un modo in cui la vita del ragazzo non era stata mai. - Rimase
a fissare il nulla per qualche secondo. Guardai le dita sporche di cioccolata
che afferravano il bordo del tavolo. - Trov un editore - prosegu Ver-
non. - Un vero editore di New York. Sai,  l il cuore delle cose.  l che
nascono i libri, centinaia di migliaia di libri, e ognuno di questi libri  un
figlio diverso e speciale, alcuni camminano diritti, altri sono storpi, ma
vengono al mondo tutti l. Il ragazzo ricevette una telefonata da New York
in cui gli dicevano che gli avrebbero pubblicato il libro ma gli chiesero di
fare qualche cambiamento per migliorarlo ancora e il ragazzo era cos feli-
ce e cos orgoglioso che disse di s, che voleva che fosse il meglio che po-
teva essere. - Gli occhi di Vernon si mossero, seguendo immagini nell'a-
ria.
- Cos - disse Vernon a voce bassa - il ragazzo fece i bagagli, men-
tre suo padre continuava a dirgli che era uno stupido e che sarebbe tornato
indietro strisciando e allora si sarebbe visto chi aveva ragione. E quel gior-
no il ragazzo fu molto cattivo, e disse a suo padre che piuttosto di tornare
l'avrebbe visto prima all'inferno. Prese un autobus da Zephyr a Birmin-
gham e poi un treno da Birmingham a New York ed entr in un ufficio in
un alto edificio per scoprire che cosa sarebbe successo al suo figliolo.
Vernon scivol nuovamente nel silenzio. Prese la sua coppetta, cercando
ancora qualcosa da leccare. - E cosa successe? - chiesi.
- Gli dissero - sorrise, ma era un sorriso desolato. - Gli dissero che
si trattava di affari, come ogni altra cosa. Abbiamo studi e grafici e numeri
sul muro. Sappiamo che quest'anno la gente vuole libri gialli, con delitti, e
la tua citt sarebbe uno sfondo perfetto. Gialli con delitti, dissero. Per far
rabbrividire la gente. Dobbiamo competere con la televisione, dissero. Non
 pi come una volta, quando la gente aveva tempo di leggere. La gente
vuole dei gialli e abbiamo i grafici sul muro che lo provano. Dissero che se
il ragazzo avesse inserito un delitto nel libro, e non sarebbe stato difficile,
dissero, per niente difficile, allora gli avrebbero pubblicato il libro, col
nome del ragazzo proprio sulla copertina. Ma dissero che non gli piaceva il
titolo, La citt della luna. No, non andava bene. Potresti scriverlo pi rea-
listico? Dissero che quell'anno avevano bisogno di uno scrittore pi duro.
- E lui lo fece? - chiesi.
- Oh, s. - Vernon annu. - Oh, s, lo fece. Tutto quello che vole-
vano, perch era cos vicino, cos vicino, che ne sentiva gi il sapore. E sa-
peva che il suo pap lo stava guardando. Lo fece. - Il sorriso di Vernon
era come una ferita fresca su una vecchia cicatrice. - Ma si erano sbaglia-
ti. Era molto, molto difficile da fare. Il ragazzo prese una stanza in un al-
bergo e si mise al lavoro. Quell'albergo... era tutto quello che si poteva
permettere. E mentre lavorava, su quella macchina per scrivere in affitto,
in quella stanzetta squallida, qualcosa di quell'albergo e di quella citt en-
tr dentro di lui e attraverso le sue dita si infil nel libro. E poi, un giorno,
lui non seppe pi dov'era. Si era perso, e non c'erano cartelli che gli dices-
sero dove andare. Sentiva la gente piangere e vedeva gente ferita, e qual-
cosa dentro di lui si chiuse come un pugno e desiderava solo di arrivare al-
l'ultima pagina e andarsene via. Alla notte, sentiva suo padre ridere. Lo
sentiva dire: stupido, piccolo stupido, avresti dovuto restartene a casa. Per-
ch il suo pap era dentro di lui, e lo aveva seguito da Zephyr fino a New
York.
Gli occhi di Vernon si serrarono per alcuni dolorosi secondi. Poi si ria-
prirono e vidi che erano contornati di rosso. - Quel ragazzo, quel piccolo
stupido, prese i loro soldi e corse via. Torn a Zephyr, alle colline pulite,
torn dove poteva pensare. E poi il libro usc, con sopra il nome del ragaz-
zo, e lui vide quella copertina e cap che aveva portato l la sua creatura e
l'aveva vestita come una prostituta e ora solo le persone che amavano il
brutto l'avrebbero desiderata. Volevano sguazzare dentro di lei, usarla e
gettarla via perch era solo una delle centinaia di migliaia, ed era storpia. E
quel ragazzo... quel ragazzo era stato lui... era stato quel ragazzo malvagio
e avido a fare tutto questo.
La sua voce si incrin in un suono che mi spavent.
Vernon si premette una mano sulla bocca. Quando la abbass un filo ar-
genteo di saliva gli pendeva dalle labbra. - Quel ragazzo - sussurr -
scopr molto presto... che quel libro era un fallimento. Molto presto. Li
chiam. Tutto, disse, far di tutto per salvarlo. E loro dissero abbiamo le
tabelle, i grafici, i numeri. Dissero che la gente era stanca dei gialli. Disse-
ro che la gente voleva qualcosa di diverso. Dissero che gli avrebbe fatto
piacere vedere il suo prossimo libro, per. Prometteva bene, dissero. Scrivi
qualcosa di diverso, sei giovane, dissero. Hai molti libri dentro di te. - Si
pul la bocca col dorso della mano, con un gesto lento e laborioso.- Il suo
pap aspettava. Rideva e rideva e rideva. La faccia di suo padre divenne
grande come il sole e ogni volta che la guardava il ragazzo si bruciava. Suo
padre gli disse, non sei in grado di portare le mie scarpe, e io le ho pagate
quelle scarpe. Sissignore. Ho pagato per quella camicia e quei pantaloni.
Tu conosci solo il fallimento, solo la sconfitta ed  tutto quello che cono-
scerai per il resto della tua vita e poi disse, se io morissi nel sonno stanotte
sarebbe perch tu mi hai ucciso con le tue sconfitte. E quel ragazzo rimase
ai piedi della scala, e pianse e gli disse: va pure, va' e muori. Vorrei tanto
che morissi... miserabile... figlio di puttana.
A quella terribile parola sussurrata vidi gli occhi riempirglisi di lacrime,
come se fosse stato trafitto da una lancia. Emise un debole gemito, il viso
straziato come quello di un dipinto spagnolo di un santo nudo che avevo
visto su National Geographic. Una lacrima gli scese lungo la mascella, se-
guita da una seconda che si perse in una macchia di cioccolata all'angolo
della bocca.
- Oh... - sussurr. - Oh... oh... no.
- Signorino Vernon? - La voce era bassa, ma le parole pronunciate
con decisione. Il signor Pritchard era entrato nella sala. Vernon non lo
guard neppure. Io feci per alzarmi, ma il signor Pritchard disse: - Signo-
rino Cory? Per ora resti dov', la prego. - Io rimasi seduto. Il signor Pri-
tchard attravers la sala e rest in piedi vicino a Vernon, allung una mano
e gliela mise delicatamente sulla spalla. - La cena  finita, signorino Ver-
non - disse.
L'uomo nudo non si mosse n rispose. Aveva gli occhi opachi e spenti, e
in lui non c'era niente di vivo, solo le lacrime.
-  ora di andare a letto, signore - disse il signor Pritchard.
Vernon disse con voce vuota e lontana: - Mi sveglier?
- Credo di s, signore. - Gli diede qualche colpetto sulla spalla: era un
tocco paterno. - Dovrebbe augurare la buona notte al suo ospite.
Vernon mi guard. Era come se non mi avesse mai visto prima, come se
fossi un estraneo in casa sua. Ma poi i suoi occhi tornarono a essere vivi,
lui tir su col naso e mi rivolse un sorriso fanciullesco. - Polvere sui bi-
nari - disse. - Se si accumula, il treno pu deragliare. - Per un attimo
si accigli, ma fu solo una piccola tempesta passeggera. - Cory. - Il sor-
riso torn. - Grazie per aver cenato con me stasera.
- S, sign...
Alz un dito. - Vernon.
- Vernon - ripetei.
Si alz e io lo imitai. Il signor Pritchard mi disse: - Suo padre l'aspetta
in ingresso. Giri a destra e segua il corridoio, ci arriver. Io vi riporter a
casa tra pochi minuti. - Il signor Pritchard prese Vernon per un gomito e
lo guid verso la porta. Vernon si muoveva come un vecchio.
- Grazie per la cena, mi  piaciuta! - gli dissi.
Vernon si ferm e mi guard. Il suo sorriso andava e veniva, come il
lampeggiare di un neon rotto. - Spero che tu continui a scrivere, Cory. Ti
auguro solo cose belle.
- Grazie, Vernon.
Annu, soddisfatto che avessimo stabilito un rapporto. Si ferm ancora
una volta davanti alla porta della sala da pranzo. - Sai, Cory, a volte fac-
cio un sogno stranissimo. In questo sogno cammino per le strade in pieno
giorno senza vestiti. - Rise. - Completamente nudo! Te lo immagini?
Non ricordo di aver riso.
Vernon lasci che il signor Pritchard lo accompagnasse fuori. Io guardai
la carneficina dei piatti e provai un senso di nausea.
La porta d'ingresso fu facile da trovare. Pap era l. Dal modo in cui mi
sorrise, capii che non aveva la minima idea di quello cui avevo assistito.
- Avete fatto una bella chiacchierata? - Penso di aver borbottato una ri-
sposta soddisfacente. - Ti ha trattato bene? - Mi limitai ad annuire. Pap
era allegro e felice, ora che aveva la pancia piena di stufato di manzo e a-
veva visto che Vernon non mi aveva fatto alcun male. - Bella casa, vero?
- mi chiese, mentre andavamo verso la lunga macchina nera. - Una casa
cos...  impossibile calcolare quanto costi.
Non lo sapevo neanch'io. Ma sapevo che era pi di quanto un essere u-
mano dovesse mai pagare.
Restammo ad aspettare e poco dopo il signor Pritchard usc dal portone
per accompagnarci a casa.
4
La collera di Cinque Tuoni
Luned mattina scoprii che il Demonio mi aveva gi dimenticato. Ora
aveva occhi solo per Ladd Devine e le sue dita volubili lasciarono in pace
il mio collo. Era il bigliettino di buon compleanno che aveva provocato
questo, insieme alla dichiarazione dell'inconsapevole Ladd di essere stato
lui a mandarlo. Ladd sarebbe diventato un ottimo giocatore di football alle
superiori: da qui ad allora avrebbe avuto molte occasioni per allenarsi a
correre e a scartare.
A proposito del compleanno del Demonio, ci fu un ultimo fatto. Durante
la ricreazione, mentre era tutta presa a guardare Ladd passare la palla a
Barney Gallaway, le chiesi com'era andata la sua festa. Mi guard come se
fossi stato quasi invisibile. - Oh, ci siamo divertiti - disse, e i suoi occhi
tornarono a posarsi sulla futura stella del football. - Sono venuti i miei
parenti e abbiamo mangiato la torta e il gelato.
- Hai ricevuto qualche regalo?
- Uh-uh. - Cominci a mangiarsi un'unghia tutta sporca, coi capelli
sporchi e unticci sulla faccia. - Mamma e pap mi hanno regalato un
completo da infermiera, mia zia Gretna un paio di guanti fatti da lei e mia
cugina Chile una corona di fiori secchi da appendere alla porta come porta-
fortuna.
- Bene - dissi. -  proprio...
Ero stato l l per andarmene. Mi fermai su due piedi.
- Chile? - dissi. - Come si chiama di cognome?
- Purcell. Voglio dire, si chiamava. Si  sposata con un tizio e la ci-
cogna le ha portato un bambino piccino picci. - Il Demonio sospir. -
Ah, Laddy non  meraviglioso?
A volte Dio ha un senso dell'umorismo che mi fa proprio incavolare.
Settembre pian piano pass e una mattina arriv ottobre. Le colline era-
no striate di rosso e di oro, come se un mago avesse dipinto gli alberi nel
giro di una notte. Al pomeriggio faceva ancora molto caldo, ma alla matti-
na cominciava a esserci bisogno del maglione. Era l'estate indiana, quando
si cominciano a vedere le pannocchie di granoturco dai chicchi rossi e por-
pora nei cesti del negozio di alimentari e di tanto in tanto una foglia morta
scricchiola sul marciapiede.
A scuola, il nostro corso fece un'esercitazione con materiale dal vivo, il
che significa che ognuno doveva portare qualcosa di importante e spiegare
perch lo fosse. Io portai in classe un numero di Famous Monsters, la cui
vista probabilmente avrebbe fatto esplodere Polmoni di cuoio come un
bengala, ma mi avrebbe reso l'eroe degli oppressi. Davy Ray port il suo
disco di I Get Around e la fotografia di una chitarra elettrica che sperava di
imparare a suonare quando i suoi genitori avessero potuto permettersi di
pagargli le lezioni. Ben port un dollaro dei confederati. Johnny port la
sua collezione di punte di frecce, tutte nei cassettini separati di una scatola
metallica per attrezzi da pesca e avvolte nel cotone.
Erano meravigliose da guardare: grandi e piccole, ruvide e liscie, chiare
e scure. Richiamavano alla mente immagini di un viaggio nel tempo,
quando le foreste erano inesplorate e l'unica luce proveniva dai fuochi ac-
cesi dalle trib, e Zephyr esisteva soltanto nella fantasia di uno stregone.
Johnny faceva raccolta di punte di frecce da quando lo conoscevo, cio sin
dal secondo anno delle elementari. Mentre noi altri correvamo e giocava-
mo senza pensare neanche per un attimo a quella crepa polverosa nota col
nome di storia, Johnny esplorava i sentieri e i letti dei torrenti alla ricerca
di quei piccoli appuntiti segni delle sue radici. Ne aveva raccolte pi di
cento, le aveva pulite con amore - ma non verniciate, perch sarebbe stato
un insulto alla mano che aveva scolpito la selce - e le aveva riposte nella
scatola per gli attrezzi da pesca. Pensavo che le tirasse fuori, alla sera, nel-
la sua stanza, e che guardandole fantasticasse sul tipo di vita che doveva
esserci duecento anni prima nella Adams Valley. Mi chiesi se avesse mai
immaginato che ci fossero quattro amici, quattro ragazzini indiani, che a-
vevano quattro cani e quattro pony veloci, che vivevano in teepee nello
stesso villaggio e parlavano della vita e della scuola e di altre cose. Non
gliel'ho mai chiesto, ma penso che lo facesse.
Quella mattina, prima dell'inizio delle lezioni e dell'esercitazione - che
attendevo con timore da giorni, al pensiero di cosa il Demonio ci avrebbe
portato da ammirare - i miei amici e io ci trovammo al solito posto, vicino
al castello d'arrampicata nel cortile polveroso, dopo aver legato le nostre
biciclette allo steccato insieme ad altre decine. Ci sedemmo al sole perch
la mattinata era fresca e il cielo sereno. - Aprila - disse Ben a Johnny.
- Dai, faccele vedere.
Non fu necessario insistere perch Johnny facesse scattare il gancio del
coperchio. Le teneva protette come gioielli rari, ma non era avaro nel divi-
dere con altri la loro bellezza. - Questa l'ho trovata sabato scorso - dis-
se, svolgendo un batuffolo di cotone e tirandone fuori una piccola punta
grigio chiaro. - Si capisce benissimo che chi l'ha fatta aveva fretta. Vede-
te come sono grezze e irregolari le incisioni? Non ci ha perso molto tempo.
Voleva solo fare una freccia per andare a cacciare qualcosa da mangiare.
- Eh s, e dalla misura ci scommetto che tutto quello che ha preso  sta-
ta una tartaruga - comment Davy Ray.
- Forse era un cattivo tiratore - disse Ben. - Forse sapeva che pro-
babilmente l'avrebbe persa.
- Potrebbe essere - convenne Johnny. - Forse era un ragazzo e que-
sta era la sua prima freccia.
- Se per mangiare avessi dovuto dipendere dalle punte delle frecce -
dissi - io sarei morto di fame.
- Certo che ne hai tante. - Le dita di Ben prudevano dal desiderio di
esplorare la cassetta, ma rispettava la propriet di Johnny. - Ne hai una
che  la tua favorita?
- S.  questa. - Johnny prese un batuffolo di cotone, lo apr e ce la
mostr.
Era nera, liscia e quasi perfetta.
La riconobbi.
Era la punta che Davy Ray aveva trovata nel profondo del bosco durante
la nostra escursione.
-  una bellezza - convenne Ben. - Sembra che sia stata lucidata
con l'olio, vero?
- L'ho solo pulita, nient'altro. Per brilla. - Sfreg la punta tra le dita
scure e la pos nella mano paffuta di Ben. - Sentila - disse Johnny. -
Non si sente quasi nessuna incisione.
Ben la pass a Davy Ray, che la pass a me. La punta aveva una piccola
scheggiatura, ma sembrava quasi sciogliertisi in mano. Sfregandola nel
palmo della mano, era difficile dire dove finisse la punta e dove comin-
ciasse la carne. - Chiss chi l'ha fatta? - dissi.
- Gi, anche a me piacerebbe saperlo. Chiunque abbia fatto questa, non
aveva fretta. Chiunque l'abbia fatta voleva una buona punta, una che volas-
se veramente, anche se poi l'avrebbe persa. Le punte erano pi che l'estre-
mit di una freccia per gli indiani: erano come il denaro e dimostravano
quanta cura uno ponesse nel fare le cose. Dimostravano se eri un buon
cacciatore, se per prendere qualcosa avevi bisogno di molte frecce vecchie
oppure se avevi il tempo di farne alcune su cui potevi contare. Vorrei pro-
prio sapere chi l'ha fatta, questa.
Sembrava fosse importante per Johnny. - Ci scommetto che era un ca-
po - dissi io.
- Un capo? Davvero? - gli occhi di Ben si spalancarono.
- Sta per inventarsi una storia - gli disse Davy Ray. - Non credere a
una sola parola che dir d'ora in poi.
- Certo che era un capo! - dissi io, convinto. - S, era un capo ed era
il capo pi giovane che la trib avesse mai avuto! Aveva vent'anni e suo
padre era stato capo prima di lui!
- Oh, cielo! - Davy Ray tir su le ginocchia verso il petto, con un sor-
riso disincantato sul volto. - Cory, se facessero il concorso del pi gran
contaballe della citt, tu vinceresti il primo premio di sicuro!
Anche Johnny sorrise, ma i suoi occhi erano vivi per l'interesse. - Va'
avanti, Cory. Sentiamo. Come si chiamava?
- Non lo so. Si chiamava... Cervo Che Corre...
- Non vale! - disse Ben. - Quello  un nome di ragazza, per gli in-
diani! Dagli un nome... un nome di guerriero. Come... Grande Mucchio di
Nubi!
- Grande Mucchio di Cacca! - disse Davy Ray schiamazzando. -
Quello sei tu, Ben!
- Si chiamava Grande Capo Tuono - disse Johnny, guardando me e
ignorando i due che bisticciavano. - No, anzi: Capo Cinque Tuoni, per-
ch era alto, scuro e...
- E aveva gli occhi storti - disse Davy Ray.
- Aveva un piede deforme - concluse Johnny e Davy Ray smise di ri-
dacchiare.
Io rimasi in silenzio, con la punta che mi brillava nel palmo della mano.
- Su, Cory - mi esort Johnny a voce bassa. - Raccontaci una storia
su di lui.
- Il Capo Cinque Tuoni. - Stavo pensando, mettendo insieme la sto-
ria, mentre le mie dita si stringevano e si aprivano intorno alla selce tiepi-
da. - Era un cherokee.
- Un creek - mi corresse Johnny.
- Un creek, come ho detto. Era un indiano creek e suo padre era un ca-
po, ma mor mentre era fuori a cacciare. Usc a caccia di cervi e lo trova-
rono, caduto gi da una roccia. Stava morendo, ma disse a suo figlio che
aveva visto Snowdown. S, l'aveva visto. Lo aveva visto da vicino, cos vi-
cino da vedere il pelo bianco e quelle corna grandi come alberi. Disse che
finch Snowdown fosse vissuto in quei boschi, il mondo sarebbe continua-
to. Ma se qualcuno avesse ucciso Snowdown, il mondo sarebbe finito. E
poi mor e Cinque Tuoni divent il nuovo capo.
- Credevo che un capo dovesse combattere per diventare capo - disse
Davy Ray.
- Ma certo! - risposi. - Lo sanno tutti. Dovette combattere contro un
gruppo di bulli che pensavano che toccasse a loro fare il capo. Ma a lui
piaceva pi la pace che combattere. Non  che non ne fosse capace, quan-
do proprio vi era costretto,  che sapeva quando era necessario combattere
e quando non lo era. Per aveva un caratteraccio.  per quello che non si
chiamava solo Tuono o Due Tuoni. Non si arrabbiava spesso, ma quando
lo faceva... si salvi chi pu! Era come cinque tuoni che esplodessero tutti
assieme.
- Sta per suonare la campanella - disse Johnny. - Cosa ne fu di lui?
- Lui... hmm... rimase capo molto a lungo. Fino a che non ebbe sessan-
t'anni. Poi pass la carica di capo a suo figlio, Volpe Saggia. - Gettai u-
n'occhiata verso l'ingresso: gli altri ragazzi stavano cominciando a entrare
a scuola. - Ma Cinque Tuoni fu il capo che ricordarono pi volentieri,
perch mantenne la pace tra la sua trib e le altre, e quando mor presero le
sue punte di freccia migliori e le sparpagliarono nei boschi perch le per-
sone le trovassero cent'anni dopo. Poi incisero il suo nome su una roccia e
seppellirono il suo corpo nel segreto luogo di sepoltura degli indiani.
- Ah, s? - Davy Ray rise. - E dov'?
- Non lo so - dissi. -  un segreto.
Emisero un lamento. La campanella suon, chiamando a raccolta tutti i
ragazzi. Io restituii la punta di freccia di Cinque Tuoni a Johnny, che l'av-
volse nel cotone e la rimise nella scatola per gli attrezzi. Ci alzammo e ci
avviammo attraverso il cortile, alzando nuvolette di polvere a ogni passo.
- Forse  esistito veramente qualcuno come il Capo Cinque Tuoni - dis-
se Johnny quando fummo vicini alla porta.
- Ma certo! - disse Ben. - L'ha detto Cory, no?
Davy Ray fece un verso di scherno, ma sapevo che non lo pensava ve-
ramente. Aveva un ruolo nel nostro gruppo, il ruolo dell'agitatore e del
"prendingiro", e lo recitava molto bene. Io sapevo com'era Davy Ray den-
tro: dopo tutto era lui che aveva fatto nascere Cinque Tuoni.
Sentii Ladd Devine esclamare: - Tieni lontano da me quelle teste di
scoiattolo! - Qualche ragazza strill e qualcun altro grid: - Che schifo!
- Il Demonio era in azione.
Come avevo previsto, la vista dei mostri del cinema nella sua classe fece
infuriare Polmoni di cuoio. Fece una scenata al cui confronto una sfuriata
di Cinque Tuoni sarebbe sembrata piuttosto il pigolio di un pulcino. Pol-
moni di cuoio chiese se i miei genitori sapevano con che genere di robac-
cia mi riempivo il cervello. Poi si lanci in una tirata su come tutta la de-
cenza e la seriet di questo mondo stesse andando in rovina, proprio in ro-
vina, e mi chiese perch non fossi interessato alla buona letteratura invece
che a quelle porcherie. Io rimasi seduto e affrontai le avversit con corag-
gio, come era mia dovere. Poi il Demonio apr la scatola da scarpe che a-
veva portato e la mise sotto al naso di Polmoni di cuoio che, alla vista di
quattro teste di scoiattolo brulicanti di formiche e gli occhi tenuti fuori con
uno stuzzicadenti batt velocemente in ritirata nella sala degli insegnanti.
Finalmente suon la campanella delle tre e, per un altro giorno, ci la-
sciammo la scuola alle spalle. Lasciammo Polmoni di cuoio in grado di
emettere solo rauchi sussurri. Fuori, nel cortile, sotto il caldo sole del po-
meriggio, nuvole di polvere si sollevavano nell'aria mentre noi ragazzi cor-
revamo verso la libert. Come al solito Davy Ray stava stuzzicando Ben
per qualcosa. Johnny pos la sua scatola per terra per slegare la bicicletta e
io mi inginocchiai per aprire il lucchetto a combinazione che teneva Razzo
al sicuro.
Successe molto in fretta, come sempre.
Emersero da una nuvola di polvere. Li sentii prima ancora di vederli.
Sentii un brivido sul collo.
- Quattro piccole checche tutte in fila - fu la prima osservazione sar-
castica.
Mi voltai di scatto, perch conoscevo quella voce. Davy Ray e Ben smi-
sero di litigare. Johnny alz lo sguardo, con gli occhi scuri di paura.
- Eccoli qui - disse Gotha Branlin, con Gordo al suo fianco. Ostenta-
vano i loro ghigni come rasoi aperti, tendendo le biciclette nere acquattate
dietro di loro. - Non sono carini, Gordo?
- Gi, davvero!
- Cos' questo?- Con un movimento rapidissimo, Gotha mi strapp di
mano la rivista che avevo portato per l'esercitazione. Si lacer lungo la
pinzatura e, sulla copertina, il Conte Dracula di Christopher Lee sibil fu-
rioso e impotente.
- Guarda che stronzate! - disse Gotha a suo fratello e Gordo rise ve-
dendo la fotografia del sinuoso robot femminile di Metropolis. - Guarda,
si vedono le tette! - disse Gordo. - Dammela! - Afferr la pagina, Go-
tha gliela strapp via e tra le loro mani l'immagine si dissolse come con-
sumata da un acido. Gotha ebbe la parte pi grossa, la parte che mostrava
una fugace visione di seni metallici, che fin accartocciata e sporca nella
tasca dei suoi jeans. - Brutto schifoso, dammela! - url Gordo e tent di
strappargli di mano il resto della rivista, mentre Gotha tirava dall'altra par-
te. In un attimo anche le ultime graffette cedettero e le pagine di sogni scu-
ri e scintillanti, eroi e cattivi, visioni fantastiche volarono via nella polvere
come pipistrelli alla luce del giorno. - L'hai rovinato! - strill Gotha e
diede al fratello uno spintone cos forte che Gordo fin col sedere per terra
spruzzando un geyser di saliva dalla bocca. Si tir su a sedere, la faccia
trasformata dalla rabbia e un'espressione indescrivibile negli occhi, ma Go-
tha si prepar a colpirlo con un pugno e gli and sopra come Godzilla su
Ghidrah. - Su, provaci! - disse Gotha. - Provaci!
Gordo rimase dov'era. Il suo gomito stava stritolando una figura di King
Kong che combatteva contro un serpente gigante dalla pelle umida. Anche
i mostri avevano i loro scontri e le loro battaglie mortali. La faccia di Gor-
do era dura e accanita. Qualsiasi altro ragazzo che avesse preso un colpo
simile avrebbe singhiozzato almeno una volta. Immaginai che in casa
Branlin le lacrime fossero rare come i denti di drago, e tutte quelle lacrime
trattenute e quella rabbia che covava avessero trasformato Gotha e Gordo
in quello che erano: due animali che non potevano scappare dalle gabbie
che si erano costruite, per quanto forte picchiassero e per quanto lontano
imperversassero su quelle biciclette come avvoltoi.
Avrei anche potuto compatirli, se avessero lasciato spazio alla compas-
sione. Ma poi Gotha disse: - Cosa c' qui dentro? - e prese la scatola da
terra prima che Johnny potesse pensare a ritrarla. Johnny emise un suono
strozzato mentre Gotha faceva scattare il gancio e sollevava il coperchio.
La grossa mano rozza si mise a frugare e ad aprire i batuffoli di cotone. -
Ragazzi! - disse, rivolto a Gordo. - Guarda un po' cos'ha l'indiano! Pun-
te di freccia!
- Perch non ci lasciate in pace? - chiese Davy Ray. - Noi non vi...
- Sta' zitto, testa di cazzo! - gli grid Gotha e Gordo si alz ridendo,
mettendo da parte per il momento l'odio fraterno. Presero a passare in ras-
segna la raccolta, con le dita che agguantavano e ghermivano. Non osavo
pensare cosa fosse la cena a casa Branlin.
- Quelle sono mie - disse Johnny.
Le parole non avevano mai fermato i Branlin prima e non lo fecero ne-
anche allora. - Appartengono a me - disse Johnny, con le guance coper-
te di sudore.
Quella volta, qualcosa nella voce di Johnny fece s che Gotha alzasse lo
sguardo. - Cos'hai detto, negro?
- Sono le mie punte di freccia. Io... io le rivoglio indietro.
- Le rivuole indietro! - lo canzon Gordo.
- Voi piccole checche avete cercato di metterci nei guai, vero? - Go-
tha aveva una manciata di punte nella mano destra. - Siete andati a pian-
gere dallo sceriffo perch nostro padre se la prendesse con noi, vero?
Quella tattica non distolse l'attenzione di Johnny. - Ridammele - dis-
se.
- Ehi, Gotha! Credo che l'indiano voglia le sue fottutissime punte!
- Ragazzi, perch non... - cominciai io, ma nel giro di un secondo
Gordo mi fu addosso e mi afferr per il davanti della camicia, sbattendomi
contro la cancellata.
- Piccola checca. - Gordo fece schioccare le labbra, come se mandas-
se dei baci. - Piccola checca affinocchiata.
Vidi l'occhio dorato di Razzo nel fanale, solo per un istante, come se
stesse valutando la situazione, e poi pi.
- Eccoti le tue punte di freccia, indiano - disse Gotha e gett quelle
che aveva in mano in mezzo al cortile. Johnny trem come se fosse stato
colpito da un colpo di vento. Guard la mano di Gotha frugare nella scato-
la, uscirne e gettare via le punte come se fossero pezzi di pietra senza valo-
re.
- Checca, checca, checca! - cantilen Gordo, mettendomi un braccio
nerboruto sul collo. Gli colava il naso e puzzava di olio di macchina e car-
ne bruciata sul barbecue.
- Piantala - dissi boccheggiando. Anche il suo alito non profumava
certo di violetta.
- Woo-woo, woo-woo! - Gotha inizi a scimmiottare una danza in-
diana continuando a gettare all'aria la collezione di Johnny. - Woo-woo,
woo-woo!
- Piantala! - url Davy Ray.
E poi le dita di Gotha si strinsero intorno a una punta di freccia liscia e
nera e quasi perfetta. Persino Gotha cap che quella era speciale, perch
nella sua vilt si ferm un attimo a guardarla.
- No! - disse Johnny con una nota di supplica nella voce.
Qualsiasi cosa Gotha potesse aver visto nella punta di freccia nera del
Capo Cinque Tuoni, fu solo un'immagine passeggera. Tir indietro il brac-
cio, con le dita aperte, e la punta vol via. And in alto in alto e poi cadde
tra le erbacce vicino al deposito della spazzatura, e sentii Johnny lamentar-
si come se fosse stato colpito da un pugno.
- Cosa te ne pare, india... - fece Gotha, ma non fin la frase perch un
attimo dopo Johnny fece un passo zoppicante e poi un salto e il suo pugno
part veloce, colpendo in pieno Gotha Branlin sul mento.
Gotha barcoll, sbatt le palpebre e il suo viso fu percorso da un'ondata
di dolore. Poi si pass la lingua sulle labbra e vidi che su di essa c'era del
sangue. Allora gett da parte la scatola degli attrezzi per la pesca e disse:
- Sei morto, negro!
- Prendilo Gotha! - url Gordo.
Johnny non avrebbe dovuto fare a botte. Lo sapevo, e anche lui lo sape-
va. I pugni dei Branlin lo avevano gi mandato all'ospedale una volta. Sof-
friva ancora, di tanto in tanto, di attacchi di vertigini e non era per niente
all'altezza di Gotha Branlin. - Corri, Johnny! - gridai.
Johnny aveva finito di correre.
Gotha and verso di lui ondeggiando. Un pugno colp Johnny sulla spal-
la e lo fece arretrare e poi scans un altro pugno diretto contro il suo viso,
colpendo invece Gotha nelle costole.
Io spinsi Gordo all'indietro con tutte le mie forze. Gordo allung una
mano per restare in equilibrio e si aggrapp al manubrio di Razzo. -
Merda! - esclam di colpo, ritir la mano e si guard le dita. Aveva del
sangue sul cuscinetto di carne tra il pollice e l'indice. - Questa bastarda
mi ha morso! - Pensai che si fosse tagliato con una vite o con una parte di
metallo appuntito, anche se pi tardi controllai Razzo e non trovai nessuna
vite e nessuno spigolo. Gordo si volt e moll un calcio a Razzo e fu allora
che Cinque Tuoni mi parl.
Mi disse, come aveva gi detto a Johnny: - Ora basta.
Non ero un picchiatore. Se Gordo voleva farsela a calci, per me andava
bene. Feci un passo avanti, col sangue che mi bolliva, e gli mollai un cal-
cio su uno stinco che lo fece urlare e lo costrinse a ballare su una gamba
sola. Johnny e Gotha stavano lottando per terra, alzando nuvole di polvere.
Pugni si alzavano e colpivano e Davy Ray e Ben erano pronti a lanciarsi
nella mischia caso mai Gotha fosse finito sopra a Johnny e avesse iniziato
a tempestarlo di pugni. Johnny, per, resisteva bene. Si dibatteva, si divin-
colava e combatteva, col viso sudato e sbiancato dalla polvere. Gotha af-
ferr Johnny per i capelli, ma questi si liber. Un pugno colp Johnny sul
mento, ma lui non diede segno di sentir dolore. E poi si gett su Gotha
come un ragazzo che non aveva niente da perdere se non la propria dignit
e quando i suoi pugni arrivarono, fecero grugnire di dolore l'avversario che
cerc di raggomitolarsi come un verme che si contorce. - Dagliele! Da-
gliele! - lo incit una folla di spettatori che si era radunata intorno a
Johnny e a Gotha mentre questi lottavano per terra.
Ma Gordo stava venendo verso di me con un bastone in mano.
Non avevo proprio voglia di farmi rompere la testa o di lasciar fare a
pezzi Razzo. Saltai sulla bicicletta, sollevai il cavalletto con un calcio e
schizzai via cercando di mettere un bel po' di terreno tra me e lui. Pensai
che Gordo mi avrebbe lasciato perdere e allora avrei potuto gettarmi su di
lui e fargli cadere il bastone di mano. Mi sbagliavo. Gordo sal sulla sua
bicicletta nera e prese a pedalare dietro di me, lasciando Gotha solo a
combattere la sua piccola guerra.
Non avevo il tempo di gridare qualcosa a Ben e Davy Ray. E comunque
dubito che potessero sentirmi, sopra alle urla della folla assetata di sangue.
Girai Razzo in modo da evitare Gordo e pedalai freneticamente attraverso
il cortile, uscendo dal cancello e andando lungo il marciapiedi. Quando mi
voltai, Gordo stava guadagnando terreno, la testa puntata in avanti sul ma-
nubrio, le gambe che pompavano sui pedali. Cominciai a svoltare Razzo
nuovamente verso il cortile, per ricevere aiuto dai miei compagni.
Ma Razzo non me lo permise.
Si impunt. Il manubrio non voleva saperne di girare. Non ebbi altra
scelta che quella di continuare sul marciapiedi sconnesso, e qui successe
una strana cosa.
I pedali si misero a girare pi forte, cos forte che quasi non riuscivo a
tenervi i piedi appoggiati. Anzi, le mie scarpe da ginnastica scivolarono
pi di una volta, ma i pedali continuarono ad andare. La catena di Razzo
sbatteva sugli ingranaggi e si mise a fare un suono fortissimo e acuto.
Razzo correva, con me che non facevo altro che tenermi stretto contro di
lei, come se fossi stato su un cavallo imbizzarrito. La nostra velocit au-
ment, il vento mi sferzava tra i capelli. Mi voltai a guardare oltre la spal-
la: Gordo incombeva sempre su di me, come il giudizio universale.
Voleva la mia pelle e non si sarebbe fermato finch non l'avesse avuta.
Nel cortile, Gotha si rimise faticosamente in piedi. Prima che potesse ti-
rare un altro pugno, Johnny gli moll un calcio alla rotula e i due finirono
nuovamente a terra per la delizia degli astanti. Davy Ray e Ben si misero a
cercarmi e videro che Razzo non c'era pi, e Gordo e una delle biciclette
nere neppure.
- Oh oh! - disse Ben.
La bicicletta di Gordo era veloce. Avrebbe potuto battere qualsiasi altra
bicicletta di Zephyr, ma Razzo non era una qualsiasi altra bicicletta. Razzo
andava come un levriero e io non osavo pensare a cosa sarebbe potuto suc-
cedere se la catena fosse uscita dai denti. Oltrepassammo un uomo che sta-
va scopando le foglie morte dal vialetto, oltrepassammo due donne che
stavano parlando in un cortile. Io volevo fermarmi, ma tutte le volte che
cercavo di frenare si sentiva un sibilo acuto e arrabbiato e Razzo non ne
voleva sapere. All'incrocio seguente cercai di girare a destra, per cercare di
arrivare a casa. Razzo volle andare a sinistra e io gridai quando il manu-
brio gir bruscamente per svoltare e la ruota posteriore sband sul filo del
disastro. Ma Razzo tenne la strada e ripartimmo a tutta velocit, col vento
che mi batteva sui denti. - Cosa stai facendo? - urlai. - Dove stai an-
dando? - C'era solo una risposta a queste mie domande: Razzo era im-
pazzita.
Un'altra occhiata all'indietro mi disse che Gordo era ancora alle mie cal-
cagna, anche se stava ansimando ed era tutto rosso in faccia. -  meglio
che ti fermi! - mi grid. - Intanto ti prendo comunque!
Non se Razzo poteva evitarlo. Ma ogni volta che cercavo di guidarla
verso casa, Razzo si rifiutava di essere indirizzata. La bicicletta aveva una
sua meta, e io non avevo altra scelta che essere trascinato via con lei.
Nel cortile della scuola, tra turbini di polvere, i due duellanti si erano
rimessi in piedi. Gotha, che non era abituato al fatto che qualcuno si difen-
desse, stava dando segni di cedimento: lanciava pugni all'impazzata ed era
cos stanco che barcollava come un ubriaco. Johnny ballava avanti e indie-
tro facendo s che Gotha colpisse solo l'aria. Quando questi rugg di rabbia
e si gett in avanti, il ragazzo pi piccolo scart di lato e Gotha inciamp
nei suoi stessi piedi e cadde a faccia in gi, spellandosi il mento gi sbuc-
ciato contro i ciotoli. Si alz di nuovo, pesantemente. Attacc ancora una
volta e ancora una volta Johnny lo evit, usando il piede deforme come
Pan avrebbe fatto per piroettare su uno zoccolo. - Sta' fermo! - disse
Gotha ansimando. - Sta' fermo, negro! - Il petto gli si alzava e si abbas-
sava per l'affanno e la faccia era rossa come un pezzo di manzo.
- Va bene - disse Johnny, col naso che gli sanguinava e un taglio sul-
la guancia. - Vieni avanti.
Gotha lo caric. Johnny fece una finta verso sinistra. Pi tardi, Davy
Ray disse che era come guardare Cassius Clay in azione. Quando Gotha si
spost per seguire la finta, Johnny mise tutta la sua forza in uno swing che
colp Gotha in pieno sulla mascella e gli fece voltare la testa dall'altra par-
te. Ben disse che fu allora che vide gli occhi di Gotha girarsi all'indietro e
diventare bianchi. Ma Johnny aveva ancora un tuono dentro di s: fece un
passo in avanti e colp Gotha sulla bocca cos forte che tutti sentirono due
nocche rompersi con un secco rumore di spari.
Gotha, invece, non fece rumore, neanche un gemito.
Semplicemente cadde come un albero grosso e stupido.
Rimase l per terra, perdendo sangue. Un dente davanti gli scivol sul
labbro e poi Gotha cominci a tremare e a piangere in un silenzio duro e
amaro.
Nessuno gli offr aiuto. Qualcuno rise. Qualcun altro disse: - Andr a
piangere a casa dalla sua mamma!
Ben diede una pacca sulla schiena a Johnny. Davy Ray lo prese per le
spalle e gli disse: - Gliel'hai fatto vedere chi  un duro, eh?
Johnny si liber. Si pul il naso col dorso della mano, che il dottor Par-
rish gli avrebbe steccato per via delle due nocche rotte. I genitori di Johnny
gli avrebbero dato una bella lavata di capo. Avrebbero finalmente capito
perch aveva passato cos tanto tempo da solo nella sua stanza durante la
lunga estate calda, a leggere un libro che era stato acquistato per corri-
spondenza al prezzo di tre dollari e cinquanta centesimi. Si intitolava I
fondamenti della boxe e l'autore era Sugar Ray Robinson.
- Non sono cos duro - rispose Johnny. Si chin su Gotha e gli chiese:
- Vuoi una mano?
Io, per, non potevo avvalermi dell'esperienza di Sugar Ray. Io avevo
solo Razzo sotto di me e Gordo dietro, instancabile inseguitore, e quando
Razzo improvvisamente svolt con un colpo di frusta del manubrio e prese
un sentiero che si inoltrava nei boschi, io temetti che si stesse avvicinando
la resa dei conti.
Razzo si rifiutava di frenare, si rifiutava di rispondere ai frenetici strat-
toni che davo al manubrio. Se la mia bicicletta era impazzita, io dovevo
scendere. Mi preparai a saltare nei cespugli.
Ma proprio in quel momento sbucammo dagli alberi e davanti a noi si
present un grosso fosso pieno di erbacce e spazzatura e allora, con uno
scatto che mi fece rizzare i capelli in testa, Razzo spicc il volo.
Penso di aver urlato. So di essermela fatta addosso e di essermi ag-
grappato al manubrio con una tale forza che le mani mi fecero male per
giorni.
Razzo salt il fossato e atterr dall'altra parte con un impatto che mi fece
sbattere i denti e vibrare la colonna vertebrale come la corda di un arco ap-
pena scattata.
Il salto fu troppo anche per Razzo: il telaio vibr, i pneumatici slittarono
su uno strato di foglie e di aghi di pino e finimmo a terra, tutti annodati.
Vidi Gordo schizzare lungo il sentiero verso di me e la sua faccia trasfor-
marsi per il terrore quando vide il fosso che gli correva incontro. Fren,
ma andava troppo veloce per fermarsi in tempo. La sua bicicletta nera sci-
vol di lato e port Gordo con s, rovesciandosi tra le erbacce e la spazza-
tura.
Il fosso non era poi tanto profondo. Non era pieno di rovi o di sassi a-
guzzi. Gordo atterr dolcemente tra verdi e folti rampicanti trifogliati e un
guazzabuglio di oggetti: cuscini sventrati, coperchi di pattumiere, vecchie
teglie di alluminio, calzini e magliette a pezzi, stracci e roba simile. Gordo
si dibatt tra il fogliame per un minuto o due, districandosi dalla bicicletta
nera. Non era per niente provato dall'avventura. Disse: - Aspettami l,
schifoso. Aspetta che...
Improvvisamente url.
Perch c'era qualcosa nel fosso con lui.
Gli era atterrato proprio addosso, mentre stava finendo di mangiare l'ul-
tima torta al cocco rubata meno di dieci minuti prima dal davanzale di
qualche cucina.
E ora Lucifero, che non gradiva proprio dividere con altri il suo tesoro di
rifiuti, era molto, molto arrabbiata.
La scimmia schizz fuori dai rampicanti e salt addosso a Gordo, mo-
strando i denti, mentre col didietro spruzzava tutt'attorno una roba disgu-
stosa.
Gordo lott disperatamente per salvarsi. La scimmia rabbiosa gli strap-
pava morsi di carne dalle braccia, dalle guance, dall'orecchio, e quasi gli
divor un dito intero prima che Gordo, urlando come un pazzo e puzzando
come una fogna, riuscisse a tirarsi fuori dal fosso e fuggire di corsa. Luci-
fero si lanci all'inseguimento, schiamazzando, sputando e scagazzando e
l'ultima immagine che ebbi di loro fu Lucifero appollaiata sulla testa di
Gordo, tutta intenta a strappargli ciocche di capelli ossigenati, mentre ca-
valcava il poverino come un imperatore su un elefante.
Tirai Razzo su da terra e vi montai sopra. Ora era docile, svuotata della
sua ostinata voglia di combattere. Prima di rimettermi a pedalare, alla ri-
cerca di un sentiero, pensai a come si sarebbe sentito Gordo di l a qualche
giorno, la faccia e le braccia gonfie per i morsi, quando si fosse reso conto
che quei verdi rampicanti trifogliati nel regno di Lucifero, altro non erano
che edera del Canada, pregna di micidiale e subdolo veleno. Sarebbe stato
una piaga ambulante. Ammesso che potesse ambulare.
- Sei perfida - dissi a Razzo.
La nera bicicletta sconfitta giaceva in fondo al fosso. Chiunque fosse
andato a recuperarla, avrebbe fatto meglio a farsi una bella scorta di lozio-
ne alla calamina.
Tornai a scuola. Il combattimento era finito, ma tre ragazzi stavano se-
tacciando il cortile. Uno di essi aveva una scatola per attrezzatura da pesca
sotto il braccio.
Trovammo la maggior parte delle punte. Non tutte. Una decina circa
sembrava essere stata inghiottita dalla terra. Come un'offerta. Tra quelle
andate perse c'era la punta di freccia nera e liscia del Capo Cinque Tuoni.
Sembrava che a Johnny non importasse molto. Disse che l'avrebbe cer-
cata ancora. Disse che se non l'avessimo trovata noi, l'avrebbe fatto qual-
cun altro, tra dieci o vent'anni, o chiss tra quanto. E comunque non era
sua. Lui l'aveva solo tenuta per un po', fino a che il Capo non ne aveva a-
vuto nuovamente bisogno nei Felici Pascoli del Cielo.
Mi ero sempre chiesto che cosa intendesse il reverendo Lovoy quando
parlava di "grazia". Ora lo compresi. Significava essere capaci di rinuncia-
re a qualcosa quando il perderla ti spezzava il cuore, ed esserne felici.
Secondo quella definizione, la grazia di Johnny era immensa.
Non lo sapevo ancora, ma io mi trovavo a un passo dalla mia prova di
grazia.
5
Caso numero 3432
Dopo quanto era accaduto quel pomeriggio nel cortile della scuola, i
Branlin non ci diedero pi fastidio. Gotha torn a scuola con un dente fnto
e una buona dose di umilt, Gordo, una volta che fu dimesso dall'ospedale,
scantonava tutte le volte che mi vedeva. Il meglio venne quando Gotha an-
d da Johnny e gli chiese che gli mostrasse - al rallentatore, naturalmente -
lo swing che lo aveva colpito senza che neanche lui lo vedesse arrivare.
Non voglio dire che Gotha e Gordo divennero santi nel giro di una notte,
ma la batosta di Gotha e il doloroso prurito di Gordo gli avevano fatto be-
ne. Avevano dovuto bere dal calice del rispetto e questo era gi qualcosa.
Con l'avanzare di ottobre, le colline si accesero di oro e arancione. L'o-
dore dell'autunno infuocato offuscava l'aria. Le squadre degli Alabama e
degli Auburn vincevano tutt'e due, Polmoni di cuoio aveva diradato le sue
tirate, il Demonio era innamorato di qualcuno che non ero io, e tutto anda-
va per il giusto verso.
Salvo che...
Spesso mi trovavo a pensare a pap, chino, nelle ore piccole, a scri-
bacchiare domande alle quali non sapeva rispondere. Ora era diventato
proprio pelle e ossa, non aveva pi appetito. Quando si sforzava di fare un
sorriso, i suoi denti sembravano troppo grossi e gli occhi gli brillavano di
una luce falsa. La mamma cominci a mangiarsi le unghie e prese vera-
mente a tormentare pap, ma lui continuava a rifiutarsi di andare dal dottor
Parrish o dalla Signora. Ebbero un paio di litigi in seguito ai quali pap u-
sc di casa, sal sul camioncino e se ne and. Dopo, la mamma aveva pian-
to nella loro stanza. La sentii pi di una volta parlare al telefono con nonna
Sarah e pregarla di convincerlo. ...lo sta divorando dentro la sentii dire,
e allora uscii a giocare con Rebel perch mi faceva male vedere quanto
mia madre stesse soffrendo. Pap, come sapevo bene, era gi chiuso nella
cella del suo tormento.
E poi il sogno. Sempre il sogno: per due notti, una notte niente, poi il
sogno, tre notti niente e poi per sette notti di seguito.
Cory? Cory Mackenson? sussurravano, in piedi, con i loro vestitini
bianchi, sotto l'albero bruciato e senza foglie. Le loro voci erano delicate
come il frullo d'ali di colombe, ma c'era in loro un'insistenza che accende-
va dentro di me una scintilla di paura. E, come il sogno proseguiva, co-
minciavano a distinguersi piccoli particolari, come attraverso un vetro ap-
pannato: dietro alle quattro ragazzine negre c'era un muro di pietra grigia,
e in quel muro c'era il telaio scheggiato di una finestra con solo qualche
pezzetto di vetro attaccato. Cory Mackenson? Si sentiva un ticchettio lon-
tano. Cory? Il rumore diventava pi forte e una paura sconosciuta cresceva
dentro di me. Cory?
La settima notte, per, nella mia stanza si accese la luce. Guardai i miei
genitori, con gli occhi e il cervello ancora annebbiati dal sonno. - Cos'
stato quel rumore? - chiese pap. E poi la mamma disse: - Guarda un
po' qui, Tom. - Sul muro di fronte al mio letto c'era un grosso segno. Sot-
to a questo, sul pavimento, frammenti di vetro e di meccanismi e il qua-
drante della sveglia che segnava le due e diciannove. - Lo so che il tempo
vola - disse la mamma - ma le sveglie costano care!
Attribuirono la colpa alle enchilada messicane che la mamma aveva fat-
to per cena.
Da un po' di tempo, si stava preparando un evento che era un incontro
predestinato di luogo e circostanze. Io non lo sapevo. E neanche i miei ge-
nitori. E neppure quell'uomo di Birmingham che tutte le mattine saliva sul
suo camion alla fabbrica di bibite e partiva per fare il giro delle consegne a
una lista prestabilita di stazioni di servizio e negozi di alimentari. Sarebbe
cambiato qualcosa se quella mattina quell'uomo fosse stato due minuti di
pi sotto la doccia? O se, insieme alle uova, avesse mangiato pancetta in-
vece di salsicce per colazione? Se io, prima di andare a scuola, avessi get-
tato una volta di pi il bastone a Rebel perch lui lo andasse a prendere,
avrebbe cambiato il corso di quello che stava per succedere?
Essendo un maschio, Rebel era abituato ad andarsene in giro quando era
di quell'umore. Il dottor Lezander aveva detto ai miei genitori che sarebbe
stato meglio privare Rebel della sua attrezzatura per togliergli la smania di
vagabondare, ma pap, tutte le volte che ci pensava, trasaliva per l'orrore e
neanch'io ero tanto propenso. Alla mamma non piaceva tenere Rebel chiu-
so nel suo recinto tutto il giorno, considerando che, comunque, se ne stava
sotto il portico per la maggior parte del tempo e non c'era molto traffico
sulla nostra strada.
Lo scenario era pronto. Il dado era tratto.
Il 13 ottobre, quando entrai in casa di ritorno da scuola, trovai pap gi a
casa dal lavoro, che mi aspettava. - Figliolo - disse. Quella parola mi
fece subito capire che era successo qualcosa di terribile.
Mi port col camioncino a casa del dottor Lezander che si trovava su un
lotto di poco pi di un ettaro tra Merchants Street e Shantuck Street. Una
staccionata di legno bianca recintava il terreno, in cui due cavalli brucava-
no l'erba sotto il sole. La casa a due piani del dottor Lezander era bianca e
quadrata, precisa e chiara come l'aritmetica. Il vialetto d'accesso curvava
verso il retro della casa, dove un cartello diceva: SI PREGA DI TENERE
GLI ANIMALI AL GUINZAGLIO. Parcheggiammo il camioncino sul re-
tro e pap diede uno strattone a una catena che fece suonare un campanel-
lo. In un attimo, la porta si apr e la signora Lezander riemp tutta la luce
della porta.
Come ho gi avuto modo di dire, aveva una faccia equina e un corpo
grande e grosso che avrebbe fatto paura a un grizzly. Era sempre cupa e
non sorrideva mai, come se camminasse sotto a una nuvola. Ma io avevo
pianto e avevo gli occhi gonfi e forse era questa la causa della trasforma-
zione che vedevo ora.
- Oh, povero bambino! - disse la signora Lezander e sul suo volto
comparve un'espressione di pena tale che ne fui sbalordito. - Mi dispiace
cos tanto per il tuo cane! - Lo pronunci "kane". - Entri, la prego! -
disse, rivolta a pap e ci fece entrare in una piccola sala d'aspetto alle cui
pareti rivestite di legno di pino erano appesi ritratti di bambini che abbrac-
ciavano gatti e cani. Una porta si apriva sulle scale che portavano allo stu-
dio del dottor Lezander nel seminterrato. Ogni scalino era per me una tor-
tura, perch sapevo cosa c'era laggi.
Il mio cane stava morendo.
Il camion che portava le bibite da Birmingham lo aveva investito mentre
attraversava Merchants Street, verso l'una. Rebel era con un branco di altri
cani, aveva detto il signor Dollar alla mamma, quando aveva chiamato a
casa nostra. Era stato lui a sentire lo stridio della frenata e i guaiti spezzati
di Rebel mentre usciva dal Bright Star Cafe dopo pranzo. Rebel era rima-
sto l sdraiato sulla strada, con gli altri cani che abbaiavano perch si rial-
zasse e il signor Dollar si era fatto aiutare dal comandante Marchette a sol-
levare Rebel e a metterlo sul pianale del camioncino di Wynn Gillie per
portarlo dal dottor Lezander. La mamma era disperata per quello, perch
dopo pranzo aveva s avuto intenzione di chiudere Rebel nel suo recinto,
ma poi la sua attenzione era stata completamente presa da Search for To-
morrow. In tutta la sua vita Rebel non si era mai spinto fino a Merchants
Street. Era chiaro che si era messo con delle brutte compagnie, e questo era
il risultato.
Gi di sotto, l'aria odorava di animali: non era spiacevole, ma sapeva di
muschio. C'era una fila di cubicoli illuminati da luci fluorescenti, piastrelle
bianche che brillavano e acciaio inossidabile. Il dottor Lezander era laggi,
vestito con un camice bianco da dottore, col cranio calvo che luccicava
sotto le luci. Quando salut pap, parlava a bassa voce e aveva l'espressio-
ne triste. Poi mi guard e mi mise una mano su una spalla. - Cory - mi
disse - vuoi vedere Rebel?
- S, signore.
- Ti porter da lui.
- Non ... non  morto, vero?
- No, non  morto. - La sua mano mi massaggi un muscolo teso alla
base del collo. - Per sta morendo. Voglio che tu lo capisca, questo. -
Gli occhi del dottor Lezander si fissarono sui miei e non vollero lasciarli
andare. - Ho cercato di far soffrire Rebel il meno possibile, ma...  ferito
molto gravemente.
- Lo pu far guarire! - dissi. - Lei  un dottore!
-  vero, ma anche se lo operassi, non potrei riparare il danno, Cory. 
troppo esteso.
- Lei non pu... lei non pu lasciarlo morire!
- Va' a vederlo, figliolo - mi esort pap. -  meglio che tu vada. -
"Finch puoi" stava per dire.
Pap aspett fuori mentre il dottor Lezander mi portava in una delle
stanze. Sentii un fischio provenire dal piano di sopra: un bollitore. La si-
gnora Lezander era sopra di noi, e faceva bollire l'acqua per il t in cucina.
La stanza in cui entrammo aveva un odore nauseante. C'era uno scaffale
pieno di flaconi e un bancone con strumenti chirurgici posati su un telo
blu. E al centro della stanza c'era tavolo di acciaio inossidabile con una sa-
goma sopra, coperta da un telo di cotone della misura di un cane. Quasi mi
cedettero le gambe: delle macchie di sangue marrone avevano impregnato
il cotone.
Devo aver tremato. Il dottor Lezander mi disse: - Non devi farlo, se
non...
- Lo far - dissi.
Il dottor Lezander sollev piano parte del telo. - Calmo, calmo - dis-
se, come se parlasse a un bambino ferito. La sagoma trem e io udii un
gemito che mi spezz il cuore. Gli occhi mi si riempirono di lacrime co-
centi. Ricordai quel gemito: lo avevo gi sentito quando pap aveva porta-
to a casa Rebel, allora solo un cucciolo, dentro una scatola di cartone, e
Rebel aveva paura del buio. Feci quattro passi per avvicinarmi al tavolo e
guardai ci che il dottor Lezander mi stava mostrando.
Il pneumatico del camion aveva cambiato la forma della testa di Rebel.
Il pelo bianco e la carne su un lato del cranio erano stati strappati via, sco-
prendo l'osso e i denti in un ghigno fisso. La lingua rosa penzolava in una
pozza di sangue. Un occhio era diventato di un mortale color grigio. L'altro
era bianco per il terrore. Bolle di sangue uscirono dalle narici di Rebel e lui
respir con un rumore doloroso e spezzato. Una zampa anteriore era ridot-
ta a una poltiglia, con i pezzi di osso rotto che fuoriuscivano.
Credo di aver emesso un gemito. Non so. Quell'unico occhio mi trov e
Rebel lott per trovare la forza di alzarsi ma il dottor Lezander afferr il
corpo con le sue mani forti e il movimento cess.
Vidi un ago affondato nel fianco di Rebel: da quello partiva un tubo col-
legato con un flacone di liquido chiaro che gli scendeva goccia dopo goc-
cia nel corpo. Rebel uggiol e istintivamente allungai la mano verso quel
povero muso martoriato. - Attento! - mi avvert il dottor Lezander. Non
avevo pensato che un cane che soffre pu attaccare tutto ci che si muove,
persino la mano di un ragazzo che gli vuole bene. La lingua insanguinata
di Rebel spunt fuori e mi lecc debolmente le dita e io rimasi l a fissare
instupidito quella striscia di colore scarlatto.
- Sta soffrendo terribilmente - disse il dottor Lezander. - Te ne ren-
di conto, vero?
- S, signore - risposi, come in un brutto sogno.
- Ha le costole rotte e una gli ha perforato il polmone. Pensavo che il
suo cuore avrebbe ceduto a quest'ora. Succeder presto. - Il dottor Le-
zander ricopr Rebel. Tutto quello che riuscii a fare fu restare a guardare il
corpo tremante. - Ha freddo? - chiesi. - Deve aver freddo.
- No, non credo. - Lo pronunci "kredo". Mi prese nuovamente per la
spalla e mi guid verso la porta. - Andiamo a parlare con tuo padre,
vuoi?
Pap mi aspettava dove lo avevamo lasciato. - Stai bene, socio? - mi
chiese. Io dissi di s, anche se sentivo un forte senso di nausea. L'odore del
sangue mi era rimasto nel naso, un odore torbido come il peccato.
- Rebel  un cane molto forte - disse il dottor Lezander. -  so-
pravvissuto, mentre un qualsiasi altro cane sarebbe morto sul colpo. -
Prese una cartellina dalla scrivania e tir fuori un foglio. Era un modulo
prestampato, e in cima c'era scritto "Caso numero 3432". - Non so quanto
vivr ancora Rebel, ma credo che a questo punto sia una questione pura-
mente accademica.
- Non c' nessuna possibilit, vuol dire? - chiese pap.
- Nessuna possibilit - disse il dottore. Mi lanci un rapido sguardo.
- Mi dispiace.
-  il mio cane - dissi, e altre lacrime mi scesero sulle guance. Mi
sembrava di avere il naso chiuso con del cemento. - Pu guarire. - Per-
sino mentre lo dicevo, sapevo che tutta la fantasia di questa terra non lo
avrebbe reso possibile.
- Tom, se vuole firmare questo modulo, posso somministrare a Rebel
un farmaco che lo... hm... - Mi lanci un altro sguardo.
- Aiuter a dormire - sugger pap.
- Giusto. Proprio cos. Se vuole firmare qui... ah, ha bisogno di una
penna, immagino. - Apr un cassetto, frug in giro e ne trov una.
Pap la prese. Sapevo di che cosa si trattava. Non c'era bisogno di cul-
larmi e coccolarmi come se avessi sei anni. Sapevo che stavano parlando
di fare un'iniezione a Rebel per ucciderlo. Forse era la cosa pi giusta da
fare, forse era umano, ma Rebel era il mio cane e io gli avevo dato da
mangiare quando aveva fame, lo avevo lavato quando era sporco e cono-
scevo il suo odore e la sensazione delle sue leccate sul mio viso. Lo cono-
scevo. Non ci sarebbe mai stato un altro cane come Rebel. Avevo un gros-
so groppo alla gola. Pap era chino sul modulo e stava per scrivere. Io cer-
cai qualcosa da fissare e trovai una fotografia in bianco e nero in una cor-
nice d'argento sulla scrivania del dottore. Ritraeva una giovane donna dai
capelli chiari che salutava con la mano, con un mulino a vento sullo sfon-
do. Mi ci volle qualche secondo per capire che quel viso giovane dalle
guance rotonde era quello di Veronica Lezander.
- Un momento. - Pap sollev la penna. - Rebel  tuo, Cory. Cos'hai
da dire in proposito?
Rimasi in silenzio. Non mi era mai capitato di prendere una decisione
simile prima di allora. Era grave.
- Io amo gli animali come chiunque altro - disse il dottor Lezander.
- So cosa pu significare un cane per un ragazzo. Quello che sto sugge-
rendo di fare, Cory, non  una brutta cosa. E una cosa naturale. Rebel sta
soffrendo atrocemente e non guarir. Tutto nasce e muore.  la vita, no?
- Potrebbe non morire - mormorai.
- Ammettiamo che non muoia per un'altra ora. Per altre due o tre ore.
Ammettiamo che viva tutta la notte. Ammettiamo che riesca a vivere per
altre ventiquattr'ore. Non pu camminare. Riesce a malapena a respirare. Il
suo cuore  affaticato e Rebel  in un profondo stato di choc. - Il dottor
Lezander aggrott la fronte. - Sii un buon amico per Rebel, Cory. Non
lasciarlo soffrire cos ancora.
- Io credo che sia meglio che firmi, Cory - disse pap. - E tu?
- Posso... andare da lui un minuto? Da solo?
- S, certamente. Io per non lo toccherei. Potrebbe morderti. D'accor-
do?
- S, signore. - Come un sonnambulo tornai sulla scena del brutto so-
gno. Sul tavolo di acciaio inossidabile, Rebel stava ancora tremando.
Guaiva e uggiolava, cercando il suo padrone perch scacciasse quel dolore.
Cominciai a piangere. Era un pianto prepotente e non poteva essere trat-
tenuto. Caddi in ginocchio sul pavimento freddo e duro, chinai la testa e
giunsi le mani.
Pregai, con gli occhi chiusi, stretti stretti, e le lacrime che lasciavano ri-
ghe cocenti sulle mie guance. Non ricordo esattamente cosa dissi in quella
preghiera, ma sapevo per cosa stavo pregando. Stavo pregando perch una
mano scendesse dal cielo o dal paradiso o dal Beulah e chiudesse la porta
in faccia alla Morte. Tenesse quella porta chiusa, anche se la Morte infu-
riava e urlava e allungava gli artigli per ghermire il mio cane. Una mano,
una mano potente, che scacciasse quel mostro e lo facesse fuggire come un
mendicante sotto la pioggia. S, la Morte aveva fame e la sentivo leccarsi
le labbra nell'altra stanza, ma la mano potente poteva chiuderle la bocca,
poteva gettarle gi i denti, poteva ridurla a una piccola cosa insignificante
sdentata e sbavante.
Ecco per cosa pregai. Pregai con tutto il cuore e con tutta l'anima. Pregai
con ogni centimetro del mio corpo, pregai come se ogni capello sulla mia
testa fosse un'antenna radio che trasmetteva il mio messaggio, milioni e
milioni di watt di potenza che gridavano oltre lo spazio e l'eternit verso
l'orecchio distante di Colui che tutto sa e tutto pu. Chiunque esso fosse.
Rispondimi.
Ti prego.
Non so quanto rimasi l sul pavimento, chino a singhiozzare e a pregare.
Forse dieci minuti, forse pi. Sapevo che quando mi fossi alzato, sarei do-
vuto andare da pap e dal dottor Lezander che aspettavano, e dir loro un s
o...
Sentii un grugnito, seguito da un orribile rumore di aria che veniva ri-
succhiata nei polmoni distrutti e allagati di sangue.
Alzai lo sguardo. Vidi Rebel che cercava di alzarsi in piedi sul tavolo.
Mi si rizzarono i capelli sulla nuca e mi venne la pelle d'oca. Rebel si alz
su due zampe, con la testa che ciondolava. Gua, un guaito lungo e terribile
che mi fer come un colpo di spada. Si volt, come per morsicarsi la coda,
e una debole luce brill nell'unico occhio buono e nel ghigno mortale dei
suoi denti.
- Aiuto! - gridai. - Pap! Dottor Lezander! Venite, presto!
La schiena di Rebel si inarc con una tale violenza che pensai che la sua
povera spina dorsale torturata si sarebbe rotta. Sentii un rumore come di
semi in una zucca vuota. Quindi Rebel fu percorso da una convulsione,
cadde di fianco sul tavolo e non si mosse pi.
Il dottor Lezander arriv di corsa, e mio padre subito dopo di lui. - Sta'
indietro - mi disse il dottore e mise una mano sul petto di Rebel. Poi pre-
se uno stetoscopio e lo auscult. Sollev la palpebra dell'occhio buono: an-
che questo era rovesciato all'indietro.
- Coraggio, socio - mi disse pap mettendomi le mani sulle spalle. -
Fatti coraggio.
- Be' - disse il dottor Lezander e sospir. - Non avremo pi bisogno
di quel modulo.
- No! - urlai. - No! Pap, no!
- Andiamo a casa, Cory.
- Ho pregato, pap! Ho pregato perch non morisse! E non morir!
Non pu morire!
- Cory? - La voce del dottor Lezander era calma e ferma e io lo guar-
dai accecato dalle lacrime cocenti. - Rebel ...
Qualcosa starnut.
Sussultammo tutti a quel suono, che rimbomb come un'esplosione nella
stanza piastrellata. Fu seguito da un rantolo e da un risucchio d'aria.
Rebel si tir su, col sangue e la bava che gli uscivano dalle narici. L'oc-
chio buono si guard in giro e lui scosse l'orribile testa avanti e indietro
come per scacciar via un lungo sonno profondo.
Pap disse: - Pensavo che fosse...
- Era morto! - Il dottor Lezander aveva un'espressione scioccata, ed
era sbiancato in volto. - Mein... mio Dio! Questo cane era morto!
-  vivo - dissi io. Tirai su col naso e sorrisi. - Visto? Ve l'avevo
detto!
- Impossibile! - disse il dottor Lezander, quasi gridando. - Il suo
cuore non batteva pi! Il suo cuore si era fermato e lui era morto!
Rebel cerc di alzarsi, ma non ne aveva la forza. Rutt. Andai da lui e
gli accarezzai la curva calda della schiena. Rebel fu preso da singulti, pos
la testa e cominci a leccare l'acciaio freddo. - Non morir - dissi fidu-
cioso. Ora non piangevo pi. - Ho pregato che la morte lo lasciasse.
- Io non... io non posso... - disse il dottor Lezander e fu tutto quello
che riusc a dire.
Il caso numero 3432 non fu firmato.
Rebel si addorment e si risvegli, si addorment e si risvegli. Il dottor
Lezander continu a controllargli il battito cardiaco e la temperatura, anno-
tando tutto su un taccuino. La signora Lezander scese e chiese a pap e a
me se volevamo un po' di t e torta di mele, e noi salimmo con lei. Io mi
sentivo al sicuro sapendo che Rebel non sarebbe morto mentre ero via. La
signora Lezander vers a pap una tazza di t, mentre io bevetti un bic-
chiere di Tang con la torta. Mentre pap chiamava la mamma per dirle che
sembrava che Rebel ce l'avrebbe fatta e che saremmo andati a casa di l a
poco, io curiosai nella saletta vicina alla cucina. Da alcuni ganci sul soffit-
to pendevano quattro gabbie per uccelli e un criceto correva furiosamente
su una ruota nella sua gabbia. Due delle gabbie per uccelli erano vuote, ma
le altre due contenevano un canarino e un parrocchetto. Il canarino comin-
ci a cantare con una voce bassa e dolce e la signora Lezander entr con
un sacchetto di semi per uccelli.
- Ti piacerebbe dar da mangiare ai nostri pazienti? - mi chiese e io le
risposi di s. - Solo un pochino - mi disse. - Non sono stati tanto bene,
ma presto si rimetteranno.
- Di chi sono?
- Il parrocchetto  del signor Grover Dean. Il canarino, che  una gra-
ziosa signorina,  della signora Judith Harper.
- La signora Harper? L'insegnante?
- S, esatto. - La signora Lezander si pieg in avanti e fece dei piccoli
suoni con le labbra al canarino. Era un suono strano, considerando che ve-
niva da quella faccia equina. L'uccello becchett delicatamente i semi che
gli avevo messo nella vaschetta del mangime. - Si chiama Campanellino.
Ciao, Campanellino, tesoruccio!
Polmoni di cuoio aveva un canarino che si chiamava Campanellino. Non
riuscivo a crederci.
- Gli uccellini sono i miei preferiti - disse la signora Lezander. -
Cos fiduciosi, cos pieni di bont e di Dio. Guarda lass, la mia uccelliera.
La signora Lezander mi indic un gruppo di dodici uccellini di ceramica
dipinti a mano, posati sopra un piano. - Sono venuti con noi dall'Olanda
- mi disse. - Ce li ho da quando ero una ragazzina.
- Sono belli.
- Oh, molto pi che belli! Quando li guardo mi tornano alla mente ri-
cordi cos piacevoli! Amsterdam, i canali, i tulipani che fioriscono a mi-
gliaia in primavera. - Prese in mano un pettirosso di ceramica e accarezz
con l'indice il petto color cremisi. - Quando dovemmo fare i bagagli in
fretta e scappare, si ruppero in valigia, si ruppero in mille pezzi. Ma io li
ho rimessi insieme, tutti quanti. Le fessure non si vedono quasi. - Me le
fece vedere, ma aveva fatto un buon lavoro nel ripararlo. - Mi manca l'O-
landa - disse. - Mi manca tanto.
- Ci torner?
- Un giorno, forse. Frans e io ne parliamo spesso. Abbiamo persino
preso i depliant del viaggio. Per... con tutto quello che ci  successo... i
nazisti e tutto quel terribile... - Si accigli e rimise il pettirosso al suo po-
sto, tra un oriolo e un colibr. - Be', ci sono cose che non si riparano tanto
facilmente - disse.
Sentii un cane abbaiare. Era l'abbaiare di Rebel, rauco ma forte. Il suono
proveniva dal seminterrato attraverso una bocchetta di aereazione. Poi sen-
tii il dottor Lezander chiamare: - Tom! Cory! Volete venire gi, per favo-
re?
Trovammo il dottor Lezander che stava nuovamente misurando la tem-
peratura a Rebel, per via anale. Rebel era ancora fiacco e assonnato, ma
non dava segni di essere sul punto di morire. Il dottor Lezander gli aveva
applicato un unguento bianco sul muso ferito e gli aveva messo due flebo
di un liquido chiaro. - Volevo che vedeste la temperatura di questo ani-
male - disse. - Gliel'ho misurata quattro volte in un'ora. - Prese il tac-
cuino e vi annot la temperatura appena rilevata. -  incredibile! Assolu-
tamente incredibile!
- Cosa? - chiese pap.
- La temperatura corporea di Rebel  andata sempre diminuendo. Ora
sembra essersi stabilizzata, ma mezz'ora fa pensavo stesse per morire. - Il
dottor Lezander fece vedere a pap i suoi appunti. - Guarda tu stesso.
- Dio mio! - Pap era sbalordito. -  cos bassa?
- S, Tom. Nessun animale pu vivere con una temperatura corporea di
diciannove gradi. ... assolutamente incredibile!
Toccai Rebel. Il mio cane non era pi caldo. Il suo pelo bianco era duro
e ruvido al tatto. La sua testa si gir e l'occhio buono mi vide. Si mise a
scodinzolare, con evidente sforzo. E poi la lingua usc da quell'orribile
ghigno lacerato e mi lecc il palmo della mano. La lingua era fredda come
una tomba.
Ma lui era vivo.
Rebel rimase a casa del dottor Lezander. Nei giorni seguenti, il dottore
gli ricuc il muso squarciato, lo riemp di antibiotici e stava pensando di
amputargli la zampa stritolata, ma a quel punto questa cominci a seccarsi.
Il pelo bianco cadde, scoprendo la carne grigia e morta. Incuriosito da que-
sto nuovo sviluppo, il dottor Lezander rimand l'amputazione e fasci la
zampa per seguirne l'evoluzione. Al quarto giorno di cura, Rebel ebbe un
attacco di tosse e vomit una massa di tessuto morto delle dimensioni del
pugno di un uomo. Il dottor Lezander lo mise in una bottiglia d'alcol e lo
mostr a pap e me. Era il polmone perforato di Rebel.
Ma era vivo.
Cominciai ad andare ogni giorno, dopo la scuola, dal dottor Lezander
per vedere come stava il mio cane. Ogni pomeriggio, il dottore aveva un'e-
spressione sempre pi perplessa e qualcosa di nuovo da mostrarmi: pezzi
di ossa rotte che Rebel aveva vomitato e che potevano solo essere costole
rotte, denti che erano caduti, l'occhio accecato che era caduto dall'orbita e
che ora sembrava un ciotolo bianco. Per qualche tempo, Rebel pilucc car-
ne passata e lecc qualche sorsata d'acqua, e i giornali sul fondo della sua
gabbia erano zuppi di sangue. Ma poi smise di mangiare e bere, e non vol-
le pi toccare n cibo n acqua, nonostante lo esortassi. Si raggomitol in
un angolo e fissava con l'unico occhio un qualcosa dietro la mia spalla, ma
io non riuscivo a capire che cosa attirasse la sua attenzione. Stava fermo
cos per un'ora o anche pi, come se si fosse addormentato con l'occhio a-
perto o fosse perso in un sogno. Non riuscivo a farlo reagire neanche
schioccandogli le dita davanti al muso. Poi, tutto a un tratto, si risvegliava
e mi leccava la mano con la sua lingua fredda e uggiolava appena. Poi
dormiva, o si metteva a tremare, oppure scivolava nuovamente nel suo tor-
pore.
Ma era vivo.
- Ascolta il suo cuore, Cory - mi disse un pomeriggio il dottor Le-
zander. E io lo ascoltai, con lo stetoscopio. Sentii un battito lento e af-
faticato. Il respiro di Rebel era come il suono di una porta che cigolava in
una vecchia casa abbandonata. Lui non era n caldo, n freddo. Era.
Poi il dottor Lezander prese un topolino a molla, gli diede la carica e lo
lasci libero di correre e girare davanti a Rebel, mentre io ascoltavo il suo
cuore battere attraverso lo stetoscopio. La coda si mosse lentamente. Ma il
suono del suo cuore non cambi da quel lento, lento battito. Era come un
motore regolato per andare a una velocit costante, giorno e notte, senza
aumento o diminuzione di potenza, senza tener conto di ci che il motore
doveva fare. Era il suono di una macchina che girava al buio, senza scopo,
n gioia, n reazioni. Io amavo Rebel, ma odiavo il suono vuoto di quel
battito.
Il dottor Lezander e io ci sedemmo sul portico davanti alla casa nella
calda luce del pomeriggio di ottobre. Io bevevo un bicchiere di Tang e
mangiavo una fetta di torta di mele della signora Lezander. Il dottore por-
tava un cardigan blu scuro con i bottoni dorati. Le mattinate ormai erano
fredde. Era seduto sul dondolo, guardando verso le colline dorate, e disse:
- Questo va oltre la mia comprensione. In tutta la mia vita non ho mai vi-
sto niente di simile. Mai. Dovrei scriverlo e mandarlo a una rivista, ma
credo che nessuno mi crederebbe. - Il dottor Lezander intrecci le dita.
Un raggio di sole bronzeo gli illuminava il volto. - Rebel  morto, Cory.
Io mi limitai a guardarlo, con un paio di baffi arancioni sul labbro supe-
riore.
- Morto - ripet. - Io non mi aspetto che tu capisca, quando neppure
io lo capisco. Rebel non mangia. Non beve. Non evacua. Il suo corpo non
 sufficientemente caldo per far funzionare i suoi organi. Il suo battito car-
diaco ... un rullo di tamburo ripetuto e ripetuto con la stessa cadenza sen-
za la minima variazione. Il suo sangue, quando riesco a prelevarlo,  pieno
di veleni. Si consuma pian piano eppure vive. Riesci a spiegarmelo, Cory?
"S" pensai io. "Ho pregato la Morte di lasciarlo."
Ma non dissi niente.
- Ah, misteri, misteri - disse. - Veniamo dalle tenebre e nelle te-
nebre dobbiamo tornare. - Parl quasi tra s e intanto si dondolava avanti
e indietro con le dita intrecciate. - Vale per gli uomini e anche per gli a-
nimali.
Non mi piaceva questa linea di pensiero e di conversazione. Non mi pia-
ceva pensare al fatto che Rebel stesse dimagrendo e il pelo gli stesse ca-
dendo, che non bevesse n mangiasse, eppure vivesse. Non mi piaceva il
suono vuoto del battito del suo cuore, come un orologio che batte in una
casa in cui non vive pi nessuno. Per distogliere la mente da questi pensie-
ri, dissi: - Pap mi ha detto che lei ha ucciso un nazista.
- Cosa? - Mi guard, trasalendo.
- Lei ha ucciso un nazista - ripetei. - In Olanda. Pap ha detto che
gli era cos vicino da vederlo in faccia.
Per un attimo il dottor Lezander non rispose. Ricordai che pap mi ave-
va detto che non dovevo fargli domande su quell'argomento, poich la
maggior parte degli uomini che hanno combattuto in guerra non amavano
parlare di morti. Io avevo divorato i racconti delle gesta del sergente Rock,
del sergente Saunders e dei Gallant Men e, con le mie fantasticherie di e-
roi, per me la guerra era la versione televisiva di un racconto a fumetti.
- S - rispose lui. - Gli ero molto vicino.
- Ges! - dissi. - Deve aver avuto paura! Voglio dire... io ne avrei
avuta.
- Oh, s, ho avuto paura. Molta paura. Irruppe in casa nostra. Aveva un
fucile. Io avevo una pistola. Era un uomo giovane, anzi, davvero un ragaz-
zo. Uno di quei ragazzi biondi con gli occhi azzurri che amavano tanto le
parate. Gli sparai e lui cadde. - Il dottor Lezander continuava a dondolar-
si sulla sedia. - Non avevo mai usato una pistola prima di allora, ma i na-
zisti erano per le strade e facevano irruzione nelle nostre case, e cos, cosa
potevo fare?
- Lei  stato un eroe?
Mi fece un debole sorriso, un sorriso in cui c'era anche dolore. - No,
non un eroe, solo un sopravvissuto. - Vidi le sue mani stringersi e poi ri-
lassarsi sui braccioli. Aveva le dita corte e tozze, come strumenti forti. -
Eravamo tutti terrorizzati dai nazisti, sai. Blitzkrieg. Camicie brune. Waf-
fen SS. Luftwaffe. Gi solo queste parole ci causavano un terrore puro. Ma
alcuni anni dopo la fine della guerra incontrai un tedesco. Era stato un na-
zista. Era stato uno dei mostri. - Il dottor Lezander sollev il mento e os-
serv uno stormo di uccelli diretti a sud oltre l'orizzonte. - Dopo tutto,
era solo un uomo. Con i denti cariati, l'odore di sudore e la forfora. Non un
superuomo, solo un uomo. Gli dissi che ero in Olanda nel 1940, quando i
nazisti ci avevano invaso. Lui disse che non c'era, ma mi chiese... di per-
donarlo.
- E lei lo perdon?
- S. Anche se ebbi molti amici calpestati sotto quello stivale, perdonai
uno degli uomini che lo aveva indossato. Perch era un soldato e stava e-
seguendo degli ordini.  questa la forza del carattere dei tedeschi, Cory.
Loro eseguono gli ordini, anche se questo significa gettarsi nel fuoco. Oh,
avrei potuto dargli un pugno in faccia. Avrei potuto sputargli addosso e
maledirlo. Avrei potuto trovare il modo di perseguitarlo fino al giorno in
cui fosse morto, ma io non sono una bestia. Il passato  passato e bisogna
lasciar stare il can che dorme, no?
- S, signore.
- E, parlando di cani che dormono, dovremmo andare a dare un'occhia-
ta a Rebel. - Si alz, con le ginocchia che scricchiolavano e io lo seguii
in casa.
Venne il giorno in cui il dottor Lezander disse che aveva fatto tutto ci
che poteva e che non c'era pi motivo di tenere Rebel a casa sua. Ce lo re-
stitu e lo portammo a casa col camioncino.
Amavo il mio cane, anche se gli si vedeva la carne grigia sotto al rado
pelo bianco, anche se il suo cranio era tutto pieno di cicatrici e deforme e
la sua zampa rinsecchita era sottile come un pezzo di legno storto. Mamma
non riusciva ad andargli vicino. Pap parl nuovamente di ucciderlo, ma io
non ne volli sapere. Rebel era il mio cane ed era vivo.
Non mangiava mai. Non beveva mai neanche una goccia d'acqua. Stava
nel suo recinto, perch camminava a malapena sulla zampa rinsecchita. Gli
si contavano le costole e, attraverso la pelle sottile come carta, si vedevano
le ossa rotte. Quando tornavo a casa da scuola nel pomeriggio, mi guarda-
va e la sua coda si muoveva una o due volte. Io lo coccolavo - anche se,
devo dire la verit, toccare la sua carne mi faceva accapponare la pelle - e
poi lui si metteva a fissare il vuoto e io restavo l, solo, finch lui non si
riaveva, non importa quanto tempo ci volesse.
I miei amici dicevano che era malato e che avrei dovuto farlo uccidere.
Io chiesi a loro se gli sarebbe piaciuto essere uccisi quando si ammalavano
e questo li fece stare zitti.
La stagione degli spiriti ci venne addosso.
Non era solo il fatto che Halloween incombesse su di noi e che gli scato-
loni di cartone pieni di costumi di seta e maschere di plastica fossero ri-
comparsi sugli scaffali di Woolworth's insieme alle scintillanti bacchette
magiche, alle teste di zucca di gomma, ai cappelli da strega e ai ragni che
ciondolavano dalle ragnatele nere. Era un qualcosa nell'aria frizzante del
crepuscolo, era un sussurro sulle colline.
I fantasmi si stavano riunendo, radunavano le loro forze per vagare nei
campi di ottobre e parlare a coloro che li avrebbero ascoltati. A causa del
mio amore per i mostri, i miei amici e parenti avevano concluso che Hal-
loween fosse il mio periodo favorito dell'anno. Avevano ragione, ma per il
motivo sbagliato. Pensavano che mi piacesse lo scheletro nell'armadio, la
paura nella notte, lo spirito fasciato nel lenzuolo nella casa sulla collina in-
festata. Ma non era cos. Quello che sentivo nell'aria assopita di ottobre,
mentre Halloween si avvicinava, non era il tipo di spiritello da pochi cen-
tesimi, ma le titaniche forze misteriose al lavoro. Quelle forze non si pote-
vano definire. Non erano il cavaliere senza testa, n il lupo mannaro ulu-
lante o il vampiro ghignante. Quelle forze erano vecchie come il mondo e
pure nella loro bont e malvagit come erano puri gli elementi stessi. Inve-
ce di vedere folletti sotto il letto, io vedevo gli eserciti della notte affilare
le spade e le asce per uno scontro nei turbini di nebbia. Nella mia im-
maginazione vedevo il tumulto sul Monte Calvo in tutta la sua furia e sel-
vaggia frenesia, e al gracidare di un corvo che annunciava lo spuntar del
giorno, vedevo tutte le migliaia di demoni saltellanti voltare le loro odiose
facce verso est, tristi e disgustati, e marciare via verso i loro fetidi nascon-
digli al ritmo dell'Anvil Chorus. Vedevo anche l'amante dal cuore infranto
struggersi fino a diventare un'ombra, lo spirito opalescente e singhiozzante
del figlio perso, la donna in bianco che chiede solo un po' di gentilezza agli
estranei.
E fu in una di quelle notti ferme e fredde che precedevano la notte di tut-
ti i santi che uscii a vedere Rebel nel suo recinto e trovai qualcuno in piedi
vicino a lui.
Rebel era seduto sulle cosce, la testa martoriata piegata di lato. Guardava
una figura che stava dall'altra parte della staccionata. Sembrava che la fi-
gura, vedevo che era un ragazzino, stesse parlando con Rebel. Sentivo il
mormorio della sua voce. Come la porta sul retro si chiuse alle mie spalle,
il ragazzino sussult, impaurito, e corse via nei boschi come un gatto scot-
tato. - Ehi! - gli gridai. - Aspetta!
Non si ferm. Corse sulle foglie morte senza fare alcun rumore. Il bosco
lo inghiott.
Il vento soffiava e gli alberi sussurravano. Rebel girava e girava nel suo
recinto, trascinandosi dietro la zampa rinsecchita. Mi lecc la mano con la
lingua fredda, il naso come un pezzo di ghiaccio. Restai seduto con lui per
un po'. Cerc di leccarmi la guancia, ma io voltai il viso perch il suo alito
puzzava come un qualcosa di morto. Poi Rebel prese a fissare il vuoto, col
muso rivolto verso il bosco. Scodinzol un paio di volte e guai.
Lo lasciai a fissare il nulla e rientrai in casa perch cominciava a far
freddo.
Durante la notte, mi svegliai, angosciato perch avevo rifiutato di farmi
leccare la guancia da Rebel. Era una di quelle cose che crescevano e cre-
scevano finch non te le potevi pi tenere dentro. Avevo respinto il mio
cane, le cose stavano cos. Avevo pregato perch la Morte lo lasciasse, e il
mio egoismo lo aveva fatto vivere in quello stato sospeso. Lo avevo re-
spinto quando tutto quello che voleva fare era leccarmi la guancia. Mi alzai
al buio, mi misi un maglione e andai alla porta sul retro. Stavo per accen-
dere la luce del portico sul retro quando sentii Rebel abbaiare una sola vol-
ta in un modo che mi fece immobilizzare con la mano sull'interruttore.
Dopo tanti anni che hai un cane, lo conosci. Conosci il significato dei
suoi sbuffi, dei suoi grugniti, del suo abbaiare. Ogni volta che muove un
orecchio  una domanda o un'affermazione, ogni movimento della coda 
un'esclamazione. Conoscevo quel modo di abbaiare: parlava di felicit e di
eccitazione e non lo avevo pi sentito da quando Rebel era morto ed era
tornato in vita.
Lentamente e con attenzione, aprii la porta di un filo. Rimasi l al buio
ad ascoltare attraverso la zanzariera. Sentii il vento. Sentii gli ultimi grilli
dell'estate, un gruppo duro a morire. Sentii Rebel abbaiare di nuovo, felice.
Sentii la voce di un ragazzino che diceva: - Vorresti diventare il mio
cane?
Mi si strinse il cuore. Chiunque fosse, cercava di fare molto piano. - Io
ti vorrei come mio cane - disse. - Sei proprio un bel cane.
Da dove mi trovavo, non riuscivo a vedere Rebel n il ragazzo. Sentii la
recinzione sbattere e sapevo che Rebel era saltato su e aveva piantato le
zampe nella griglia come era solito fare quando uscivo per andare da lui.
Il ragazzino cominci a sussurrare qualcosa a Rebel, ma non riuscivo a
capire cosa dicesse.
Ma sapevo chi era e perch era l.
Aprii la porta. Cercai di fare piano, ma uno dei cardini scricchiol. Men-
tre uscivo sul portico, vidi il ragazzino correre verso la foresta e la luce
della luna brillare argentea sui suoi ricci capelli color sabbia.
Aveva otto anni. Avrebbe avuto otto anni per sempre.
- Carl! - gridai. - Carl Bellwood!
Era il ragazzino che viveva in fondo alla strada, e che veniva a giocare
con Rebel perch sua madre non gli lasciava tenere un cane. Era il ragaz-
zino che era bruciato nel suo letto quando un corto circuito aveva fatto
scoccare una scintilla, e che ora riposava su Poulter Hill sotto una pietra su
cui c'era scritto: IL NOSTRO AMATO FIGLIO.
- Carl, non andartene! - gridai.
Si volt indietro. Vidi la macchia chiara del suo viso, gli occhi spa-
ventati e luccicanti per la luce della luna che vi era intrappolata. Credo che
non arriv neppure al limitare del bosco. Semplicemente spar.
Rebel inizi a guaire e a girare nel recinto, trascinando la sua povera
zampa. Guardava verso la foresta e io non potei fare a meno di vedere il
suo sguardo di desiderio. Rimasi davanti al cancello del recinto. Il gancio
era proprio l, vicino alla mia mano.
Era il mio cane. Il mio cane.
La luce del portico sul retro si accese. Pap, sbattendo gli occhi as-
sonnati, mi chiese: - Che cos' tutto questo gridare, Cory?
Dovetti inventare una storia, dicendo che avevo sentito qualcosa frugare
nei bidoni della spazzatura. Non potei usare Lucifero come scusa, poich
la seconda settimana di ottobre Lucifero era stata ridotta a pezzettini da un
colpo di fucile di Gabriel "Jazzman" Jackson che aveva sorpreso la scim-
mia mentre saccheggiava la torta di zucca di sua moglie. Dissi che doveva
trattarsi di un opossum.
A colazione non avevo voglia di mangiare. Il sandwich al prosciutto nel
mio cestino per la merenda Clutch Cargo rimase intatto. A cena spiluccai
la mia bistecca. La mamma mi mise una mano sulla fronte. - Non hai la
febbre - disse - per hai un'aria patita. - Era un'espressione del Sud
per dire "malato". - Come ti senti?
- Bene. - Mi strinsi nelle spalle. - Credo.
-  andato tutto bene a scuola? - si inform pap.
- Sissignore.
- Quei Branlin non ti danno pi fastidio, vero?
- Nossignore.
- Ma c' qualcos'altro, vero? - chiese la mamma.
Rimasi zitto. Mi leggevano dentro come il cartello di quindici metri che
diceva VISITATE ROCK CITY.
- Vuoi parlarcene?
- Io... - Alzai gli occhi verso di loro, alla luce confortante della nostra
cucina. Oltre le finestre, la terra era al buio. Il vento soffiava intorno alle
grondaie e quella notte le nuvole coprivano la luna. - Io ho sbagliato -
dissi, e, prima che riuscissi a trattenerle, le lacrime mi riempirono gli oc-
chi. Cominciai a spiegare ai miei genitori quanto rimpiangevo di aver pre-
gato che la Morte risparmiasse Rebel. Avevo sbagliato, perch Rebel era
stato ferito cos gravemente che avrei dovuto permettergli di morire. Desi-
deravo non aver pregato. Desideravo poter ricordare Rebel come era stato,
con gli occhi brillanti, sveglio, prima che diventasse un corpo morto che
viveva solo per il puro potere del mio egoismo. Lo desideravo, lo deside-
ravo tanto, ma avevo sbagliato e me ne vergognavo.
Le dita di pap rigirarono la tazza del caff. Lo aiutava a pensare, quan-
do c'erano tante cose da prendere in considerazione. - Ti capisco - dis-
se, e due parole non furono mai pi benvenute di quelle.
- Sai, non c' errore sulla terra a cui non si possa rimediare. A volte,
per,  difficile. A volte fa male rimediare a un errore, ma bisogna farlo
comunque. - I suoi occhi si posarono su di me. - Tu sai cosa biso-
gnerebbe fare, vero?
Annuii. - Portare Rebel dal dottor Lezander.
- Penso di s - disse pap.
L'avremmo fatto il giorno dopo. Pi tardi, quella sera, quando si avvici-
n l'ora di andare a letto, portai un pezzo di bistecca a Rebel. Era una vera
leccornia per un cane. Speravo che potesse mangiarla, ma lui l'annus e
fiss nuovamente i boschi come se aspettasse che qualcuno andasse da lui.
Io non ero pi il suo padrone.
Mi sedetti vicino a lui mentre il freddo ci avvolgeva. Rebel fece qualche
debole guaito in fondo alla gola. Lasci che lo accarezzassi, ma era altro-
ve. Mi ricordai quando era un cucciolo, pieno di un'infinita energia, incan-
tato da una palla gialla che aveva dentro un campanello. Ricordai le volte
in cui ci eravamo rincorsi e, da vero gentiluomo del Sud, mi aveva sempre
lasciato vincere. Ricordai quando volavamo, sopra le colline dell'estate.
Anche se era stato solo nella mia immaginazione, era pi reale della realt.
Piansi un po'. Pi di un po'.
Mi alzai e mi voltai verso i boschi. - Sei l, Carl? - dissi.
Non rispose, naturalmente. Era sempre stato un ragazzo timido.
- Carl, ti regalo Rebel - dissi. - Va bene?
- Vuoi venire a prenderlo, Carl? Non voglio che resti solo a lungo.
Solo silenzio. Solo il silenzio che ascoltava.
- Gli piace farsi grattare le orecchie - dissi. - Carl? - chiamai. -
Non sei pi bruciato, vero? Rebel... torner com'era?
Il vento parlava. Solo quello.
- Ora vado dentro - dissi. - Non uscir. - Guardai Rebel. La sua
attenzione era tutta rivolta ai boschi e scodinzol appena. Entrai in casa,
chiusi la porta e spensi la luce del portico posteriore.
Molto dopo la mezzanotte mi svegliai al rumore dell'abbaiare felice di
Rebel. Sapevo cosa avrei visto se fossi andato alla porta posteriore. Era
meglio che si conoscessero senza che io mi intromettessi. Mi girai, e tornai
a dormire.
Il pomeriggio seguente, dal dottor Lezander, pap e il dottore mi lascia-
rono solo mentre dicevo addio a Rebel. Mi lecc con la sua lingua fredda.
Gli accarezzai la testa deforme e lo coccolai per un po', e poi venne il mo-
mento. Il dottor Lezander aveva il modulo pronto e pap la penna sospesa
in attesa della mia parola finale.
- Pap? - dissi. -  il mio cane, vero?
Mio padre cap. - S, certo, lo  - mi rispose e mi diede la penna.
Lasciammo al dottor Lezander il modulo con scritto su caso numero
3432, con la mia firma sulla linea tratteggiata. Quando arrivammo a casa,
andai nel recinto di Rebel. Sembrava cos piccolo.
Lasciai il cancello aperto e uscii.
6
Uomo morto al volante
Verso la fine di ottobre, pap mi compr un cestino di ferro da mettere
su Razzo. All'inizio pensai che fosse una gran bella idea, ma ben presto mi
resi conto che ora avrei dovuto fare ogni tipo di commissioni per la mam-
ma. Fu pi o meno in quel periodo che lei attacc un cartello scritto a ma-
no nella bacheca della chiesa, annunciando che vendeva torte e altre spe-
cialit cotte al forno. Un cartello uguale fu appeso anche dal barbiere. Co-
minciarono ad arrivare i primi ordini e presto la mamma si trov immersa
fino al gomito in ciotole per impastare, gusci d'uovo e scatole di zucchero
a velo.
La ragione di tutto quello, appresi pi tardi, era il fatto che le ore di lavo-
ro di pap al caseificio erano state ridotte. Avevamo bisogno di soldi, an-
che se io, allora, non me ne accorsi. In breve, al caseificio c'era meno lavo-
ro per pap. Alcuni dei clienti pi vecchi avevano cancellato i loro ordini.
Era a causa del nuovo supermercato di Union Town, che aveva recente-
mente aperto le porte, al suono di fanfara della banda della Adams Valley
High School. Il supermercato, chiamato Big Paul's Pantry, avrebbe potuto
ingoiare il nostro piccolo Piggly-Wiggly come una balena ingoia un gam-
beretto. Sembrava avesse un reparto per ogni merce sulla faccia della terra.
Soltanto la sezione dedicata al latte prendeva un intero corridoio, e il latte
era in contenitori di plastica opaca che non dovevano essere risciacquati e
restituiti. E poich Big Paul teneva cos tanto latte, poteva permettersi di
venderlo a prezzi stracciati, il che mise in ginocchio il caseificio Green
Meadows. Successe cos che il giro di consegne di pap divenne progres-
sivamente sempre pi corto, se una cosa simile si pu definire progresso.
Alla gente piaceva la novit di entrare in un supermercato nuovo, con l'aria
condizionata, e comprare il latte in contenitori di plastica che poi gettava
via senza nemmeno pensarci un attimo. Non solo quello, ma Big Paul's
Pantry restava aperto fino alle otto di sera, cosa mai vista.
Mettere un cestino a Razzo fu come sellare il purosangue Seabiscuit con
i sacchi della posta. Ma io facevo il mio dovere, consegnando torte e sfor-
mati nel pomeriggio; Razzo di quando in quando si impuntava in segno di
protesta, ma non fece mai cadere un solo pacco.
Per ringraziare i signori Lezander per essere stati cos gentili con Rebel,
la mamma decise di fare gratis per loro una torta di zucca, la sua specialit.
Mise la torta in una scatola, la leg con lo spago, io misi la scatola nel ce-
stino di Razzo e mi avviai verso la casa dei Lezander. Strada facendo, sor-
passai Gotha e Gordo Branlin sulle loro biciclette nere. Gotha dette segno
di avermi visto con un leggero cenno del mento, ma Gordo, tuttora coperto
di cerotti sulle ferite che ancora spurgavano, schizz via come un lampo.
Arrivai alla casa del dottor Lezander e bussai alla porta sul retro. Un atti-
mo dopo la signora Lezander mi apr.
- La mamma ha fatto una torta per lei e per il dottore - dissi, porgen-
dole la scatola. -  di zucca.
- Oh, che gentile. - La prese e annus intorno al coperchio. - Oh,
che cara - disse. - C' dentro della panna?
- Latte evaporato, credo. - Avrei dovuto saperlo, la nostra cucina era
zeppa di lattine di Pet Milk. - La mamma l'ha fatta questa mattina.
-  un pensiero molto gentile, Cory, ma purtroppo nessuno di noi due
pu mangiare latte o panna. Siamo tutti e due allergici a tutto quanto pro-
venga da una mucca. - Sorrise. -  cos che ci siamo conosciuti, tutti
coperti di bolle rosse in una clinica di Rotterdam.
- Oh, Ges! Be', magari la pu regalare a qualcuno.  una torta molto
buona.
- Sono sicura che  magnifica. - Lo pronunci "mag-nifica". - Ma
se la tenessi in casa, Frans se la mangerebbe nel cuore della notte come un
topolino.  molto goloso, sai. E poi, dopo due giorni, sarebbe coperto di
bolle come se avesse preso il morbillo: gli pruderebbero cos tanto da non
riuscire neanche a sopportare i vestiti. Cos,  meglio che Frans non ne
senta neanche l'odore, oppure sar costretto ad andare in giro come Vernon
Thaxter, no?
Risi a quell'idea. - S, signora. - Presi la torta. - Magari la mamma
pu farle qualcos'altro.
- Non  necessario. Anche solo il pensiero  stato molto gentile.
Mi fermai sulla porta, chiedendomi se dovevo parlarle di una cosa cui
ultimamente avevo pensato parecchio.
- S? - chiese la signora Lezander.
- Posso vedere il dottore? Vorrei parlargli un minuto.
- In questo momento sta facendo un pisolino.  stato alzato tutta la not-
te ad ascoltare i suoi programmi radio.
- I suoi programmi radio?
- S, ha una di quelle radio a onde corte. A volte resta alzato fino all'al-
ba ad ascoltare le trasmissioni da paesi stranieri. Posso riferirgli io?
- Hmm... gli parler un'altra volta. - Quello che volevo chiedergli era
se aveva bisogno di aiuto nel pomeriggio. Dopo aver visto il dottor Lezan-
der al lavoro, mi sembrava che fare il veterinario fosse un lavoro piuttosto
importante. Avrei potuto fare il veterinario e lo scrittore contemporanea-
mente. Il mondo avrebbe sempre avuto bisogno di veterinari, proprio come
avrebbe sempre avuto bisogno di lattai. - Torner un'altra volta - dissi e
rimisi la torta di zucca nel cestino di Razzo e mi diressi verso casa.
Pedalavo lentamente. Razzo era un po' nervosa, ma pensai che si trattas-
se della sua irritazione per il cestino: era come un levriero al guinzaglio. Il
sole era caldo e le colline erano infiammate di giallo. Di l a una settimana,
le foglie sarebbero diventate marroni e avrebbero iniziato a cadere. Era
uno di quei magnifici pomeriggi in cui anche le ombre pi buie erano bel-
le, e tu, istintivamente, te la prendevi comoda e ti godevi le cose intorno a
te, sapendo che non potevano durare.
Sorrisi all'idea del dottor Lezander in giro nudo come Vernon Thaxter.
Sarebbe stato davvero una bella vista, no? Avevo sentito di gente allergica
all'erba, ai cani e ai gatti, all'artemisia, al tabacco e ai soffioni. Nonno Au-
stin era allergico ai cavalli, lo facevano starnutire fino quasi al punto di
non reggersi pi in piedi, e questo era il motivo per cui aveva smesso di
andare al parco dei divertimenti Brandwyne quando questo, ogni novem-
bre, arrivava in citt. Nonna Sarah diceva che Jaybird era allergico al lavo-
ro. Pensavo che la gente potesse essere allergica a qualsiasi cosa sotto il
sole, compreso il sole. Pensate! Nessuno dei Lezander poteva mangiare ge-
lato. Non potevano mangiare budino alla banana, n bere un bicchiere di
latte alla vaniglia. Se io non avessi potuto mangiare nessuna di quelle cose,
sarei impazzito come...
Mi venne in mente Vernon.
Vernon, in piedi nella stanza con i trenini che giravano intorno a Zephyr.
Sa cosa penso?
Ricordai le luci spente, e le case delle finestre in miniatura illuminate.
Io penso che se troviamo un nottambulo che non beve latte, abbiamo
trovato l'assassino.
Frenai. Il gesto improvviso sorprese anche Razzo. La bicicletta si ferm
slittando.
 stato alzato tutta la notte ad ascoltare i suoi programmi stranieri a-
veva detto la signora Lezander.
Deglutii a fatica. Sembrava che avessi una lattina di Pet Milk messa di
traverso in gola.
A volte sta alzato fino all'alba ad ascoltare le trasmissioni da paesi
stranieri.
- Oh, no! - sussurrai. - Oh, no, non pu essere il dottor Le...
Una macchina si ferm di fianco a me, cos vicina che quasi mi urt una
gamba, e poi sterz per bloccarmi la strada. Era una Chevy blu scura dal-
l'assetto ribassato, con la parte posteriore destra ammaccata e cosparsa di
macchie di ruggine, come foglie morte di edera del Canada. Una testa di
coniglio bianco su sfondo nero era attaccata allo specchietto retrovisore. Il
motore della Chevy rimbombava e scoppiettava sotto il cofano e tutta la
macchina tremava di potenza repressa. - Ehi, ragazzo! - disse l'uomo al
volante attraverso il finestrino abbassato. Il volante era coperto di pelliccia
blu.
Parlava in modo poco chiaro e le sue palpebre erano a mezz'asta sugli
occhi arrossati. Donny Blaylock era completamente sciroccate. I suoi line-
amenti erano duri, come scolpiti rozzamente nella roccia, e una virgola un-
ticcia di capelli scuri e impastati di brillantina gli pendeva sulla fronte. -
Mi ricordo di te - disse. - A casa di Sim. Piccolo bastardo.
Sentii Razzo tremare. La bicicletta schizz in avanti all'improvviso e fin
contro la Chevy, come un terrier che attacca un doberman.
- Hai visto delle cose che non dovevi vedere - prosegu Donny. - Ci
hai causato dei guai, vero?
- No, signore - dissi. Razzo fece retromarcia e colp ancora la Chevy.
- Oh, s. Oh, s! Biggun sar contento di vederti, ragazzo. Sar conten-
to di fare due chiacchiere con te su quei tuoi occhi curiosi e sulla tua lin-
guaccia. Salta su.
Se il mio cuore si fosse messo a battere appena un po' pi forte, si sareb-
be staccato e mi sarebbe uscito dal petto.
- Ho detto salta su. Subito. - Alz la mano destra.
Impugnava una pistola e la pistola era puntata contro di me.
Ancora una volta Razzo si scagli contro la macchina. Razzo mi aveva
salvato da Gordo Branlin, ma contro quel lurido verme e la sua pistola era
impotente.
- Ti faccio saltare le cervella entro due secondi - mi assicur Donny.
Una met di me era spaventata a morte, l'altra met era terrorizzata. La
canna di quella pistola sembrava grossa come un cannone. Mentre scende-
vo da Razzo e salivo sulla macchina, nella mia mente sentivo le urla di mia
madre, ma quale altra scelta avevo? - Andiamo a fare un giro - disse
Donny; si pieg in avanti su di me, quasi soffocandomi con la sua puzza di
sudore stantio e whisky di contrabbando, e chiuse la portiera con uno strat-
tone. Schiacci il piede sull'acceleratore e la Chevy rugg e sal sul mar-
ciapiedi prima che lui potesse riprendere il controllo. Io mi voltai a guarda-
re Razzo, che diventava rapidamente sempre pi piccola. Una piccola hav-
vaiana di plastica danz un traballante hula sul lunotto posteriore della
Chevrolet. - Sta' fermo! - disse secco Donny e io feci come disse, per-
ch la pistola era ancora l a ricordarmi l'obbedienza. Il piede di Donny pi-
gi pi forte sull'acceleratore. Il motore della Chevy gemeva mentre sfrec-
ciavamo lungo Merchants Street e svoltavamo in direzione del ponte delle
garguglie.
- Dove stiamo andando? - provai a chiedere.
- Aspetta e vedrai.
L'ago del tachimetro sal a cento chilometri all'ora. Superammo le gar-
guglie che sembravano boccheggiare per la mancanza d'aria. Il motore ora
era come un tuono e andavamo a centodieci all'ora sulla strada tutta curve
che portava oltre il Saxon's Lake. Quando mi aggrappai ai braccioli,
Donny rise. Sul pavimento, una bottiglia vuota rotolava avanti e indietro
contro i miei piedi, e l'odore di liquore scadente di contrabbando era cos
acre da farmi lacrimare gli occhi.
I boschi ai lati della strada sfrecciavano come una confusa macchia gial-
la, e i pneumatici posteriori stridevano sulla strada tutta curva. - Sono vi-
vo, maledettamente vivo! - ulul Donny. Poteva anche essere, ma a me
sembrava mezzo morto. Aveva gli occhi infossati, la mascella coperta di
barba ispida, i vestiti stazzonati e sporchi come se avesse dormito in un
porcile per tre notti di seguito. - Ti ho visto! - mi url, sopra al rumore
delle folate di vento. - Ti ho seguito! Sissignore. Il vecchio Donny ti  ar-
rivato da dietro e ha acchiappato l'uccellino, eh? - Affront una curva
abbracciato al volante in un modo che mi fece rizzare i capelli. - Quel
grasso figlio di puttanta dice che sono stupido! Gli faccio vedere io chi  il
pi furbo dei Blaylock!
Se avere una pistola, una macchina veloce ed essere pi ubriaco di un
Templare facevano furbo un uomo, allora Donny era Copernico, Leonardo
Da Vinci e Einstein tutti mescolati insieme in un impasto di genio.
Sfrecciammo oltre il Saxon's Lake e lo spuntone di roccia rossa. - Oh!
Oh! Big Dick! - esclam Donny rivolto alla macchina, piantando una
frenata. Rallentammo abbastanza perch Donny riuscisse a girare a destra
e imboccare una strada sterrata senza finire negli alberi. Quindi acceler di
nuovo e percorremmo in un baleno i trenta metri tra la Route 10 e la picco-
la casa bianca con la veranda sul davanti, che si trovava in fondo alla stra-
da. Conoscevo quella casa. La Mustang rossa era ancora parcheggiata sotto
la tettoia di plastica verde, ma la vecchia Cadillac mangiata dalla ruggine
non c'era pi. Il giardinetto c'era ancora, tutto spine e niente fiori.
- Uau! - url Donny e Big Dick si ferm con un sussulto davanti alla
porta della casa di malaffare della signorina Grace.
"Ges aiutami!" pensai. Cosa stava succedendo?
Scese dalla macchina, con la pistola in pugno. Mi mostr il suo brutto
gnigno. - Sar meglio che ti trovi qui quando torno! Sar meglio che ti
trovi qui o ti dar la caccia e ti uccider! Capito?
Annuii. Donny Blaylock aveva gi ucciso un uomo. Lo aveva detto il si-
gnor Dollar. Non avevo alcun dubbio che lo avrebbe rifatto, e cos rimasi
col sedere incollato al sedile. Donny and barcollando alla porta e comin-
ci a tempestarla di pugni. Qualcuno grid da dentro. Donny apr la porta
con un calcio e entr a testa bassa, gridando: - Dov'? Dov' la mia fottu-
tissima donna?
C'ero dentro fino al collo, questo  certo. Non so come, ma nel mio cer-
vello annebbiato dalla paura pensai che il dottor Lezander non poteva aver
ucciso quell'uomo al Saxon's Lake, doveva essere stato per forza Donny
Blaylock. Il signor Dollar l'aveva sentito da Sim Sears. Donny Blaylock
era l'assassino, non il dottor Lezander!
Donny usc dalla casa meno di trenta secondi dopo esservi entrato. Stava
trascinando fuori una ragazza, tirandola per i capelli biondi, mentre questa
si divincolava e imprecava.
La ragazza era Lainie, quella che mi aveva mostrato la lingua arrotolata
quel lontano giorno.
- Sali in macchina! - url Donny, sempre trascinandola. La ragazza
era vestita con un prendisole rosa e un paio di calzoncini corti rossi, e nella
lotta aveva perso una delle scarpe d'argento. - Sali! Svelta!
- Lasciami andare! Lasciami andare, figlio di puttana!
Dalla porta usc come una fucilata la rossa e monumentale signorina
Grace, vestita con un maglione bianco e una paio di jeans tanto grandi da
ospitare il ballo di una festa campestre. Aveva un'espressione terribile sul
volto e una padella in mano. La alz per colpire Donny sulla testa.
Lui le spar. Cos. Bam!
La signorina Grace url e si afferr la spalla mentre una macchia rossa le
sbocciava sul bianco, come una rosa che si apre. Cadde in ginocchio, gri-
dando: - Mi hai sparato, stronzo! Maledetto bastardo! - Altre due ra-
gazze, tutte e due brune, una rotondetta e l'altra secca, uscirono di corsa e
si inginocchiarono di fianco alla signorina Grace, mentre un'altra, bionda,
rimase sulla porta e url: - Chiamiamo lo sceriffo! Lo chiamiamo subito!
- Stupida! - le grid Donny venendo verso la macchina. - Lo scerif-
fo  nostro! - Apr la portiera con uno strattone e gett Lainie su di me, e
io mi spostai carponi sul sedile posteriore, mentre questa si difendeva a
pugni e calci per cercare di scendere. - Smettila! - disse Donny e la col-
p sul viso con la mano libera talmente forte che un momento le stavo
guardando la nuca e il momento dopo le guardavo il viso, i cui lineamenti,
duri ma belli, erano stravolti dal dolore. Dall'angolo della bocca cominci
a scenderle un rivolo di sangue, - Se ne vuoi un altro, continua cos! - la
avvert Donny e poi fece il giro intorno alla macchina e si mise al volante.
Il motore della Chevy part. Io feci per scendere, ma Donny colse il mio
movimento nello specchietto retrovisore e la canna della pistola mi colp
sulla testa. Se non mi fossi scansato in tempo, mi sarebbero veramente cre-
sciute le ali. - State l fermi! Tutti e due! - url Donny e fece girare la
macchina su se stessa con una violenta sbandata, dirigendosi verso la
Route 10.
- Tu sei pazzo! - disse Lainie fremente, con una mano sulla bocca. -
Ti ho detto di lasciarmi in pace!
- Davvero!
- Ti assicuro che non te lo perdoner! La signorina Grace...
- Cosa far la signorina Grace? Avrei dovuto farle saltare le cervella!
Lainie fece per afferrare la maniglia. Ma proprio allora arrivammo sulla
Route 10 e Donny part a tutto gas. I pneumatici della Chevy stridevano
mentre ci dirigevamo a tutta velocit verso Zephyr. Le dita di Lainie tene-
vano stretta la maniglia, ma stavamo gi andando a ottanta all'ora.
- Salta - disse Donny e rise. - Su, provaci!
Le dita di lei si rilassarono. Lasciarono la presa.
- Ti denuncer! Lo giuro!
- Ma certo che lo farai. - Il suo sorriso si fece pi largo. - La legge
non ha tempo per la spazzatura come te.
- Sei ubriaco e sei pazzo! - Si volt a guardarmi. - Perch ti porti
dietro un bambino?
- Affari di famiglia. Tu sta' zitta e pensa a essere carina.
- Va' all'inferno - le rispose lei, ma lui si limit a ridere.
La Chevrolet pass nuovamente il ponte delle garguglie. Passammo
Razzo. C'era un corvo appollaiato sul manubrio, che cercava di aprire la
scatola della torta con il becco. Che umiliazione! Donny sfrecci attraverso
Zephyr a cento all'ora, sollevando nuvole di foglie secche al nostro pas-
saggio. Usc all'altro capo della citt e prese la Route 16, e continuammo a
correre sulle colline verso Union Town.
- Rapimento! - Lainie era ancora infuriata. - Ecco che cos'! Ti pos-
sono uccidere per questo!
- Non me frega un cazzo. Ho te.  quello che volevo.
- Io non voglio te!
Le afferr il mento con una mano e glielo strinse. La Chevy sband da
un lato all'altro della strada e io boccheggiai, vedendo gli alberi venirci in-
contro. Ma Donny sterz e riport la macchina in strada con un movimen-
to secco del braccio. Stavamo andando a cavallo della riga di mezzeria. -
Non dire cos. Non lo dire mai pi o te ne pentirai amaramente.
- Non mi fai paura! - Lainie cerc di divincolarsi, ma le forti dita di
Donny strinsero la presa.
- Non voglio farti male, bambina. Dio sa che non lo voglio. - Le dita
mollarono la presa, ma le loro impronte rimasero.
- Io non sono la tua bambina! Te l'ho detto tanto tempo fa, non voglio
aver niente a che fare con te o con i tuoi maledetti fratelli!
- Per i nostri soldi li prendi, no? Sei un po' arrogante per essere una
puttana, no?
- Sono una professionista - disse, con un certo orgoglio. - Io non ti
amo, non lo capisci? Non mi piaci nemmeno! Ho amato solo un uomo e lui
ora  con Ges.
- Ges! - disse Donny facendole il verso. - Quel bastardo sta mar-
cendo all'inferno. - I suoi occhi volarono allo specchietto retrovisore. Li
vidi stringersi. - Checcazzo? - sussurr.
Mi voltai indietro. Una macchina era dietro di noi e si avvicinava rapi-
damente.
Era una macchina nera. Nera come una pantera.
- No. - Donny scosse il capo. - No! Non posso essere cos ubriaco!
Anche Lainie si volt. Aveva il labbro tutto gonfio. - Cosa succede?
- Quella macchina. La vedi?
- Che macchina?
I suoi profondi occhi castani non videro nulla. Io, per, s. Chiaramente.
E pure Donny vedeva. Lo capivo dal modo in cui lasciava sbandare la
Chevy da una parte all'altra della strada. La macchina nera ci stava inse-
guendo. Un attimo dopo riuscii a vedere le fiamme dipinte sul cofano, e la
sagoma incerta dell'uomo al volante attraverso il parabrezza inclinato.
Sembrava stesse piegato in avanti, tutto teso a raggiungerci.
- Perdio! - Le nocche di Donny strinsero il volante fino a diventare
bianche. - Sto proprio dando i numeri!
- Solo adesso te ne accorgi? Rapire me  gi abbastanza, ma ti faranno
un bel culo per aver sparato alla signorina Grace! E se l'avessi ammazzata?
- Sta' zitta! - Piccole gocce di sudore gli imperlavano la fronte e i
suoi occhi continuavano a spostarsi dalla strada piena di curve allo spec-
chietto retrovisore e viceversa. Per qualche secondo la macchina nera ri-
mase nascosta dietro una curva, ma poi vidi Midnight Mona sgusciare fuo-
ri dall'ombra e venire verso di noi come un proiettile. Il sole si rifletteva
opaco sulla vernice nera e sul parabrezza affumicato. La Chevy correva sul
filo dei centotrenta, Midnight Mona doveva essere sui centocinquanta.
- L  dove  successo! - Lainie indic un punto oltre la strada, men-
tre i capelli le sferzavano il viso tirato e triste. -  l che il mio amore si 
ucciso!
Stava indicando un punto che a prima vista poteva sembrare solo una di-
stesa di fitti rovi e erbacce, tranne per due alberi morti e anneriti, uno di
fianco all'altro, con i tronchi incisi da orribili e profondi squarci. I rami dei
due alberi erano intrecciati come se si abbracciassero anche nella morte.
Io guardai i suoi capelli biondi e allora mi ricordai.
Era sua la testa che avevo visto appoggiata alla spalla di Little Stevie
Cauley, tanto tempo prima nel parcheggio dello Spinnin' Wheel.
- Attento! - url improvvisamente Lainie e si aggrapp al volante
mentre un gigantesco autotreno usciva rombando dal dosso davanti a noi, e
il suo radiatore riemp il parabrezza di Big Dick come un'enorme bocca di
denti lucenti. Donny, che stava guardando Midnight Mona diventare sem-
pre pi grossa nello specchietto retrovisore, url di terrore e sterz bru-
scamente. L'autotreno ci sfrecci di fianco, con un profondo e indignato
muggito della tromba, sfiorandoci con le grosse ruote. Mi voltai in tempo
per vedere l'autotreno e Midnight Mona fondersi insieme; dopo un attimo
l'auto nera usc dalle ruote posteriori del rimorchio e continu a venire ver-
so di noi, mentre il bestione proseguiva per la sua strada, ottuso come il
bue di Paul Bunyan. Donny non aveva visto quell'atto di magia, era troppo
impegnato a evitare di finire fuori strada. - Ci siamo andati vicino! -
disse Lainie e quando si volt verso di me, capii che ancora adesso non
vedeva la macchina nera.
Ma io avevo capito. E anche Donny. Little Stevie Cauley stava venendo
a salvare la sua ragazza.
- Se vuole giocare pesante, io ci sto! - url Donny e pest sull'ac-
celeratore. Il motore della Chevy url, la macchina si mise a vibrare e tutto
ci che non era imbullonato prese a sferragliare e lamentarsi. - Non  mai
riuscito a battermi! Mai!
- Rallenta! - lo implor Lainie, con gli occhi pieni di paura. - Ci
ammazzerai tutti!
Ma ormai Midnight Mona era proprio dietro di noi, ci seguiva come un
jet nero, regolando la sua velocit con la nostra. Il guidatore era solo u-
n'ombra scura dietro al volante. I pneumatici della Chevy fischiavano,
mentre Donny digrignava i denti, il viso coperto di sudore, e sfrecciava
sulla strada pericolosa. Tra il rumore del motore, quello del vento e le urla
di Lainie che implorava Donny di rallentare, non riuscivo a sentire nean-
che il minimo rumore provenire da Midnight Mona.
- Su, vieni, figlio di puttana! - ringhi Donny. - Ti ho gi am-
mazzato una volta e posso ammazzarti di nuovo!
- Tu sei pazzo! - Lainie era avvinghiata al sedile come un gatto. -
Non voglio morire!
Io venivo sballottato da una parte all'altra dell'auto, mentre la Chevy af-
frontava le curve a rotta di collo, con Donny che lottava col volante con
tutte le sue forze. La mia mente era frastornata ma funzionava ancora.
Mentre volavo di qui e di l come un sacco di biancheria sporca, mi resi
conto che Donny Blaylock aveva ucciso Little Stevie Cauley.
Nella mia immaginazione vedevo anche com'era successo: due macchine
- una blu, una nera - che correvano a tutta birra, con le fiamme che usciva-
no dai tubi di scappamento, su quella stessa strada, sotto la luna di ottobre
dell'anno precedente. Forse erano una di fianco all'altra come le bighe di
Ben-Hur e poi Donny aveva sterzato di colpo e la parte posteriore della
fiancata di destra aveva urtato Midnight Mona. Forse Little Stevie aveva
perso il controllo o forse gli era scoppiato un pneumatico. Ma Midnight
Mona aveva preso il volo, leggera come una farfalla nera, attraverso la not-
te argentata, e, atterrando, era esplosa in fiamme. Sentivo la risata malva-
gia di Donny, mentre si allontanava a tutta velocit dalla carcassa ardente
di vetro e metallo.
A dire il vero, sentivo la sua risata malvagia proprio in quell'istante.
- Ti ammazzer di nuovo! Ti ammazzer di nuovo! - urlava, gli occhi
come impazziti e i capelli impastati di brillantina tirati all'indietro, scom-
posti e intrecciati come le serpi di Medusa. Era ovvio che era allo stremo.
Fren. Lainie url. Io urlai. Anche Big Dick url.
Midnight Mona, che era a un metro e mezzo dal paraurti posteriore della
Chevy, ci colp.
Mentre gli occhi quasi mi schizzavano fuori dalla testa, vidi il muso del-
la macchina nera dipinto a lingue di fuoco entrare attraverso il sedile po-
steriore. Poi, come un'immagine sfuocata al rallentatore, Midnight Mona
cominci a riempire l'interno di Big Dick. Sentii odore di olio bruciato e
metallo arroventato, di fumo di sigaretta e acqua di colonia English Lea-
ther. Per un brevissimo istante, un giovane dai capelli scuri e gli occhi az-
zurri come l'acqua di una piscina fu seduto di fianco a me, con le mani che
stringevano forte il volante, il mozzicone di una Chesterfield stretto tra i
denti. Il mento appuntito del suo volto, di una bellezza irregolare, era pro-
teso in avanti come la prua dell'Olandese Volante. Credo che mi si siano
rizzati i capelli in testa.
Midnight Mona pass attraverso Big Dick. Prosegu diritta attraverso i
sedili anteriori, verso il blocco motore, il suo guidatore allung una mano e
parve toccare la guancia di Lainie: la vidi sbattere le palpebre e sobbalzare,
col viso che le diventava bianco come seta. Donny si fece piccolo piccolo,
urlando in preda al terrore. Gir inutilmente il volante da una parte e dal-
l'altra: lui riusciva a vedere l'apparizione che ci attraversava, anche se per
Lainie era invisibile. E poi Midnight Mona usc attraverso il paraurti ante-
riore, i fanalini di coda del colore di diamanti rossi e il tubo di scappamen-
to che sfiatava in faccia a Donny. La Chevy inizi a girare in tondo come
una trottola, freni e pneumatici che urlavano come spiriti maligni ubriachi
a un convegno notturno.
Sentii uno scricchiolio e udii un colpo, fui proiettato contro il sedile di
Lainie come spinto da un'invisibile piastra di ferro. Sentii Donny urlare: -
Ges! - ma questa volta non stava deridendo nessuno. Il vetro si frantu-
m e qualcosa si ruppe nel ventre della macchina e, con un forte rumore di
cespugli e rami sradicati, la Chevy si ferm con il naso affondato in una
collinetta di terra rossa.
- Ahi, ahi, ahi! - Donny stava uggiolando come un cane con una
zampa rotta. Io sentii il gusto di sangue in bocca e mi sembrava che il naso
mi fosse stato spinto dentro la faccia. Vidi Donny guardarsi intorno con
uno sguardo stravolto. I capelli lungo l'attaccatura ai lati del viso gli erano
diventati bianchi. - L'ho ucciso! - url con una voce stridula e stordita.
- L'ho ucciso quel bastardo! Midnight Mona  bruciata! L'ho vista brucia-
re!
Lainie lo fissava, con lo sguardo annebbiato, con un bernoccolo grande
come un uovo sulla fronte tutta rossa. Bisbigli con voce impastata: -
Tu... hai ucciso...
- L'ho ucciso! L'ho fatto secco!  volato fuori strada e Boom! Boom!
- Donny inizi a ridere e strisci faticosamente fuori dal finestrino del
guidatore senza aprire la portiera. La sua faccia sembrava gonfia e bagnata,
gli occhi storti e pazzi. Cominci a barcollare in circolo, col davanti dei je-
ans inzuppato di urina. - Pap? - chiam. - Aiutami, pap! - Poi ini-
zi a farfugliare e a singhiozzare, sal sulla collinetta di terra rossa e si i-
noltr nel bosco.
Sentii un clic.
Lainie aveva frugato sotto il sedile e aveva trovato la pistola. Aveva tira-
to indietro il cane e ora stava mirando a quel disgraziato demente che bar-
collava e cercava singhiozzando suo padre.
Le tremava la mano. Vidi il suo dito irrigidirsi sul grilletto.
- Meglio di no - dissi.
Il suo dito non mi ascolt.
Ma la sua mano si. Si spost di un centimetro. La pistola spar e il
proiettile fece schizzare un po' di terra rossa. Continu a sparare, altre
quattro volte. Altri quattro colpi nella terra rossa.
Donny Blaylock fugg nel bosco ammantato di giallo. Per un attimo si
trov imprigionato dai rami e mentre lottava per liberarsi i rami gli strap-
parono la camicia sulla schiena. Lui corse via, ma lo sentimmo continuare
a ridere e piangere finch quel disgustoso suono svan e poi scomparve.
Lainie abbass la testa e si copr gli occhi con la mano. Cominci a tre-
marle la schiena. Le usc un gemito soffocato. Io mi sentivo il naso in
fiamme.
Per riuscivo ancora a sentire una traccia di English Leather.
Lainie alz lo sguardo, perplessa. Si tocc la guancia rigata di lacrime.
- Stevie? - disse e la sua voce si accese di speranza.
Come ho gi detto, era la stagione degli spiriti. Si erano radunati, stava-
no raccogliendo le forze per vagare nei campi e nelle strade di ottobre, per
parlare a coloro che li volevano ascoltare.
Forse Lainie non lo vide. E forse, se l'avesse visto, non avrebbe creduto
ai suoi occhi, e sarebbe stata pronta per il manicomio come Donny.
Ma io credo che lo sent, distintamente. Forse solo nel profumo della sua
pelle o nel ricordo di una carezza.
Ma era sufficiente.
7
Mezzogiorno di fuoco a Zephyr
Il mio naso non era rotto, anche se si gonfi come un melone e divent
di un orribile color verde e porpora, la zona intorno agli occhi mi si gonfi
finch questi diventarono due fessure in una massa nero blu. Dire che
mamma rimase inorridita dalla mia esperienza  come dire che nel Golfo
del Messico c' un po' d'acqua. Ma ero sopravvissuto, e quando il naso mi
torn delle dimensioni normali mi sentii di nuovo bene.
Lo sceriffo Amory, che era stato chiamato dalla signorina Grace, trov
me e Lainie che camminavamo sulla Route 16 in direzione di Zephyr. Non
avevo molto da dirgli perch ricordavo benissimo Donny gridare che lo
sceriffo era dei Blaylock. Ne parlai con pap quando lui e la mamma ven-
nero a prendermi allo studio del dottor Parrish. Pap non disse nulla ma
vidi le nuvole addensarsi sul suo volto e sapevo che non sarebbe finita l.
La signorina Grace stava bene. L'avevano portata all'ospedale di Union
Town, ma il proiettile non aveva fatto un danno irreparabile. Avevo l'im-
pressione che ci sarebbe voluto ben altro per metter fuori combattimento la
signorina Grace.
Questa era la storia di Lainie e Little Stevie Cauley, cos come la venni a
sapere pi tardi da pap, che a sua volta l'aveva saputa dallo sceriffo: Lai-
nie; che era scappata da casa a diciassette anni, aveva conosciuto Donny
Blaylock quando faceva la spogliarellista al Port Said di Birmingham. Lui
l'aveva convinta a mettersi a lavorare per "l'impresa di famiglia", promet-
tendole enormi guadagni e altre cose ancora, dicendole che i ragazzi della
base sapevano come spendere la loro paga. Lei aveva accettato, ma poco
dopo essere arrivata dalla signorina Grace, aveva conosciuto Little Stevie
al Woolworth's di Zephyr, un giorno che era andata ai grandi magazzini
per rifarsi il guardaroba estivo. Forse non era stato amore proprio a prima
vista, ma fu qualcosa di molto vicino. In ogni caso, Little Stevie aveva e-
sortato Lainie a lasciare la signorina Grace e a mettersi sulla retta via. A-
vevano iniziato a parlare di matrimonio. La signorina Grace era favorevole
alla cosa, perch non voleva a lavorare da lei ragazze che non potessero
immedesimarsi completamente nel lavoro. Ma Donny Blaylock si conside-
rava il ragazzo di Lainie. Odiava Little Stevie perch, nonostante quello
che andava a raccontare in giro, Midnight Mona riusciva sempre a battere
Big Dick. Aveva deciso che l'unico modo per tenere Lainie al lavoro era
quello di togliere di mezzo Stevie. L'incidente e il rogo di Midnight Mona
erano stati anche la fine del sogno di Lainie che, da quel momento in poi,
non si cur pi di quello che faceva, dove e con chi. Come aveva detto la
signorina Grace, Lainie era diventata selvaggia come un puledro.
Secondo le ultime notizie che ebbi di Lainie, se n'era tornata a casa, pi
vecchia e pi saggia.
E anche pi triste.
Ma chi ha detto che c' sempre un lieto fine?
Alcune di queste informazioni vennero direttamente dalla bocca di quel
somaro: Donny era dietro le sbarre, nella prigione di Zephyr, che si trova-
va di fianco al palazzo di giustizia. Lo aveva trovato, mentre ballava come
uno spaventapasseri, un agricoltore armato di un grosso fucile. La vista
delle sbarre davanti agli occhi, aveva fatto rinsavire Donny almeno in parte
ed era uscito dalla sua follia quel tanto che bastava ad ammettere di aver
mandato fuori strada Little Stevie. Era chiaro che questa volta un Blaylock
non sarebbe sfuggito al lungo braccio della legge, anche se la mano di quel
braccio era sporca del denaro dei Blaylock.
Novembre aveva sfiorato i cortili di Zephyr con le sue dita ghiacciate.
Le colline erano diventate marroni e le foglie stavano cadendo. Crepitava-
no come piccoli petardi quando qualcuno le calpestava, avvicinandosi lun-
go il vialetto. Le sentimmo un marted sera: eravamo tutti a casa davanti al
fuoco acceso nel camino, con pap che leggeva il giornale e la mamma
immersa nei suoi libri di cucina alla ricerca di nuove ricette per le sue tor-
te.
Quando bussarono, pap and alla porta. Lo sceriffo Junior Talmadge
Amory era in piedi sotto la luce del portico, la faccia lunga tutta scura e il
cappello in mano. Aveva il colletto della giacca tirato su: fuori faceva
freddo.
- Posso entrare, Tom? - chiese.
- Non so - disse pap.
- Se tu non vorrai pi parlarmi capir. L'accetter, da uomo. Ma... pri-
ma vorrei dirti alcune cose.
La mamma and da pap e gli disse: - Lascialo entrare, Tom. Va bene?
Pap apr la porta e lo sceriffo entr, lasciandosi la notte alle spalle.
- Ciao, Cory - mi disse. Io ero seduto sul pavimento vicino al camino
e facevo il compito sulla storia dell'Alabama. C'era un punto, in cui Rebel
si sdraiava sempre, che ora mi sembrava terribilmente vuoto. Ma la vita
andava avanti.
- Salve - dissi.
- Cory, va' nella tua stanza - mi ordin pap, ma lo sceriffo Amory
disse: - Tom, vorrei che sentisse anche lui, visto che  lui che l'ha scoper-
to.
Rimasi dov'ero. Lo sceriffo lasci cadere il suo lungo corpo da Ichabod
Crane sul divano e pos il cappello sul tavolino. Rimase a fissare la stella
d'argento che lo ornava. Pap si sedette e la mamma, sempre la pi ospita-
le, chiese allo sceriffo se volesse un po' di torta di mele o di torta speziata,
ma lui scosse la testa. Allora anche lei si sedette, di fianco al caminetto, al
lato opposto di dove si trovava pap.
- Non sar pi sceriffo per molto - inizi lo sceriffo Amory. - Il
sindaco Swope ne nominer uno nuovo non appena avr deciso chi. Penso
che lascer a met mese. - Fece un sospiro pesante. - Penso che ce ne
andremo dalla citt prima di dicembre.
- Mi dispiace - gli disse pap. - E mi  dispiaciuto di pi sentire
quello che mi ha detto Cory. Ma tutto sommato non posso essere troppo
severo con te. Avresti potuto mentire, quando te ne ho parlato.
- Volevo farlo. Davvero. Ma se non puoi credere a tuo figlio, allora a
chi devi credere?
Pap fece una smorfia, come se avesse un qualcosa di amaro in bocca e
volesse sputarlo. - Per amor del cielo, perch l'hai fatto, J.T.? Perch hai
preso dei soldi dai Blaylock per coprirli? Perch guardavi dall'altra parte
quando vendevano il loro whisky di contrabbando e attiravano la gente in
quella loro bisca clandestina? Per non parlare della casa della signorina
Grace, che rispetto e mi  simpatica, ma Dio sa che farebbe meglio a dedi-
carsi a un qualche altro lavoro. Che cos'altro hai fatto per Biggun Bla-
ylock? Gli hai lucidato anche gli stivali?
- S - disse lo sceriffo.
- S cosa?
- L'ho fatto. Gli ho lucidato gli stivali. - Lo sceriffo Amory fece un
debole, stanco sorriso. I suoi occhi erano due pozze scure di tristezza e
rimpianto. - Andavo sempre a casa di Biggun a prendere i miei soldi. Li
aveva pronti per me, il primo di ogni mese. Duecento dollari in una busta
con su scritto il mio nome. "Sceriffo Junior",  cos che mi chiama. - Fe-
ce una smorfia al pensiero. - Un giorno, quando entrai, c'erano tutti i ra-
gazzi: Donny, Bodean e Wade. Biggun stava oliando un fucile. Anche da
seduto, riesce a riempire una stanza con la sua mole. Riesce a buttarti a ter-
ra solo con uno sguardo. Io prendo la mia busta e tutto a un tratto lui affer-
ra gli stivali infangati da terra e li mette sul tavolo, e poi dice: Sceriffo
Junior, ho gli stivali da pulire, ma non ne ho voglia. Pensi di poterlo fare
per me? Io faccio per dire di no, ma lui tira fuori una banconota da cin-
quanta dollari dalla tasca e la mette dentro a quei giganteschi stivali e dice:
Naturalmente, far in modo che ne valga la pena.
- Non dirmelo, J.T. - disse pap.
- Lo voglio. Devo farlo. - Lo sceriffo guard il fuoco e vidi le fiam-
me che facevano danzare luce e ombra sul suo viso. - Dissi a Biggun che
dovevo andare, e che non potevo pulire gli stivali a nessuno. E allora lui
sorride e dice: Oh, Sceriffo Junior, perch non dici subito qual  il tuo
prezzo? e prende un'altra banconota da cinquanta dalla tasca e la infila
nell'altro stivale. - Lo sceriffo Amory si fiss le dita della mano destra
traditrice. - Le ragazze avevano bisogno di vestiti nuovi - disse. - A-
vevano bisogno di un paio di scarpe per la domenica, con il fiocco sopra.
Avevano bisogno di qualcosa che non fosse gi stato usato da qualcun al-
tro. E cos mi guadagnai altri cento dollari. Biggun sapeva che sarei andato
da lui quel giorno e aveva camminato appositamente nel fango. Quando i
suoi stivali furono puliti, io uscii e vomitai. Sentii i ragazzi, in casa, che ri-
devano. - Strinse gli occhi per qualche secondo e poi li riapr. - Portai le
ragazze nel pi bel negozio di scarpe di Union Town e comprai un mazzo
di fiori per Lucinda. Non era solo per lei, volevo odorare qualcosa di pro-
fumato.
- Lucinda sapeva di questo? - chiese pap.
- No. Credeva avessi avuto un aumento. Sai quante volte ho chiesto un
aumento al sindaco e al consiglio di questa maledetta citt? Sai quante vol-
te mi hanno detto: Lo metteremo in bilancio per il prossimo anno, J.T.?
- Fece una risata amara. - Il buon vecchio J.T.! Il vecchio J.T. pu an-
che farne a meno! Pu stiracchiare una moneta da dieci centesimi finch
Roosevelt non si mette a gridare, e non ha bisogno di aumento, perch in
fondo cosa fa tutto il giorno? Il vecchio J.T. se ne va in giro sulla sua mac-
china di sceriffo e se ne sta seduto alla scrivania a leggere True Detective e
magari ogni tanto seda una rissa, o va a cercare un cane che si  perso, op-
pure divide due vicini che litigano per una staccionata. Una volta ogni
morte di papa c' un furto o una sparatoria o qualcos'altro, come quella
macchina che  finita nel Saxon's Lake. Ma non  che il vecchio J.T. sia
proprio un vero sceriffo, no?  uno spilungone con una stella sul cappello,
e a Zephyr non succede mai niente per cui lui debba avere un aumento, o
magari un'assegnazione di benzina almeno decente, o un bonus di tanto in
tanto. Neanche una pacca sulla schiena. - Gli occhi gli brillavano di una
luce febbrile. Mi resi conto, come i miei genitori, che non avevamo mai in-
tuito l'angoscia che lo sceriffo Amory si portava dentro. - Maledizione!
- disse. - Non era mia intenzione venire qui e riversare su di voi tutta la
mia amarezza. Mi dispiace.
- Se ti sei sentito cos per tanto tempo - disse la mamma - perch
non hai dato le dimissioni?
- Perch... mi piaceva essere lo sceriffo, Rebecca. Mi piaceva sapere
chi faceva cosa, e perch. Mi piaceva che le persone dipendessero da me.
Era come... essere un padre, un fratello maggiore e il migliore amico, tutto
in uno. Forse il sindaco Swope e il consiglio cittadino non mi rispettano,
ma la gente di Zephyr mi rispetta. Mi rispettava, voglio dire. Ecco perch
ho continuato, anche se avrei dovuto smettere molto tempo fa. Prima che
Biggun Blaylock mi mandasse a chiamare nel cuore della notte e mi dices-
se che aveva una proposta da farmi. Diceva che i suoi affari non facevano
male a nessuno. Diceva che facevano stare meglio la gente. Diceva che lui
non sarebbe stato in affari se la gente non fosse andata da lui a chiedergli
quello che vendeva.
- E tu gli hai creduto. Mio Dio, J.T.! - Pap scosse la testa, disgu-
stato.
- E c' dell'altro. Biggun disse che se lui e i suoi figli non fossero stati
in affari, la banda di Ryker si sarebbe trasferita qui, dall'altra contea, e a-
vevo sentito dire che quei tipi erano assassini implacabili. Biggun disse
che, accettando il suo denaro, io stringevo la mano al diavolo, ma il diavo-
lo che conoscevo era meglio di quello che non conoscevo. Gi, gli ho cre-
duto, Tom. E gli credo ancora.
- E cos tu hai sempre saputo dov'era il suo covo. E hai fatto credere a
tutti quanti che non riuscivi a trovarlo.
- Esatto. Si trova vicino al punto in cui Cory e gli altri ragazzi hanno
visto consegnare quella scatola. Onestamente, non so cosa ci fosse dentro,
ma so che Gerald Hargison e Dick Moultry sono membri del Ku Klux
Klan da molto tempo. Ma ora sono un corrotto, la feccia della terra, e non
sono degno di camminare per strada con le persone come si deve. - Lo
sceriffo guard pap. - Non c' bisogno che tu mi dica che ho fatto un bel
casino, Tom. So di avere sbagliato. So di aver gettato la vergogna sull'im-
magine dello sceriffo. E anche sulla mia famiglia, e mi sento morire quan-
do persone che credevo fossero buoni amici guardano Lucinda e le ragazze
come se fossero uscite da una sputacchiera. Come ti ho detto, tra poco la-
sceremo la citt. Ma ho un ultimo dovere da compiere come sceriffo di
Zephyr.
- Qual ? Devi aprire la cassaforte della banca per Biggun?
- No - disse calmo lo sceriffo. - Devo fare in modo che Donny vada
in prigione per l'assassinio. Omicidio colposo, come minimo.
- Ah - disse pap e so che doveva sentirsi un verme. Ma si riprese su-
bito. - Cosa ne pensa Biggun di questo? Dopo che ti ha pagato per stare
buono?
- Biggun non mi ha pagato per proteggere un assassino. E Donny  un
assassino. Ringrazio il cielo che non abbia ucciso anche la signorina Gra-
ce. Conoscevo Stevie Cauley. Poteva anche essere un duro, e abbiamo
avuto i nostri contrasti, ma era un bravo cristo. E anche i suoi genitori sono
brava gente. Quindi non permetter che Donny se la cavi. Qualunque cosa
Biggun minacci di fare.
- Ti ha minacciato? - chiese la mamma, mentre pap si alzava per
spostare un ceppo con l'attizzatoio.
- S.  pi giusto dire che mi ha avvisato. - Lo sceriffo aggrott la
fronte e le rughe tra gli occhi si fecero pi profonde. - Dopodomani, due
ispettori del dipartimento di polizia della contea arriveranno con l'autobus
della Trailways.  l'autobus numero trentatr e arriva a mezzogiorno. Io
devo preparare tutti i documenti per il trasferimento e loro prenderanno in
custodia Donny.
L'autobus della Trailways passava per Zephyr un giorno s e un giorno
no, diretto a Union Town. Si fermava, raramente, sotto il piccolo cartello
della Trailways alla stazione di servizio della Shell, in Ridgeton Street, per
prendere a bordo o scaricare un passeggero o due. Ma, la maggior parte
delle volte, tirava dritto, diretto altrove.
- Ho trovato un piccolo taccuino nero sotto il sedile del guidatore, sulla
macchina di Donny - spieg lo sceriffo. Pap mise un altro ceppo nel
fuoco, ma stava ascoltando. - Ci sono dei nomi e delle cifre che io credo
abbiano a che fare con le scommesse clandestine sui tornei di football delle
superiori. Ci sono dei nomi che vi sorprenderebbero. Non gente di Zephyr,
ma nomi che riconoscereste per averli letti sui giornali, se seguite la politi-
ca. Io credo che i Blaylock abbiano pagato uno o due allenatori per trucca-
re le partite.
- Ges! - esclam la mamma.
- I due ispettori del dipartimento verranno a prelevare Donny e io devo
assicurarmi che lui sia l ad attenderli. - Lo sceriffo pass un dito sul
bordo della stella. - Biggun dice che mi uccider piuttosto che lasciarmi
portare suo figlio a quell'autobus. Credo che faccia sul serio, Tom.
- Sta bluffando! - disse pap. - Sta cercando di spaventarti perch tu
lasci andare Donny!
- Questa mattina c'era un animale morto sul portico di casa nostra.
Credo... credo che si trattasse di un gatto. Ma era tutto a pezzi e c'era san-
gue dappertutto. Sulla nostra porta c'era scritto "Donny non partir" con il
sangue del gatto. Avresti dovuto vedere la faccia delle ragazze quando
hanno visto quel macello. - Lo sceriffo Amory abbass la testa per un at-
timo, fissando il pavimento. - Ho paura. Ho una paura tremenda. Io credo
che Biggun cercher di uccidermi e di tirare fuori di prigione Donny prima
che l'autobus arrivi in citt.
- Io avrei pi paura che quelle maledette serpi dessero la caccia a Lu-
cinda e alle ragazze - disse la mamma e io capii che era veramente furio-
sa perch non usava quasi mai quel tipo di linguaggio.
- Le ho mandate dalla madre di Lucinda questa mattina, dopo quanto 
successo. Mi hanno chiamato verso le due del pomeriggio e mi hanno det-
to che sono arrivate senza problemi. - Alz il viso e guard mio padre
con un'espressione tormentata. - Tom, ho bisogno di aiuto.
Lo sceriffo spieg che aveva bisogno di tre o quattro uomini da no-
minare suoi vice, che avrebbero dovuto passare quella notte, l'indomani e
la notte seguente alla prigione, a fare la guardia a Donny. Disse che aveva
gi nominato il capo Marchette, che ora si trovava alla prigione a fare il
suo turno di guardia, ma che aveva difficolt a trovare gli altri: lo aveva
gi chiesto a dieci persone, ma aveva ricevuto dieci rifiuti. Sarebbe stato
un compito pericoloso, disse. I suoi vice avrebbero ricevuto ognuno cin-
quanta dollari, che avrebbe pagato di tasca sua, e quello era il massimo che
poteva permettersi di pagare. Alla prigione c'erano pistole e munizioni e la
stessa prigione era sicura come una fortezza. La parte difficile, sarebbe sta-
ta portare Donny dalla cella alla fermata dell'autobus.
- Questa  tutta la storia. - Lo sceriffo pos le mani sulle ginocchia
scheletriche. - Vuoi farmi da vice, Tom?
- No! - La voce della mamma fece quasi tremare i vetri. - Sei im-
pazzito?
- Mi dispiace dover chiedere questo a Tom, Rebecca. Te lo assicuro.
Ma qualcuno lo deve pur fare.
- Allora chiedilo a qualcun altro! Non a Tom!
- Posso sentire la tua risposta? - lo esort lo sceriffo.
Pap era in piedi vicino al caminetto, con i ceppi che scoppiettavano. Il
suo sguardo and avanti e indietro dalla mamma allo sceriffo, con una ve-
loce occhiata verso di me. Si mise le mani in tasca, tenendo il viso rivolto
verso il basso. - Io... non so cosa dire.
- Sai cos' giusto, vero?
- S. Ma non credo nella violenza. Non riesco a concepirla. Spe-
cialmente... come mi sono sentito in questi ultimi mesi. Come se cammi-
nassi sui gusci d'uovo con un'incudine sulla schiena. So che non sarei ca-
pace di tirare un grilletto e uccidere qualcuno. Lo so di sicuro.
- Allora, non sar necessario che tu porti una pistola. Non te lo chiede-
r. Devi solo essere presente per dimostrare a Biggun che non pu passarla
liscia con un'accusa di omicidio.
- A meno che i Blaylock non vi uccidano tutti ! - La mamma quasi
schizz su dalla sedia. - No! Ultimamente Tom  stato sotto un forte
stress e non  nella forma fisica n mentale per...
- Rebecca! - esclam pap e la mamma si zitt. - Sono in grado di
parlare per me stesso. Grazie - disse.
- Dimmi di s, Tom. - Ora lo sceriffo lo stava implorando. -  solo
quello, che voglio sentire.
Pap soffriva. Vedevo l'espressione cupa sul suo viso. Sapeva cosa fosse
giusto, ma era sconvolto e ferito dentro, e la mano fredda dell'uomo nel
Saxon's Lake lo teneva per il collo. - No - disse con voce roca. - Non
posso, J.T.
Dio mi perdoni. Mi venne in mente una parola, e quella parola era coni-
glio. Fui improvvisamente sopraffatto dalla vergogna, mi alzai e corsi in
camera mia col volto in fiamme.
- Cory! - mi chiam pap. - Aspetta un minuto!
- Bene, benissimo! - Lo sceriffo Amory si alz, prese il cappello dal
tavolino e se lo piant sulla testa. Il cocuzzolo era schiacciato e la stella
tutta di traverso. - Maledettamente bene! Tutti vogliono i Blaylock dietro
alle sbarre e mi prendono a calci in culo perch ho preso il loro denaro, ma
quando arriva l'occasione di fare veramente qualcosa, tutti, compresi fra-
telli, sorelle e zii, scappano! Bene!
Pap disse: - Vorrei poter...
- Lascia perdere. Resta a casa, al sicuro. Buona notte. - Lo sceriffo
Amory usc nel freddo della notte. Le foglie scricchiolarono sotto le sue
scarpe e poi il rumore svan. Pap rimase in piedi vicino alla finestra e lo
guard allontanarsi.
- Non ti preoccupare per lui - disse la mamma. - Trover altri vice.
- E se non li trova? E se tutti se la danno a gambe?
- Allora se questa citt non ha abbastanza a cuore la legge e l'ordine
tanto da aiutare lo sceriffo, Zephyr si merita di scomparire dalla faccia del-
la terra.
Pap si volt verso di lei, con la bocca tesa. - Noi siamo Zephyr, Re-
becca. Tu e io. Cory. J.T. I dieci uomini che ha interpellato e che hanno ri-
fiutato, anche loro sono Zephyr. Sono lo spirito della gente e l'interesse
verso gli altri che scompaiono prima degli edifici e delle case.
- Tu non puoi aiutarlo, Tom. Non puoi. Se ti succedesse qualcosa... -
Non fin la frase, perch quella linea di pensiero portava a un finale disa-
stroso.
- Forse ha sbagliato, ma merita aiuto. Avrei dovuto dirgli di s.
- No, non avresti dovuto. Tu non sei un duro, Tom. Quei Blaylock ti
ucciderebbero prima che tu riuscissi a battere ciglio.
- E allora non batter ciglio - disse pap, impassibile.
- Fa' come ti ha detto J.T., Tom. Resta a casa, al sicuro. D'accordo?
- Bell'esempio che do a Cory. Hai visto il modo in cui mi ha guardato?
- Gli passer - disse la mamma. Si sforz di fare un sorriso. - Cosa
ne dici di una bella fetta di torta speziata e una tazza di caff?
- Non voglio torta speziata. N torta di mele, o panini dolci al cocco o
frittelle di mirtilli. Quello che voglio  un po' di... - Dovette in-
terrompersi, perch l'emozione gli chiuse la gola. Pace sarebbe stata la pa-
rola seguente. - Vado a parlare con Cory - le disse, e venne a bussare
alla porta della mia stanza.
Lo feci entrare. Dovevo: era mio padre. Si sedette sul mio letto, mentre
io tenevo il naso affondato in un giornalino a fumetti di Falco. Prima che
venisse da me, mi era tornata in mente una cosa che aveva detto Vernon:
Lo sceriffo Amory  un brav'uomo, solo che non  un buono sceriffo. Si
lascia scappare gli uccelli dopo avergli messo le zampe sopra. Penso che
non si potesse dire che lo sceriffo Amory non stesse cercando di compor-
tarsi bene verso la sua famiglia. Pap si schiar la gola. - Bene, penso che
tu mi consideri pi verme di un verme, giusto?
In un altro momento avrei riso di quell'espressione. Ora mi limitai a fis-
sare il mio giornalino, cercando di entrare in quel mondo di slanciati aerei
di ebano ed eroi dalla mascella quadrata che usavano l'ingegno e i pugni
per fare giustizia.
Forse mi tradii. Forse pap mi lesse nel pensiero. Disse: - Il mondo
non  un giornalino a fumetti, figliolo. - Poi mi sfior la spalla, si alz e
usc, chiudendosi la porta alle spalle.
Quella notte dormii male. Quando non c'erano le quattro ragazzine a
chiamare il mio nome, c'era la macchina che finiva nell'acqua scura oltre lo
spuntone di roccia rossa, e poi Midnight Mona mi passava attraverso e la
grossa faccia demoniaca e barbuta di Biggun Blaylock diceva Ce ne ho
messo uno in pi per buon augurio, e la testa di Lucifero, spappolata dai
proiettili, urlava dalla sua tomba, oppure la signora Lezander mi offriva un
bicchiere di Tang e diceva Alcune volte sta alzato fino all'alba ad ascolta-
re le trasmissioni dai paesi stranieri.
Rimasi sdraiato nel buio.
Non avevo parlato con mamma e pap del fatto che al dottor Lezander
non piacesse il latte o che fosse un nottambulo. Certamente non aveva
niente a che fare con la macchina finita nel Saxon's Lake. Che motivo a-
vrebbe mai avuto il dottor Lezander di uccidere uno sconosciuto? E poi il
dottor Lezander era una persona dall'animo gentile che amava gli animali,
e non una bestia selvaggia in grado di picchiare un uomo fino a ridurlo
quasi in fin di vita e poi strangolarlo con una corda di pianoforte. Era im-
pensabile!
Eppure ci stavo pensando.
Vernon aveva ragione a proposito dello sceriffo Amory. Poteva forse
aver ragione anche a proposito del nottambulo che odiava il latte?
Vernon era pazzo, ma, come i Beach Boys, se ne andava in giro. Come
l'occhio di Dio, guardava l'andirivieni dei cittadini di Zephyr, vedeva le lo-
ro grandi speranze e i loro meschini progetti. Vedeva la vita messa a nudo.
E forse sapeva pi cose di quanto si rendesse conto.
Decisi che avrei iniziato a sorvegliare il dottor Lezander, e anche sua
moglie. Come poteva nascondersi un simile mostro sotto un aspetto cos
civile, senza che lei non lo sapesse?
Il giorno dopo, una giornata fredda e piovigginosa, dopo la scuola, pas-
sai con Razzo davanti alla casa del dottor Lezander. Naturalmente, lui e la
moglie erano in casa. Persino i due cavalli erano nella stalla. Non so cosa
stessi cercando, volevo solo dare un'occhiata. Ci doveva essere qualcosa di
pi per collegare il dottore al Saxon's Lake, delle teorie di Vernon. Quella
sera, a tavola, il silenzio a tavola non si sarebbe potuto tagliare nemmeno
con una motosega. Io non osavo cercare lo sguardo di mio padre, e anche
mamma e pap evitavano di guardarsi: fu proprio una cena allegra, dall'i-
nizio alla fine.
Poi, mentre stavamo mangiando la torta di zucca, che ormai ci usciva
dagli occhi, pap disse: - Oggi hanno licenziato Rick Spanner.
- Rick? Ma lavorava al caseificio da tanto tempo quanto te!
- Esatto - disse pap e diede qualche colpetto con la forchetta sulla
crosta della torta. - Ho parlato con Neil Yarbrough questa mattina. Ha
sentito dire che stanno riducendo il personale. Lo devono fare, a causa di
quel dann... di quel supermercato - si corresse, anche se ormai l'impreca-
zione gli era scappata. - Big Paul's Pantry - disse con disprezzo e sbuff
cos forte, che pensai che la torta di zucca potesse uscirgli dal naso. - Il
latte in contenitori di plastica. Cos'altro inventeranno ancora per imbroglia-
re le cose?
- Leah Spanner ha avuto un bambino in agosto - disse la mamma. -
 il terzo. Cosa far Rick, ora?
- Non lo so. Se n' andato appena gliel'hanno detto. Neil ha sentito dire
che gli hanno dato un mese di paga, ma non durer molto con quattro boc-
che da sfamare. - Pos la forchetta. - Magari potremmo portar loro una
torta, o qualcosa...
- Gliene far una fresca domani mattina per prima cosa.
- Bene. - Pap allung una mano e la pos sopra quella della mam-
ma. Con tutto quello che era successo, detto e non detto, era un segnale
confortante. - Ho l'impressione che sia solo l'inizio, Rebecca. La Green
Meadows non pu competere con i prezzi di quel supermercato. La scorsa
settimana abbiamo abbassato i prezzi a quattro dei nostri abituali clienti, e
due giorni dopo Big Paul's Pantry ha tirato fuori prezzi ancora pi bassi.
Penso che le cose siano destinate a peggiorare ancora parecchio prima che
si possa sperare in un miglioramento. - Vidi la sua mano stringere quella
della mamma e lei ricambi la stretta. C'erano dentro insieme, anche se sa-
rebbe stata dura.
- Un'altra cosa. - Pap fece una pausa. Un muscolo della sua mascella
si tese e si rilass. Evidentemente aveva difficolt a sputare il rospo, qua-
lunque fosse. - Questo pomeriggio ho parlato con Jack Marchette. Era al-
la stazione di servizio Shell quando mi sono fermato per fare il pieno al
camioncino. Mi ha detto... - Di nuovo quel nodo alla gola. - Ha detto
che J.T. ha trovato solo un altro volontario da nominare suo vice, a parte
Jack. Sai chi ?
La mamma aspett.
- L'Uomo Luna. - Un sorriso tirato pass sul volto di pap. - Ci cre-
deresti? Con tutti gli uomini validi di questa citt, solo Jack e l'Uomo Luna
staranno con J.T. per affrontare i Blaylock. Dubito che l'Uomo Luna riesca
anche solo a reggere una pistola, figuriamoci usarla! Be', immagino che
tutti gli altri abbiano deciso di restare a casa al sicuro, no?
La mamma ritir la mano e guard da un'altra parte. Pap guard verso
di me, all'altro capo del tavolo, con uno sguardo cos intenso che mi mossi
a disagio sulla sedia, perch sentivo il suo calore e la sua forza. - Bel pa-
dre che hai, eh, socio? Oggi a scuola hai detto ai tuoi amici come ho aiuta-
to a far rispettare la legge?
- No, signore - risposi.
- Avresti dovuto. Avresti dovuto raccontarlo a Ben, Johnny e Davy
Ray.
- Io non li vedo i loro padri in fila a farsi uccidere dai Blaylock! - dis-
se la mamma, con la voce tesa e rotta. - Dove sono tutti quelli che sanno
usare una pistola? Dove, sono i cacciatori? Dove sono quegli sbruffoni che
parlano sempre di tutte le volte che hanno fatto a botte e di come sanno u-
sare i pugni per risolvere ogni problema di questa terra?
- Non so dove siano. - Pap tir indietro la sedia e si alz. - Io so
solo dove sono io. - Si avvi verso la porta e la mamma disse con il fiato
corto per la paura: - Dove stai andando?
Pap si ferm. Rimase l, tra noi e la porta e si port una mano alla fron-
te. - Fuori, sul portico. Solo sul portico, Rebecca. Ho bisogno di sedermi
fuori a pensare.
- Ma fuori fa freddo e piove!
- Sopravviver - le rispose lui, e usc.
Dopo circa trenta minuti rientr in casa. Si sedette davanti al caminetto
per riscaldarsi. Io potevo restare alzato un po' di pi, poich era venerd.
Quando venne per me l'ora di andare a letto, tra le dieci e mezza e le undi-
ci, pap era ancora seduto in poltrona, vicino al focolare, il mento appog-
giato sulle mani unite. Fuori, si era messo a soffiare un vento forte che get-
tava manciate di pioggia come sabbia contro le finestre.
- Buona notte, mamma! - dissi. Lei mi diede la buona notte, immersa
nelle sue fatiche di rcole in cucina. - Buona notte, pap.
- Cory? - disse lui, piano.
- S?
- Se io fossi costretto a uccidere un uomo, questo mi renderebbe diver-
so dalla persona che ha commesso quell'omicidio al Saxon's Lake?
Ci riflettei un momento. - S - decisi. - Perch avresti ucciso solo
per proteggere te stesso.
- E come facciamo a sapere che chiunque abbia commesso quel-
l'omicidio non stesse proteggendo se stesso, in qualche modo?
- Non lo possiamo sapere, penso. Ma per te non sarebbe un piacere,
come invece  stato per lui.
- No - disse lui. - Certo che no.
Avevo qualcos'altro da dire. Non sapevo se lui volesse sentirlo o meno,
ma dovevo dirlo. - Pap?
- S, figliolo?
- Io credo che nessuno possa darti la pace, pap. Io credo che tu debba
combattere per ritrovarla, che ti piaccia o no. Come quello che  successo a
Johnny con Gotha Branlin. Johnny non stava cercando la rissa, vi  stato
costretto. Ma ha conquistato la pace per tutti noi, pap. - L'espressione di
mio padre non cambi, e io non ero sicuro che capisse dove volevo arriva-
re. - Ti sembra che abbia senso?
- Perfettamente - rispose. Alz il viso e io vidi l'ombra di un sorriso
all'angolo della sua bocca. - Domani alla radio danno la partita dell'Ala-
bama. Dovrebbe essere una cannonata. Sar meglio che tu ora vada a dor-
mire.
- Sissignore. - Mi avviai verso la mia camera.
- Grazie, figliolo - disse pap.
Mi svegliai alle sette al rumore sferragliante del motore freddo del ca-
mioncino che si metteva in moto. - Tom! - sentii mia madre chiamarlo
dal portico. - Tom, non farlo! - Guardai fuori dalla finestra nella prima
luce del mattino e vidi la mamma in vestaglia, correre verso la strada. Ma
il camioncino stava gi partendo e la mamma grid: - Non andare! - La
mano di pap usc dal finestrino e la salut. I cani si misero ad abbaiare
lungo Hilltop Street, svegliati nei loro canili dalla confusione. Sapevo dove
stava andando pap. E sapevo anche perch.
Avevo paura per lui, ma durante la notte aveva preso una decisione im-
provvisa. Stava andando a cercare la pace, anzich restare ad aspettarla.
La mattinata fu un supplizio. La mamma riusciva a malapena a parlare.
Vagava per la casa in vestaglia, con gli occhi fissi per il terrore. Ogni
quindici minuti circa chiamava l'ufficio dello sceriffo per parlare con pap,
finch finalmente, verso le nove, probabilmente lui le disse che non poteva
pi parlarle, perch lei smise di fare il numero.
Alle nove e trenta mi vestii. Mi misi un paio di jeans, una camicia e un
maglione perch, anche se c'era il sole e il cielo era sereno, l'aria era pun-
gente. Mi lavai i denti e mi pettinai. Guardai l'orologio ticchettare finch
non furono le dieci. Pensai all'autobus della Trailways, il numero trentatr,
che si avvicinava sulla strada tutta curve. Sarebbe arrivato in anticipo, in
ritardo, oppure puntuale? Quel giorno, i secondi avrebbero potuto signifi-
care la vita per mio padre, lo sceriffo, il comandante Marchette e l'Uomo
Luna. Cercai di mettere da parte questi pensieri, per quanto potei. Ma ri-
tornavano implacabili, come le bruciature dell'edera del Canada. Sapevo
che verso le dieci e mezza sarei dovuto andare. Dovevo essere l, per vede-
re mio padre. Non potevo aspettare la telefonata per sapere se Donny era
sull'autobus con i due responsabili o se mio padre era stato steso da un
proiettile dei Blaylock. Dovevo andare. Allacciai il mio Timex ed ero
pronto.
Verso le undici, la mamma era cos nervosa che aveva acceso tutte e due
le televisioni e pure la radio e stava facendo tre torte tutte in una volta. La
partita dell'Alabama stava quasi per cominciare. Non me ne fregava niente.
Entrai nella cucina profumata di zucca e noce moscata e dissi: - Posso
andare da Johnny, mamma?
- Cosa? - Mi guard con gli occhi sgranati. - Andare dove?
- Da Johnny. I ragazzi si trovano l per... - lanciai un'occhiata verso la
radio. Avanti, Crimson Tide, travolgili! incitava la folla - ...ascoltare la
partita. - Era una bugia necessaria.
- No. Voglio che tu resti qui con me.
- Ho promesso che sarei andato.
- Ho detto... - Il volto era infiammato dall'ira. Sbatt una terrina sul
bancone. Utensili sporchi di zucca scivolarono a terra. Gli occhi le si riem-
pirono di lacrime e lei si port una mano alla bocca per contenere un urlo
di angoscia.
Freddo fuori, infiammato dentro. Quello ero io. - Io vorrei andare -
dissi.
La mano non riusc pi a trattenere l'urlo. - E allora, vai! - grid la
mamma, mentre i nervi le cedevano a rivelare il tormento che la rodeva. -
Va' pure, non m'interessa!
Mi voltai e corsi fuori prima che il singhiozzo che stava per traboccare
mi costringesse a fermarmi. Mentre salivo in sella a Razzo udii uno
schianto in cucina. La terrina aveva raggiunto il pavimento. Cominciai a
pedalare verso Ridgeton Street, col freddo che mi mordeva le orecchie.
Quel giorno Razzo era veloce, come se captasse la tragedia incombente.
Eppure,, la citt era calma nel torpore del fine settimana, il freddo aveva
costretto in casa quasi tutti i ragazzi, tranne pochi ardimentosi, e la mag-
gior parte delle persone era sintonizzata sull'ultimo trionfo di Bear Bryant.
Io correvo, chino in avanti, col mento che tagliava l'aria. I pneumatici di
Razzo risuonavano sull'asfalto e quando i pedali mi sfuggirono da sotto al-
le scarpe, le ruote continuarono a girare per conto loro.
Arrivai alla stazione di servizio poco dopo le undici e quindici. Aveva
due pompe per la benzina e una colonnina per l'aria compressa. Dentro al-
l'ufficio, che comunicava con un garage per due macchine, il proprietario
della stazione di servizio, il signor Hiram White - un uomo anziano con la
schiena ricurva che si muoveva sempre strascicando i piedi tra le sue chia-
vi inglesi e cinghie di trasmissione come Quasimodo tra le sue campane -
era seduto alla scrivania, con la testa piegata di lato verso una radio. Sul-
l'angolo dell'edificio in blocchetti di cemento era appesa, con delle viti ar-
rugginite, una targa gialla di metallo con su scritto TRAILWAYS BUS
SYSTEM. Parcheggiai Razzo sul retro, vicino ai bidoni della spazzatura
sporchi d'olio e mi sedetti per terra al sole ad aspettare mezzogiorno in
punto.
Alle dodici meno dieci, con le unghie rosicchiate fino all'osso, sentii il
rumore di macchine che si avvicinavano. Mi appiattii contro l'angolo e
sbirciai. Si ferm la macchina dello sceriffo, seguita dal camioncino di pa-
p. Di fianco a pap era seduto l'Uomo Luna, col suo cappello a cilindro. Il
comandante Marchette era seduto di fianco allo sceriffo e, dietro di loro,
c'era il criminale, Donny Blaylock, che sfoggiava un'uniforme grigia e un
sorrisetto compiaciuto. Non scese nessuno. Rimasero l seduti, con i moto-
ri in moto.
Il signor White emerse dal suo ufficio, correndo di lato come un gran-
chio. Lo sceriffo Amory abbass il finestrino e si scambiarono qualche pa-
rola, ma io non riuscii a capire che cosa si dicessero. Quindi il signor Whi-
te torn nel suo ufficio e dopo pochi minuti se ne and, con indosso una
giacca sporca di grasso e un cappellino da baseball. Sal sulla sua De Soto
e part, lasciandosi dietro nuvolette di fumo azzurrino, come i punti e le li-
nee del codice Morse.
Il finestrino dalla parte dello sceriffo fu tirato di nuovo su. Controllai il
mio Timex. Mancavano due minuti alle dodici.
Due minuti dopo, l'autobus non era ancora arrivato.
Improvvisamente, una voce dietro di me disse: - Non muoverti, ragaz-
zo.
Una mano mi afferr per il collo prima che potessi girare la testa. Dita
d'acciaio mi strinsero cos forte che mi si bloccarono i nervi. La mano mi
tir indietro dall'angolo dell'edificio. Era Wade o Bodean? Ges, non c'era
modo di avvisare mio padre? La mano continu a tirarmi finch non fum-
mo vicini ai bidoni della spazzatura. Allora mi lasci andare. Io mi voltai e
vidi il mio avversario.
- Che diavolo stai facendo qui, dannazione? - disse il signor Owen
Cathcoate.
Non riuscivo neanche a parlare. Il volto rugoso e macchiato del signor
Cathcoate era sormontato da un cappello da cowboy macchiato di sudore,
con la forma pi da Gabby Hayes che da Roy Rogers. I capelli giallastri e
incolti gli ricadevano disordinatamente sulle spalle. Sopra i calzoni neri
con la piega e un cardigan color fango, portava uno spolverino beige che
sembrava pi ammuffito che impolverato. L'orlo stracciato gli arrivava
quasi alle caviglie degli stivali neri. Ma non era questo che mi aveva fatto
perdere la voce. Era il cinturone di pelle lavorata stretto intorno alla vita
magra e la pistola con l'impugnatura sottile infilata nella fondina sulla sini-
stra, girata in modo che il calcio fosse rivolto verso l'esterno. Gli occhietti
del signor Cathcoate mi soppesarono. - Ti ho fatto una domanda - disse.
- Il mio pap - riuscii a dire. -  qui. Per aiutare lo sceriffo.
- Ah,  qui. Ma questo non spiega perch tu sei qui.
- Io volevo solo...
- Farti saltare le cervella? Ci saranno un po' di fuochi d'artificio, tra un
po', se conosco bene i Blaylock. Sali su quella bicicletta e sparisci.
- L'autobus  in ritardo - dissi, cercando di prendere tempo.
- Non menare il can per l'aia - ribatt. - Via! - Mi spinse verso
Razzo.
Io non montai. - Nossignore. Io resto con mio padre.
- Vuoi che ti prenda a sculaccioni qui, adesso? - Gli si gonfiarono le
vene del collo. Immagino che me le avrebbe potute suonare in un modo
che avrebbe fatto sembrare gli sculaccioni di mio padre come una passati-
na col pennello della polvere. Il signor Cathcoate avanz verso di me. Io
feci un solo passo indietro e decisi che non mi sarei mosso da l.
Il signor Cathcoate si ferm, a meno di un metro da me. Un sorriso duro
gli pass sulle labbra. - Bene - disse. - Hai carattere, eh?
In quel momento udimmo tutti e due il rumore di un veicolo che si avvi-
cinava e capimmo che era finito il tempo di discutere. Il signor Cathcoate
si volt e and furtivo all'angolo dell'edificio, con le falde dello spolverino
che frusciavano. Si ferm e sbirci furtivamente da dietro l'angolo e io mi
resi conto che davanti a me non c'era pi il signor Owen Cathcoate.
C'era Caramella Kid.
Andai anch'io a curiosare dietro l'angolo, prima che il signor Cathcoate
mi facesse segno di allontanarmi.
Il mio cuore sobbalz per quello che vidi. Non era l'autobus della Trail-
ways, ma una Cadillac nera. Si ferm alla stazione di servizio e si par-
cheggi di traverso, davanti alla macchina dello sceriffo. Io sfuggii dalla
mano del signor Cathcoate che mi tratteneva e corsi a nascondermi dietro a
una pila di pneumatici usati vicino al garage. Mi ci gettai dietro a pancia in
gi. Ora avevo una vista completa di quello che stava per succedere e ri-
masi l sebbene il signor Cathcoate mi facesse segno di tornare dietro all'e-
dificio.
Bodean Blaylock, vestito con una camicia bianca col colletto aperto e un
abito grigio che brillava di una lucida iridescenza, scese dal lato del guida-
tore. Aveva i capelli tagliati cortissimi, e la bocca malvagia piegata in un
debole sorriso. Infil una mano in macchina e la tir fuori tenendo un re-
volver dall'impugnatura di madreperla. E poi Wade Blaylock, con i capelli
scuri lisciati all'indietro e il mento all'infuori, scese dal lato del passeggero.
Aveva un paio di pantaloni neri cos stretti che gli sembravano dipinti ad-
dosso, e le maniche della camicia a quadri da cowboy erano arrotolate, no-
nostante il freddo, su fino a mostrare gli avambracci magri e tatuati. Aveva
una fondina sotto l'ascella, e dentro una pistola. Prese un fucile dalla Cadil-
lac e arm velocemente il cane.
Poi si apr la portiera posteriore, la Cadillac oscill e quel grosso bruto si
sollev dal sedile e usc. Biggun Blaylock portava una tuta mimetica con
le bretelle e una camicia marrone scuro. Sembrava una collina di ottobre
vivente, strappata dal letto di roccia per rotolare attraverso la terra. Aveva
un sorriso tutto denti e il cranio calvo col ciuffo di capelli grigi luccicava
di olio per cuoio capelluto. Respirava forte, cercando di riprendere fiato
dopo la fatica fatta per scendere dalla macchina. - Avanti, ragazzi - dis-
se ansimando.
Wade spian il fucile. Bodean tir indietro il cane della pistola. Mi-
rarono alla macchina dello sceriffo e aprirono il fuoco.
Io rimasi di stucco per la paura. I proiettili colpirono i due pneumatici
anteriori della macchina dello sceriffo Amory che si afflosciarono. Poi
Wade e Bodean mirarono al camioncino di pap, mentre lui, che aveva in-
serito velocemente la retromarcia, stava cercando di portarsi fuori tiro. Fu
inutile: i due pneumatici anteriori scoppiarono e il camioncino rimase az-
zoppato a ondeggiare sugli ammortizzatori.
- Parliamo d'affari, sceriffo Junior! - tuon Biggun.
Lo sceriffo non scese. La faccia sorridente di Donny era appiccicata al
vetro del finestrino come quella di un bambino che guarda delle paste fre-
sche in una pasticceria. Io mi voltai a guardare cosa stesse facendo il si-
gnor Cathcoate. Ma Caramella Kid era scomparso.
- Per un po' l'autobus non arriva! - disse Biggun. Infil la testa nella
Cadillac e prese qualcosa sul sedile posteriore. Usc dalla macchina impu-
gnando una doppietta con una delle mani grosse come prosciutti, mentre
con l'altra teneva una sacca di tessuto mimetizzato. La pos sul tetto della
Cadillac, l'apr e vi frug dentro. -  successa una cosa maledettamente
strana, sceriffo Junior! - Apr il fucile, prese due cartucce dalla sacca per
le munizioni e ve le spinse dentro. Richiuse l'arma con un colpo. - Quel
dannato autobus ha bucato due gomme sulla Route 10, a circa sei miglia da
qui! Far caldo a sostituirle, quelle bestie! - Si appoggi con tutto il suo
peso alla Cadillac che si pieg di lato e gemette. - Io ho sempre odiato
cambiare le gomme.
Una pistola spar: crak crak!
Le gomme posteriori della Cadillac esplosero. Biggun, nonostante la sua
mole, fece un salto per aria. Lanci un grido che era una combinazione tra
uno yodel da boscaiolo e un gorgheggio da operetta. Wade e Bodean si gi-
rarono di scatto. Biggun si gett a terra con un tonfo che avrebbe potuto
rompere il cemento.
Un filo di fumo si lev intorno a una figura che stava dietro la Cadillac,
vicino al carro attrezzi del signor White. Caramella Kid teneva la pistola
nella mano destra.
- Che cosa cazzo...! - url Biggun, rosso in viso e la punta della barba
che tremava.
Lo sceriffo Amory salt gi dalla macchina. - Owen! Ti ho detto che
non ti voglio qui in giro!
Caramella Kid lo ignor, e continu a tenere lo sguardo di ghiaccio pun-
tato su Biggun. - Lo sa come si chiama questa, signor Blaylock? - Fece
girare la pistola velocissima intorno all'indice, col sole che si rifletteva sul
freddo metallo blu, quindi la rimise nella fondina sulla sinistra, sempre col
calcio rivolto verso l'esterno, con un rumore stridulo contro la pelle morbi-
da. - Questa si chiama una situazione di stallo - disse.
- Stallo un cazzo! - url Biggun. - Ragazzi, inchiodatelo!
Wade e Bodean aprirono il fuoco mentre lo sceriffo Amory urlava -
No! - e alzava il fucile che teneva lungo il fianco.
Caramella Kid poteva anche essere un vecchio raggrinzito, ma qualsiasi
cosa ci fosse in lui che lo aveva fatto diventare Caramella Kid, usc fuori e
lui fece vedere di che cosa era capace. Si tuff dietro al carro attrezzi men-
tre i proiettili mandavano in frantumi il parabrezza e bucherellavano il tet-
to. Lo sceriffo spar due colpi e il parabrezza della Cadillac esplose. Wade
strill e si gett a terra, ma Bodean si volt col viso contorto dalla furia e
la sua pistola fece fuoco. Il cappello dello sceriffo gli vol via dalla testa
come un piccione. Lo sparo seguente dello sceriffo fece una scriminatura
nei capelli corti di Bodean e lui dovette sentire il bruciore mentre la pallot-
tola lo sfiorava perch grid: - Yauuh! - e si gett a terra.
Il signor Marchette scese dalla macchina dello sceriffo, con in mano una
pistola. Pap salt gi dal camioncino e si gett a terra, e io fui percorso da
una scarica di paura mista a orgoglio quando vidi che anche lui impugnava
una pistola. L'Uomo Luna rimase sul camioncino e abbass la testa, per cui
si vedeva spuntare solo il cappello a cilindro.
La doppietta fece boom! Il carro attrezzi ondeggi e pezzi di vetro e di
metallo volarono da tutte le parti. Biggun era in ginocchio di fianco alla
Cadillac e mi venne in mente che avrebbe fatto meglio a non distruggere
quel carro attrezzi, perch ne avrebbe potuto aver bisogno per rialzarsi.
- Pap! - url Donny da dentro la macchina dello sceriffo. - Tirami
fuori di qui, pap!
- Non c' nessuno che pu prendere quello che mi appartiene! - gli ri-
spose gridando Biggun. Spar un colpo contro la macchina dello sceriffo e
il radiatore esplose. L'acqua bollente usc come un geyser. Dal sedile po-
steriore, a cui doveva essere assicurato con le manette o con una corda,
Donny grid: - Non uccidermi prima di riuscire a salvarmi, pap!
Capii da dove aveva preso la sua intelligenza Donny.
Biggun allung una mano e afferr la tracolla della sacca delle mu-
nizioni e la tir gi per ricaricare. Un altro proiettile colp la Cadillac,
mandando in frantumi un fanalino di coda. Caramella Kid era ancora all'o-
pera.
-  inutile! - disse Biggun, richiudendo il fucile con un colpo secco.
- Vi schiacceremo come pidocchi. Mi hai sentito, sceriffo Junior?
Pap si alz. Fui l l per gridargli di stare gi, ma lui corse di fianco alla
macchina dello sceriffo e si accucci di fianco allo sceriffo Amory. Si ve-
deva che era pallidissimo. Ma era l, ed era quello che contava.
Ci fu un momento di calma mentre tutti prendevano una seconda boccata
di coraggio. Bodean e Wade ricominciarono a sparare contro la macchina
dello sceriffo e Donny si gett gi sul sedile posteriore. - Piantatela di
sparare, maledetti stupidi! - ordin Biggun. - Volete far saltare le cer-
vella a vostro fratello?
Forse era solo la mia immaginazione, ma n Bodean n Wade smisero
abbastanza in fretta come avrebbero dovuto.
- Prendili da dietro, Wade! - url Bodean.
- Prendili tu dal dietro, stupido!
Bodean, dimostrando che l'abilit di giocatore di poker non si traduce
necessariamente in buon senso, si alz e si mise a correre verso l'angolo
dell'edificio. Aveva fatto pi o meno tre passi, quando part un unico col-
po. Lui si afferr il piede destro e cadde bello lungo per terra. - Mi hanno
colpito, pap! Pap, mi hanno colpito! - si mise a piagnucolare. La sua
pistola era finita per terra, fuori dalla sua portata.
- Cazzo, non pensavo certo che ti prudesse il piede! - rugg Biggun
come tutta risposta. - Cristo, hai il cervello di una gallina scema!
- Datemi qualcos'altro a cui sparare! - li esort Caramella Kid, ben
nascosto dalla sagoma del carro attrezzi.- Ho una pistola piena di pallot-
tole che soffrono di solitudine.
- Arrenditi, Biggun! - disse lo sceriffo Amory. - Sei nella merda fi-
no al collo!
- Se io ci sono fino al collo, a voi arriver fino alle orecchie, bastardi!
-  inutile che qualcun altro si faccia male! Gettate le pistole e ar-
rendetevi!
- Naaah! - ringhi Biggun. - Pensi che sia arrivato dove sono arren-
dendomi? Pensi che sia venuto fuori dalla merda di porco e dai campi di
cotone per permettere a uno con una stella di latta di portarsi via il mio ra-
gazzo e rovinare tutto? Avresti dovuto usare quei soldi che ti ho dato per
farti visitare il cervello!
- Biggun,  finita! Siete circondati! - Era la voce di mio padre. Non
dimenticher mai fin che vivo la determinazione di quella voce. Dopotutto,
era un Falco.
- Circondate questo! - Wade salt su e prese a sparare con il fucile in
direzione di mio padre. Biggun gli grid di mettersi gi, ma Wade era svi-
tato come Donny. I proiettili colpirono il cemento facendo sprizzare scin-
tille e uno di essi si conficc in un pneumatico che faceva parte del mio
nascondiglio. Era cos vicino che mi and il cuore in gola. Allora la pistola
di Caramella Kid crepit di nuovo, solo una volta e un pezzo dell'orecchio
sinistro d Wade gli schizz via dalla testa macchiando di sangue il tetto
della Cadillac.
Si sarebbe potuto pensare che il proiettile avesse colpito qualcosa pi in
basso, perch Wade si mise a urlare come una donna. Si afferr l'orecchio
mutilato, cadde a terra e cominci a rotolarsi come Curly dei Three Stoo-
ges in preda a una crisi di disperazione.
- Oh, povero me! - gemette Biggun.
Era chiaro che i Blaylock, come i Branlin, sapevano darle ma non sape-
vano prenderle.
- Maledizione, l'ho mancato! - disse Caramella Kid. - Avevo mirato
alla testa, non al culo!
- T'ammazzo! - La voce di Biggun era tornata ad essere minacciosa.
- Vi ammazzer tutti e baller sulle vostre tombe!
La sua voce aveva un tono spaventoso, ma con Bodean e Wade che si
rotolavano per terra e Donny che piagnucolava come un cucciolo spaven-
tato, non c'erano rimasti pi molti lampi in quella tempesta.
A quel punto, la portiera del camioncino dalla parte del passeggero si a-
pr e ne scese l'Uomo Luna. Portava un abito nero con un farfallino rosso
e, naturalmente, il cappello a cilindro. Aveva sei o sette cordicelle legate
intorno al collo e, appese a queste cordicelle, c'erano delle cosine che sem-
bravano sacchetti di t. Attaccata a un risvolto della giacca aveva una
zampa di pollo e a ogni polso portava tre orologi. Non teneva la testa bas-
sa, n camminava cercando di tenersi al riparo. Prosegu oltre la macchina
dello sceriffo, oltrepassando il comandante Marchette, pap e lo sceriffo
Amory. - Ehi! - gli grid il comandante Marchette. - Tenga gi la te-
sta!
Ma l'Uomo Luna continu a camminare, con passo deciso e la testa alta.
Si stava dirigendo proprio verso Biggun Blaylock, che se ne stava accuc-
ciato dietro la Cadillac con la doppietta carica in mano.
- Fate cessare questa violenza - inton l'Uomo Luna don una voce de-
licata, quasi da bambino. Non lo avevo mai sentito parlare prima di allora.
- Fate cessare questa violenza, per amore di tutto ci che  buono! - Le
sue lunghe gambe scavalcarono Wade senza la minima esitazione.
- Sta' lontano da me, stupido negro! - lo ammon Biggun. Ma l'Uomo
Luna era inarrestabile. Pap grid: - Torni indietro! - e fece per alzarsi,
ma lo sceriffo lo afferr per un braccio.
- Ti mando dritto all'inferno voodoo! - disse Biggun, facendo capire
che conosceva benissimo la reputazione dell'Uomo Luna e della Signora.
Gli occhi di Biggun avevano una luce spaventata. - Sta' lontano da me!
Sta' lontano, ho detto!
L'Uomo Luna si ferm davanti a Biggun. Sorrise, le rughe intorno agli
occhi si strinsero, e allung le braccia lunghe e magre. - Cerchiamo la lu-
ce - disse.
Biggun punt il fucile contro l'Uomo Luna a distanza ravvicinata. -
Bene, va' a cercare la luce anche per me! - disse con un ghigno e il il suo
dito tozzo tir entrambi i grilletti contemporaneamente.
Io mi ritrassi, con i timpani gi provati dagli spari.
Ma non ci fu un'altra esplosione.
- Alzati e cammina come un uomo - disse l'Uomo Luna, sempre sor-
ridendo. - Non  troppo tardi.
Biggun boccheggi ed ebbe un conato allo stesso tempo. Tir nuo-
vamente i grilletti. Ancora nessuno sparo. Biggun apr il fucile e ci che
ostruiva la camera di scoppio gli cadde tra le mani.
Erano piccole bisce verdi. Ce n'erano a decine, tutte avvinghiate tra loro.
Assolutamente innocue, ma colpirono duramente Biggun Blaylock, su
questo non c' dubbio.
- Aaaahhhh! - Emise un grido strozzato. Fece cadere tutte le bisce
dalla camera di scoppio, infil una mano nella sacca delle munizioni e la
tir fuori piena di corpi verdi che si contorcevano. Biggun emise un suono
come quando Lou Costello si trova faccia a faccia con Lon Chaney Junior
nelle vesti del lupo mannaro e improvvisamente quella massa mostruosa si
mise in piedi e dimostr che forse non poteva camminare come un uomo,
ma di sicuro poteva correre come un coniglio. Naturalmente, in casi come
quelli, le leggi della fisica alla fine hanno il sopravvento e il peso di Big-
gun lo mand lungo per terra prima che riuscisse ad andare molto lontano.
Lott e si dimen come una tartaruga caduta rovesciata sul guscio.
Si sent uno stridore di pneumatici. Un camioncino carico di uomini ar-
riv rombando alla stazione di servizio. Riconobbi il signor Wilson e il si-
gnor Callan. La maggior parte di loro erano armati con mazze da baseball,
accette e fucili. Subito dietro arriv una macchina, seguita da un'altra an-
cora. Poi un altro camioncino. Gli uomini di Zephyr, e anche molti di Bru-
ton, saltarono gi pronti a rompere qualche testa. - Vado io - disse lo
sceriffo Amory, e si alz.
Rimasero a dir poco amaramente delusi che fosse tutto finito. Pi tardi
seppi che il rumore della sparatoria gli aveva sgelato le budella e li aveva
fatti uscire a difendere il loro sceriffo e la loro citt. Immagino che anche
loro avessero pensato che qualcun altro poteva assumersi la responsabilit
e che loro potessero restare a casa al sicuro. Un bel po' di mogli avevano
fatto un bel po' di pianti, ma erano venuti. Non tutti gli uomini di Zephyr e
di Bruton, questo no, ma quanti ne bastavano per sistemare la situazione.
Immagino che, vedendo tutti quegli uomini armati di coltelli da macellaio,
mazze da baseball Louisville, accette, pistole e mannaie, i Blaylock ringra-
ziarono la loro stella per non essere finiti in prigione fatti a pezzetti.
In tutta quella confusione, uscii dal mio nascondiglio. Il signor Owen
Cathcoate era in piedi sopra Wade e gli stava facendo una predica sul vive-
re onestamente. Wade lo ascoltava solo con mezzo orecchio. Pap era con
l'Uomo Luna, vicino alla Cadillac dei Blaylock. Andai da lui. Quando mi
vide fu l l per chiedermi cosa ci stessi facendo, ma si astenne perch la ri-
sposta avrebbe portato a una bella sculacciata. E cos non mi chiese nulla,
si limit ad annuire.
Pap e io restammo l, vicini, a guardare la doppietta di Biggun e la sac-
ca per le munizioni. Bisce verdi si contorcevano una sull'altra come una
grossa massa di alghe che fuoriusciva dalla sacca.
L'Uomo Luna si limit a farci un largo sorriso. - Mia moglie - disse
-  una vecchia pazza!
8
Dal mondo perduto
I Blaylock, lo dico per amore della precisione, finirono diretti in pri-
gione. Non ricevettero un permesso per uscire di prigione gratis, non ri-
scossero duecento dollari e il loro turpe monopolio fu distrutto. So che al-
l'inizio si chiusero in se stessi come vongole, ma poi a mano a mano che
gli investigatori dello stato li torchiavano, i legami familiari cominciarono
a cedere. Wade venne a sapere che Donny gli aveva rubato una grossa fetta
di profitti derivanti dalla distillazione clandestina di liquore, Bodean scopr
che Wade faceva la cresta sul ricavato della bisca clandestina e Donny so-
spettava che Wade avesse messo dell'arsenico nella sua bottiglia di
whisky, e che fosse quello il motivo per cui lui aveva visto un fantasma.
Mentre i fratelli Blaylock cominciavano a vuotare il sacco, Biggun decise
di imboccare la retta via. Durante il processo penale, cadde in ginocchio e
profess, singhiozzando cos forte da far invidia a Shakespeare, di essere
rinato a nuova vita e di essere stato ingannato e convinto a seguire la strada
di Satana dai suoi figli traviati. Dovevano aver preso dalla loro madre, dis-
se. Giur che avrebbe dedicato la sua vita alla missione di ministro di Dio
se, per grazia del Signore nei Cieli, il giudice lo avesse assolto.
Gli dissero che avrebbe avuto molto tempo per esercitarsi a predicare e
un posticino al sicuro in cui portare avanti la sua lettura della Bibbia.
Quando poi lo trascinarono fuori dal tribunale, mentre urlava e scalcia-
va, maledisse tutti quelli che aveva davanti, persino la stenografa. Mi rac-
contarono che lanci tante di quelle maledizioni che, se le sue parole fosse-
ro stati mattoni, sarebbero bastati a costruire una casa con tre stanze da let-
to e un garage con due posti macchina. Anche i tre fratelli finirono davanti
al giudice, con un risultato simile. Non provavo alcuna compassione per
loro. Se li conoscevo bene, presto avrebbero gestito un bel commercio in
prigione, ricavando una fortuna da ogni sigaretta e da ogni strappo di carta
igienica.
Una cosa, per, i Blaylock si rifiutarono di raccontare: che cosa ci fosse
in quella scatola di legno che avevano venduto a Gerald Hargison e a Dick
Moultry. Non fu neanche possibile provare l'esistenza di quella scatola. Ma
io lo sapevo bene.
Gli Amory lasciarono la citt. Il comandante Marchette lasci la sua ca-
rica di capo dei pompieri e assunse quella di sceriffo. Seppi poi che il nuo-
vo sceriffo disse a Owen Cathcoate che ogni volta che avesse voluto porta-
re il distintivo di vice, lui ne sarebbe stato felicissimo. Ma il signor Ca-
thcoate inform lo sceriffo che Caramella Kid se ne era tornato a vagare
per le frontiere del Selvaggio West, da cui proveniva, e che da quel mo-
mento in poi sarebbe stato solo il solito vecchio Owen.
La mamma rimase in uno stato da zombi per un po', mentre immagini di
quello che avrebbe potuto succedere le passavano per la mente, ma super
la crisi. Credo che nel profondo del suo cuore lei avrebbe desiderato che
pap fosse rimasto a casa al sicuro, ma che lo rispettasse di pi per aver
deciso di fare ci era giusto. Quando la mia bugia fu scoperta, pap consi-
der la possibilit di non lasciarmi andare al parco di divertimenti Bran-
dywine quando questo fosse arrivato in citt, ma poi opt per farmi lavare
e asciugare i piatti della cena per una settimana di fila. Io non obiettai. In
un modo o nell'altro dovevo pur pagare.
Un bel giorno i cartelloni apparvero in citt: IL PARCO DEI DIVERTI-
MENTI BRANDYWINE STA ARRIVANDO! Johnny non stava pi nella
pelle all'idea di vedere i pony indiani e i cavallerizzi acrobati. Ben era tutto
eccitato al pensiero della vista del viale centrale con le giostre tutte illumi-
nate da lampadine pulsanti di mille colori. Io aspettavo la casa degli spet-
tri, che si attraversava su dei carrellini traballanti mentre esseri invisibili ti
sfioravano il viso e ululavano nel buio. L'eccitazione di Davy Ray, invece,
era tutta per lo spettacolo dei fenomeni da baraccone. Non ho mai visto
una persona tanto interessata a quel genere di cose quanto lui. A me face-
vano venire la pelle d'oca e non riuscivo quasi a guardarli, ma Davy Ray
era un vero intenditore di stranezze. Se c'era qualcosa con tre braccia, la
testa piccola piccola, la pelle coperta di scaglie di coccodrillo o sudava
sangue, lui andava in visibilio.
E cos un gioved sera, quando l'ultima luce di Zephyr si spense, la parte
del parco vicino al campo da baseball dove si era svolto il picnic del quat-
tro di luglio appariva perfettamente vuota. Venerd mattina i ragazzi che
andavano a scuola furono testimoni della trasformazione che si sarebbe
compiuta nel giro di poche ore. Il parco di divertimenti Brandywine appa-
riva come un'isola in un mare di segatura. I camion si spostavano di qui e
di l lentamente, gli uomini alzavano i tendoni, le intelaiature delle attra-
zioni venivano assemblate come ossa di dinosauri, e nel frattempo si pre-
paravano le bancarelle che avrebbero venduto da mangiare e dove, per due
dollari di lanci, si sarebbero potute vincere bamboline Kewpie del valore
di venticinque centesimi.
Prima di andare a scuola, i miei amici e io facemmo un giro intorno al
parco sulle nostre biciclette. Altri ragazzi stavano facendo lo stesso, giran-
do intorno come falene in attesa di una lampadina. - Ecco l la casa degli
spettri! - dissi, indicando le ali di pipistrello attaccate a una casa gotica
che veniva montata in quel momento. - Sembra che quest'anno ci sar
una ruota panoramica! - disse Ben, mentre lo sguardo di Johnny era fisso
su un camion che aveva indiani e cavalli dipinti sulla fiancata. Davy Ray
url: - Guardate l! Oh, ragazzi! - Capimmo subito per cosa fosse cos
eccitato: un grosso tendone dipinto a colori vivaci, con una faccia rugosa
al centro e al centro della faccia un unico orribile occhio. Una scritta sul
tendone diceva: FENOMENI DELLA NATURA! AVRESTE POTUTO
ESSERE VOI!
In verit, non era un parco molto grosso. Non era neanche medio picco-
lo. I tendoni erano rappezzati, le roulotte rigate di ruggine, camion e lavo-
ranti ugualmente affaticati. Per loro era la fine della stagione e la nostra
zona era una delle ultime soste. Ma a noi non pass mai per la mente che
ci stessero dando solo gli avanzi delle mele caramellate, che gli indiani, i
pony e i cavallerizzi acrobati facessero il loro numero con un occhio all'o-
rologio, che le giostre sferragliassero per la mancanza d'olio e che gli im-
bonitori fossero burberi non per dar vita al loro personaggio ma perch e-
rano terribilmente stufi. Noi vedevamo semplicemente un parco di diver-
timenti illuminato e invitante. Ecco cosa vedevamo.
- Sembra bello, quest'anno! - disse Ben e ci avviammo verso la scuo-
la.
- Gi, certo...
E proprio in quel momento un clacson suon dietro di me e Razzo
schizz da parte mentre un grosso camion Mack ci sorpassava. Il camion
era un miscuglio di parti di colori differenti, e trainava un rimorchio largo
e senza finestre. Sentimmo gemere le sospensioni. Sulle fiancate del ri-
morchio una mano non professionista aveva dipinto una giungla di fronde
e foglie di un verde acido. E su quella scena di giungla c'era scritto, a gros-
se pennellate rosse che erano colate come rivoletti di sangue: DAL MON-
DO PERDUTO.
Si allontan rombando, verso l'intrico di camion e roulotte. Ma il mio
naso colse una scia al suo passaggio. Non era solo odore di tubo di scap-
pamento, anche se quello era molto forte. C'era qualcos'altro. Qualcosa
di... lucertoloso.
- Uauu! - Davy Ray arricci il naso. - Ben ne ha mollata una!
- No, non  vero!
- Silenziosa ma mortale! - starnazz Davy Ray.
- Sei stato tu, allora, non io!
- Io la sento - disse calmo Johnny. Davy Ray e Ben si zittirono. Ave-
vamo imparato tutti ad ascoltare quando parlava Johnny. - Veniva dal
rimorchio - disse.
Osservammo il camion Mack e il rimorchio infilarsi tra due tendoni e
scomparire. Io guardai per terra e vidi che le gomme avevano fatto un sol-
co nella segatura e lasciato tracce marroni anche nel terreno. - Chiss co-
sa c' l dentro? - chiese Davy Ray gi sentendo odore di mostri. Gli ri-
sposi che non lo sapevo, ma qualsiasi cosa fosse, era terribilmente pesante.
Andando verso scuola, facemmo i nostri piani. Genitori permettendo, ci
saremmo incontrati a casa mia alle sei e mezzo e saremmo andati al parco
dei divertimenti tutti insieme come i quattro moschettieri. - Va bene a
tutti? - chiesi.
- Non posso - rispose Ben, pedalando di fianco a me. Pronunci le
parole come i rintocchi di una campana a morto.
- Ehi, hai un rospo infilato in gola? - gli chiese Davy Ray. - Cosa
c' che non va?
Ben sospir, soffiando una nuvola di vapore nell'aria fredda e soleggiata
della mattina. Portava un berretto di lana e aveva le guance rosse rosse. -
 che... non posso. Non posso fino alle sette.
- Ma siamo sempre andati alle sei e mezza! - insistette Davy Ray. -
... ... - mi guard, chiedendo aiuto.
- Una tradizione - dissi io.
- Gi! Ecco,  una tradizione!
- Io credo ci sia qualcosa che Ben non ci vuole dire - disse Johnny,
portandosi con la bicicletta di fianco a Ben. - Sputa l'osso, Ben.
-  solo che... che non posso... - Si accigli e, con un altro sbuffo di
vapore, decise di arrendersi. - Alle sei ho una lezione di piano.
- Cosa? - Davy Ray l'aveva quasi urlato. Razzo vacill. Johnny sem-
brava aver preso una sventola di Cassius Clay sulla zucca.
- Una lezione di piano - ripet Ben. Dal modo in cui lo disse, gi mi
immaginavo legioni di donnicciole sorridenti dietro a legioni di pianoforti
verticali mentre le loro adoranti madri sorridevano e davano loro dei col-
petti di incoraggiamento sulla capoccia. - La signorina Blue Glass ha ini-
ziato a dare lezioni di piano. La mamma mi ha iscritto e la mia prima le-
zione  alle sei.
Eravamo inorriditi. - Ma perch, Ben? - chiesi. - Perch l'ha fatto?
- Vuole che impari le canzoni di Natale. Ci credereste? Le canzoni di
Natale!
- Ragazzi! - Davy Ray scosse la testa in segno di commiserazione. -
Peccato che la signorina Blue Glass non ti possa dare lezioni di chitarra!
- La pronunci "chit-tarra". - Quello s che sarebbe forte! Ma il piano...
bleahh!
- A me lo dici! - brontol Ben.
- Be', c' una soluzione - disse Johnny, mentre ci avvicinavamo alla
scuola. - Perch non ci troviamo con Ben a casa delle signorine Glass?
Possiamo andare al parco dei divertimenti alle sette invece che alle sei e
mezza.
- Gi! - Ben si illumin. - In questo modo non sar poi tanto terribi-
le!
Fu deciso cos, in attesa del permesso dei nostri genitori. Ma tutti gli an-
ni andavamo al parco dei divertimenti al venerd sera, dalle sei e mezza fi-
no alle dieci, e i nostri genitori avevano sempre detto di s. A dire il vero,
quella era l'unica sera in cui i ragazzi della nostra et potevano andare. Sa-
bato mattina e pomeriggio ci andava la gente di colore, mentre il sabato se-
ra apparteneva ai ragazzi pi grandi. La domenica mattina alle dieci l'area
era gi deserta, e restavano solo qualche mucchietto di segatura, bicchieri
di carta rotti e matrici di biglietti lasciati dalla squadra delle pulizie, come
fa un cane per delimitare il suo territorio.
La giornata pass lentamente nell'attesa. Polmoni di cuoio mi chiam te-
sta di legno due volte e fece stare Georgie Sanders col naso schiacciato
contro un punto disegnato sulla lavagna per aver fatto il furbo. Ladd Devi-
ne fin dal preside per aver fatto un disegno sconcio sull'interno della co-
pertina del quaderno e il Demonio giur che gliel'avrebbe fatta pagare. Di
certo non avrei voluto trovarmi nei pericolosi panni di Polmoni di cuoio.
Da casa mia, mentre scendeva il crepuscolo blu e usciva una luna mala-
ticcia, vedevo le luci del parco di divertimenti Brandywine. La ruota pano-
ramica girava e girava, incorniciata di luci rosse. Il viale centrale scintilla-
va, illuminato di luci bianche. La musica degli organetti a vapore e il suo-
no gioioso delle risate e delle grida arrivavano fino a me, portati dal vento
sopra i tetti di Zephyr. In tasca avevo cinque dollari, regalo di mio padre.
Ero imbacuccato nella mia giacca di cotone foderata di pelo, per difender-
mi dal freddo. Ero pronto.
Le sorelle Glass vivevano a circa ottocento metri da casa mia, sulla
Shantuck. Quando arrivai l in sella a Razzo, verso le sette meno un quar-
to, la bicicletta di Davy Ray era parcheggiata vicino a quella di Ben davan-
ti alla casa, che sembrava proprio una casetta di pampepato da fare invidia
a Hansel e Gretel. Scesi da Razzo e andai sotto il portico. Sentivo qualcu-
no che pestava su un piano dietro alla porta. Poi la voce acuta e flautata
della signorina Blue Glass: - Piano, Ben. Piano!
Pigiai il campanello. Si sent il suono di un carillon e la signorina Glass
che diceva: - Ti dispiace vedere chi , Davy Ray?
Davy Ray apr la porta mentre Ben continuava a tempestare sui tasti.
Dalla sua espressione schifata capii che ascoltare Ben che martellava all'in-
finito le stesse cinque note non faceva bene alla salute. -  Winifred O-
sborne? - chiese la signorina Blue Glass al di sopra del frastuono.
- No, signorina,  Cory Mackenson - le disse Davy Ray. - Anche lui
 venuto a prendere Ben.
- Fallo entrare, allora. Fa troppo freddo per aspettare fuori.
Varcai la soglia ed entrai in un soggiorno che era un incubo per qualun-
que ragazzo. Tutti i mobili sembravano delicati pezzi d'antiquariato che
non avrebbero potuto sopportare il peso di una zanzara. Su alcuni tavolini
c'erano posate statuette di porcellana: clown che ballavano, bambini con in
braccio dei cagnolini, e roba simile. Un tappeto grigio sul pavimento dava
l'idea di poter trattenere per sempre l'impronta di un piede. Una vetrinetta
alta come mio padre conteneva una foresta di bicchieri di cristallo colora-
to, tazzine da caff con i volti di tutti i presidenti, venti e pi bambole di
ceramica vestite di pizzo e forse un'altra ventina di uova decorate di strass
brillanti, ognuno su un suo piedestallo di ottone con quattro zampe. "Che
fracasso farebbe, se cadesse" pensai. Una colonnina di marmo con vena-
ture blu e verdi sosteneva una Bibbia aperta grossa come il mio gigantesco
dizionario. Era stampata con caratteri cos grandi che si potevano leggere
dall'altra parte della stanza. Tutto sembrava troppo fragile per essere tocca-
to e troppo prezioso per essere usato e mi chiesi come qualcuno potesse
vivere in un simile stato di congelata bellezza. Naturalmente, c'era il lucido
piano verticale marrone, con Ben intrappolato davanti ai tasti e la signorina
Blue Glass in piedi di fianco allo sgabello con in mano una bacchetta da
direttore d'orchestra.
- Ciao, Cory. Siediti, prego - disse lei. Era vestita completamente di
blu, come al solito, tranne che per una cintura bianca stretta intorno alla vi-
ta scheletrica. I suoi capelli bianco-biondicci erano tirati su come una fon-
tana spumeggiante e portava gli occhiali dalla montatura nera e le lenti co-
s spesse che le facevano sembrare gli occhi sporgenti.
- Dove? - le chiesi.
- L sul sof.
Il sof, rivestito di una stoffa vellutata con disegni di pastori che suona-
vano l'arpa a pecore che facevano le capriole, aveva delle gambe che sem-
bravano solide come ramoscelli bagnati di pioggia. Davy Ray e io ci ab-
bandonammo delicatamente sui grandi cuscini morbidi. Il sof scricchiol
appena, ma il cuore mi and in gola.
- Ora! Concentrazione! Le dita fluttuano come onde! Uno, due, tre,
uno, due, tre. - La signorina Glass prese a muovere la bacchetta su e gi
mentre le tozze dita della mano destra di Ben cercavano di suonare le stes-
se cinque note con una parvenza di ritmo. Presto, per, Ben stava nuova-
mente tempestando su quelle cinque note come se stesse cercando di
schiacciare delle formiche. - Fluttuano come onde! - disse la signorina
Glass. - Piano! Piano! Uno, due, tre, uno, due, tre!
Le dita di Ben erano pi vischiose che fluttuanti. - Non ci riesco! -
gemette, e ritrasse la mano da quella spaventosa tastiera. - Mi si incro-
ciano le dita!
- Sonya, da' un po' di tregua a quel ragazzo! - grid la signorina Gre-
en Glass da una stanza sul retro della casa. - Gli si consumeranno le dita
fino all'osso! - La sua voce era pi simile a un trombone che a un flauto.
- Preoccupati degli affari tuoi, Katharina! - ribatt la signorina Blue
Glass. - Ben deve imparare la giusta tecnica!
- Ma  solo la sua prima lezione, per amor del cielo! - La signorina
Green Glass emerse da un corridoio. Si mise le mani sui fianchi magri e
fulmin la sorella con lo sguardo da dietro gli occhiali dalla montatura ne-
ra. Era vestita tutta di verde, di varie sfumature che andavano dal verde
pallido al verde bosco. Il solo guardarla provocava un leggero mal di mare.
I suoi capelli biondo-bianchicci erano tirati un po' pi in su di quelli della
sorella e la sua acconciatura aveva una forma vagamente piramidale. -
Non tutti sono geni musicali come te, sai!
- S, lo so, grazie tante! - Vampate di rosso erano salite alle guance
d'avorio della signorina Blue Glass. - E ti sarei molto grata se non volessi
interrompere la lezione di Ben!
- Oh, intanto  quasi finita comunque. Chi  la tua prossima vittima?
- La mia prossima allieva  Winifred Osborne - disse secca la si-
gnorina Blue Glass. - E se non fosse per i tuoi abbonamenti alle riviste,
non avrei dovuto rimettermi a dare lezioni di pianoforte!
- Non dare la colpa alle mie riviste!  tua la colpa! Giuro che se com-
pri un altro servizio di piatti divento matta! Perch mai compri tutti quei
piatti se non abbiamo mai nessuno a cena?
- Perch sono belli, ecco perch! Mi piacciono le cose belle! E allora io
potrei chiederti perch mai hai comprato un'intera collezione di ditali First
Lady quando non sai neanche dare un punto!
- Perch cresceranno di valore, ecco perch! Non sapresti riconoscere
un investimento neanche se te lo mettessero sotto il naso in uno dei tuoi
stupidi piatti e ti pregassero di mangiarlo col pane!
Temevo che le due sorelle sarebbero passate alle mani. I timbri delle lo-
ro voci sembravano un duello di due strumenti musicali leggermenti scor-
dati. Preso tra le due, Ben sembrava voler schizzare fuori dalla propria pel-
le. Poi qualcosa fece croakkkk dal retro della casa. Era il tipo di rumore
che mi sarei immaginato che facesse la testa di marziano coi tentacoli nella
boccia di vetro. La signorina Blue Glass punt la bacchetta verso la sorella
e le disse brusca: - Visto? Lo hai sconvolto! Sei soddisfatta, ora?
Il carillon suon. - Probabilmente sono i vicini che si lamentano delle
tua urla! - disse la signorina Green Glass. - Ti si sente fino a Union
Town!
Quando la signorina Blue Glass apr la porta, si trov davanti Johnny.
Era infagottato in un maglione a collo alto nero e una giacca marrone scu-
ro. - Sono venuto a prendere Ben - disse.
- Signore Iddio! Sembra che il mondo intero stia aspettando Ben! -
Fece una smorfia come se avesse addentato un limone e poi disse: - Ha
ancora cinque minuti! Su, entra, allora! - Johnny entr in casa, vide le
nostre espressioni tese e cap di essere capitato in mezzo a qualcosa che
non era proprio tutta rose e fiori.
Croaaakkk! Croaaakkk! fece la cosa nel retro della casa.
- Vorresti andare da lui, se non sei troppo impegnata? - disse la si-
gnorina Blue Glass alla sorella. - Visto che lo hai aizzato, almeno va' da
lui!
- Giuro che me ne andrei da qui se trovassi anche solo una scatola di
cartone in cui vivere! - brontol la signorina Green Glass, ma marci
fuori del soggiorno verso il corridoio e il chiasso per il momento fin.
- Ges, sono esausta! - La signorina Blue Glass afferr un bollettino
parrocchiale e lo us per farsi aria. - Ben, alzati che ti faccio vedere cosa
potrai suonare, se farai gli esercizi che ti ho detto.
- S, signorina! - Salt su dallo sgabello.
La signorina Blue Glass si sistem davanti al piano. Pos le mani dalle
lunghe dita eleganti sulla tastiera. Chiuse gli occhi, per entrare nell'atmo-
sfera giusta, credo. - Quando davo lezioni di piano a tempo pieno, inse-
gnavo questa canzone a tutti i miei studenti - disse. - Hai mai sentito
parlare di Beautiful Dreamer?
- No, signorina - disse Ben. Davy Ray mi diede una gomitata nelle
costole e rote gli occhi.
-  questa - spieg la signorina Glass e inizi a suonare.
Non erano i Beach Boys, ma era bella. La musica si diffondeva dal piano
e riempiva la stanza, mentre la signorina Blue Glass ondeggiava legger-
mente da una parte all'altra sullo sgabello accompagnando le dita che si
muovevano sulla tastiera. Devo ammettere che era gradevole.
Ma, tutto a un tratto, si intromise un terribile strepito. Mi si rizzarono i
capelli sulla nuca. Quel rumore faceva lo stesso effetto di un pezzo di vetro
rotto infilato nell'orecchio.
- Skulls and bones! Hannah Furd! Skulls and bones! Cricket in Rinsin!
La signorina Blue Glass smise di suonare. - Katharina! Dagli da man-
giare un craker!
- E impazzito! Sta sbattendo contro la gabbiai
- Skulls and bones! Draggin me packin! Skulls and bones!
Non sapevo cosa fossero quelle parole che quella cosa stava gridando,
ma a me suonavano cos. Ben, Davy Ray, Johnny e io ci guardammo l'un
l'altro come se ci fossimo trovati in un manicomio. - Hannah Furd! Cro-
aaakkk! Cricket in Rinsin!
- Un craker! - url la signorina Blue Glass. - Lo sai cos' un craker?
- S, lo so cos' un craker, non sono mica deficiente!
Le urla e gli stridii continuarono. Al di sopra di quel tumulto il carillon
suon ancora una volta.
-  quella canzone, te l'ho detto! - grid la signorina Green Glass. -
Impazzisce tutte le volte che la suoni!
- Croaaakkk! Draggin me packin! Hannah Furd! Hannah Furd!
Mi alzai e andai ad aprire la porta come preludio alla nostra fuga. Un
uomo di mezza et e una ragazzina di otto o nove anni erano fermi sotto il
portico. Riconobbi l'uomo. Era il signor Eugene Osborne, il cuoco del
Bright Star Cafe. - Siamo qui per la lezione di piano di Win... - fece lui,
ma la lagna riprese. - Skulls and bones! Croaaakkl! Cricket in Rinsin!
- Cosa diavolo  questo fracasso? - chiese il signor Osborne, tenendo
una mano sulla spalla della ragazzina, che stava l con gli occhi azzurri
spalancati. Vidi che sulle nocche del signor Osborne c'erano delle lettere
tatuate un po' sbiadite. "U.S." sul pollice, e sulle altre dita A, R, M e Y.
-  il mio pappagallo, signor Osborne. - La signorina Blue Glass usc
sul portico spingendomi da parte. Era terribilmente forte per essere cos
magra. - Ultimamente  un po' nervoso.
La signorina Green Glass emerse dal corridoio portando una grossa gab-
bia che conteneva la fonte di tutto quel rumore. Era un pappagallo piutto-
sto grosso, e svolazzava contro le sbarre della gabbia, volteggiando come
una foglia spinta da un tornado. - Skulls and Bones! - strill, mettendo
in mostra la lingua nera. - Draggin me packin!
- Daglielo tu il cracker! - La signorina Green Glass pos la gabbia
sullo sgabello del piano. - Io non me le faccio beccare le dita!
- Al tuo gli ho dato da mangiare, rischiando le mie dita!
- Io da mangiare non gliene do!
- Hannah Furd! Draggin me packin! Skulls and bones! - Il pappa-
gallo era di un color turchese brillante, e non c'era in lui altro colore a parte
il giallo del becco. Attacc le sbarre, facendo volare piume turchesi.
- Allora portalo in camera da letto! - disse la signorina Blue Grass. -
Coprilo con il telo della notte e lascialo stare!
- Io sono una schiava! Sono una schiava in casa mia! - si lament la
signorina Green Glass, ma prese la gabbia dell'uccello per la maniglia e la-
sci la stanza.
- Skulls and bones! - strill il pappagallo andandosene. - Cricket in
Rinsin!
Una porta si chiuse e grazie al cielo il suono si attuti.
- Ha un piccolo problema - disse la signorina Blue Glass al signor
Osborne con un sorrisetto nervoso. - Sembra che non gli piaccia una del-
le mie canzoni preferite. Ma prego, entri! Ben, per stasera la lezione  fini-
ta! Ricordati. Concentrazione! Le dita devono fluttuare come onde!
- S, signorina. - E poi, sottovoce, mi disse: - Filiamocela da qui!
Io feci per andare, seguendo Davy Ray. Il pappagallo si era acquietato,
forse calmato dal telo per la notte. E poi sentii il signor Osborne dire: - 
la prima volta che sento un pappagallo imprecare in tedesco.
- Prego, signor Osborne? - La signorina Blue Glass inarc le so-
pracciglia disegnate a matita.
Io mi fermai sulla porta e mi voltai per sentire meglio. Johnny mi fin
addosso.
- Impreca in tedesco - ripet il signor Osborne. - Chi gli ha in-
segnato quelle parole?
- Ma... io non ho idea di che cosa stia dicendo lei!
- Ho fatto il cuoco nel Primo Fanteria in Europa. Ho avuto occasione
di parlare con un sacco di prigionieri e credo di essere in grado di ricono-
scere le parolacce tedesche quando le sento. E ora ne ho sentite un bel po'.
- Il mio... pappagallo ha detto delle parolacce? - Il suo sorriso si ac-
cese e si spense. - Ma lei si sta certamente sbagliando!
- Andiamo! - mi disse Johnny. - Il parco di divertimenti ci aspetta!
- E non stava solo imprecando - continu il signor Osborne. - C'e-
rano anche altre parole in tedesco, ma erano tutte confuse.
- Il mio pappagallo  americano - lo inform la signorina Blue Glass
alzando il naso. - Non ho la minima idea di quello che lei sta dicendo!
- Va bene. Come vuole lei. - L'uomo si strinse nelle spalle. - A me
non interessa.
- Ragazzi! Volete chiudere quella porta e non fare uscire tutto il caldo?
- Vieni, Cory! - mi chiam Davy Ray, gi in sella alla bicicletta. -
Siamo gi in ritardo, non perdiamo altro tempo!
Una porta si apr sul retro della casa. La signorina Green Glass disse dal
corridoio: - Ora si  calmato, grazie al cielo! Fa' quello che vuoi, ma non
suonare pi quella canzone!
- Ti ho gi detto che non  quella canzone, Katharina! Gliela suonavo
sempre e lui l'adorava!
- Be', ora la odia! Per favore non suonarla!
Il loro strillare mi faceva venire in mente due vecchi pappagalli che liti-
gavano, uno blu e uno verde. - Chiudete quella porta, per favore! - url
la signorina Blue Glass e Johnny mi spinse fuori sul portico cos forte da
farmi cadere. Chiuse la porta alle nostre spalle, ma si sentivano ancora le
due sorelle ronzare come seghe circolari. Compatii quella povera ragazzi-
na.
- Quelle due sono pazze! - disse Ben, salendo sulla bicicletta. - Ra-
gazzi,  stato peggio della scuola!
- Devi aver fatto qualcosa per farti punire cos da tua madre - fu l'o-
pinione di Davy Ray. - Stiamo perdendo tempo! - Moll un urlo e part
in direzione del parco di divertimenti, con i pedali che volavano.
Io mi attardai dietro agli altri, nonostante questi mi gridassero di rag-
giungerli. Parolacce in tedesco, pensavo. Come mai il pappagallo della si-
gnorina Sonya Glass conosceva le parolacce in tedesco? Per quanto ne sa-
pevo io, le due sorelle non parlavano altro che americano, e americano del
Sud. Non sapevo che il signor Osborne fosse stato nel Primo Fanteria. Sa-
pevo, per averlo letto, che era una divisione molto famosa. Il signor O-
sborne era stato veramente l, sulla stessa terra martoriata della guerra del
sergente Rock! Uauu! Che favola!
Ma come mai il pappagallo conosceva delle parolacce in tedesco?
Poi i suoni lieti del parco dei divertimenti giunsero fino a me insieme al
profumo di popcorn imburrato e di mele caramellate. Mi lasciai alle spalle
il pappagallo che imprecava in tedesco e feci una volata per raggiungere i
miei amici.
Pagammo l'ingresso al cancello d'entrata e ci gettammo nel parco come
mendicanti affamati su un banchetto. Le file di lampadine luccicavano so-
pra le nostre teste come stelle imprigionate. C'erano un sacco di ragazzi
della nostra et, insieme ai loro genitori, ma anche persone pi grandi e
pure ragazzi delle superiori. Intorno a noi le giostre grugnivano, rotolavano
e sferragliavano. Comprammo i biglietti e salimmo sulla ruota panoramica,
e io feci l'errore di sedermi con Davy Ray. Quando arrivammo proprio in
cima e la ruota si ferm per far salire la gente sulla vettura pi bassa, lui si
mise a ridere e inizi a far dondolare la nostra avanti e indietro, gridando
che stavano per cedere i bulloni. - Smettila! Smettila! - lo pregai, col
corpo che mi si irrigidiva per bilanciare i suoi movimenti. Da quell'altezza,
potevo vedere tutto il parco. Mi cadde lo sguardo su una scritta a colori vi-
vaci con fronde di un verde acido e le parole rosse, sanguinanti: DAL
MONDO PERDUTO.
Ripagai Davy Ray nella casa stregata. Quando la strega col naso coperto
di verruche salt fuori dal buio verso la nostra vettura traballante, lo affer-
rai per la nuca e gridai cos forte da far invidia alle urla registrate di spettri
e spiritelli. - Piantala! - mi disse, quando ricadde sul sedile. Una volta
fuori, mi disse che la casa degli spettri era la cosa pi stupida che avesse
mai visto in vita sua e per niente spaventosa. Per camminava in modo
strano e si precipit verso la fila dei gabinetti da campo.
Ci riempimmo di zucchero filato, popcorn imburrato e piccole ciambelle
glassate. Mangiammo mele candite ricoperte di noccioline americane. Fa-
cemmo una scorpacciata di frittelle di granoturco e bevemmo tanta gassosa
da farci scoppiare la pancia. Poi Ben volle salire sullo Scrambler, con ef-
fetti non proprio piacevoli. Lo portammo di corsa a uno dei gabinetti da
campo e fortunatamente la sua mira fu buona; ai suoi abiti fu cos rispar-
miato uno schizzo in technicolor.
Ben rinunci a entrare nel tendone con la grossa faccia rugosa con un
occhio solo. Davy Ray quasi strapp il tendone nella fretta di entrare, e
Johnny e io andammo con lui, senza ascoltare il nostro buon senso.
Nell'atmosfera cupa, un uomo dall'aria arcigna e un naso grosso come un
cetriolo gigante teneva banco davanti a cinque o sei altri appassionati di
fenomeni da baraccone. And avanti per un po' a parlare dei peccati della
carne e dell'occhio di Dio. Poi apr una piccola tendina e accese un faretto
e l, in un grosso contenitore di vetro c'era un bambino nudo, roseo e rag-
grinzito con due braccia, due gambe e un occhio da ciclope al centro della
fronte bombata. Io trasalii e Johnny si mosse a disagio quando l'uomo af-
ferr il contenitore pieno di formaldeide e il bimbo ciclope ondeggi nel
suo limbo. Inizi a mostrarlo a tutti, da vicino. - Questo  il peccato della
carne ed ecco l'occhio di Dio, come punizione per quel peccato - disse.
Avevo idea che sarebbe andato d'accordo a meraviglia col reverendo Bles-
sett. Poi l'uomo si ferm davanti a me e io vidi che l'occhio era dorato co-
me quello di Razzo. Il volto del bambino era cos rugoso che avrebbe potu-
to essere quello di un vecchietto piccolissimo, in procinto di aprire la boc-
ca sdentata e chiedere un sorso di acquavite per lenire i suoi dolori. - No-
ta, figliolo, come il dito di Dio ha eliminato il mezzo del peccato - disse
l'uomo, con gli occhi segnati da borse profonde che gli scintillavano di
febbre evangelica. Allora vidi cosa voleva dire: il bambino non aveva at-
tributi n maschili, n femminili. L non c'era altro che pelle rosa e rugosa.
L'uomo gir il contenitore per farmi vedere la schiena. Il bambino fluttu
nuovamente contro il vetro e sentii le sue spalle fare un debole rumore per
la collisione.
Vidi le scapole del bimbo ciclope. Erano sporgenze spesse e ossute.
Come monconi di ali, pensai.
Allora capii. Capii veramente.
Il bimbo ciclope era l'angelo di qualcuno, caduto sulla terra.
- Maledetto il peccatore - disse l'uomo andando verso Johnny e Davy
Ray. - Maledetto il peccatore, sotto l'occhio di Dio.
- Ah, era proprio una truffa! - inve Davy Ray quando ci trovammo
nuovamente sul viale centrale. - Pensavo che fosse vivo! Pensavo che po-
tesse parlare!
- Non l'ha fatto? - gli chiesi e lui mi guard come se fossi mezzo mat-
to.
Andammo a uno spettacolo in cui alcuni motociclisti giravano velo-
cissimi in cerchio dentro a un cilindro chiuso da sbarre, coi motori rom-
banti proprio davanti ai nostri nasi, con i pneumatici che facevano presa
proprio a un pelo dal disastro. Poi andammo allo spettacolo dei pony in-
diani, sotto un grande tendone dove dei visi pallidi che non distinguevano
Geronimo da Toro Seduto ballavano saltando su e gi con perizoma e
piume, cercando di infondere un po' di sprint nei cavalli che si trovavano
solo a un passo dalla fabbrica di colla. Il gran finale arriv quando un carro
con a bordo dei cowboy prese a girare intorno alla pista con gli pseudo-
indiani che lo inseguivano: i cowboy spararono i loro colpi a salve, e i pel-
lerossa bianchi fuggirono urlando. La storia dell'Alabama non fu mai cos
noiosa, ma alla fine dello spettacolo Johnny fece un debole sorriso e disse
che uno dei pony, una cosina fulva piccola piccola, con la schiena troppo
insellata, dava l'idea di poter galoppare veramente, se ne avesse avuto lo
spazio.
A quel punto, Davy Ray era nuovamente affamato di stranezze e cos lo
accompagnammo a vedere una donna magra come un palo e coi capelli
rossi che accendeva le lampadine elettriche infilandosele in bocca. L vici-
no c'era la macchina su cui era morto Al Capone, la cui ambientazione era
caratterizzata da corpi insanguinati stesi su un marciapiedi di citt mentre
gangster minacciosi spazzavano l'aria con raffiche di mitra. La macchina,
che aveva un manichino dietro al volante e altri quattro intorno che la
guardavano con aria sciocca, era un rottame che neanche il signor Sculley
avrebbe voluto. Restammo con Davy Ray, mentre questi era preso da una
frenesia sempre pi forte. Il Ragazzo Alligatore, il Caterpillar Umano, la
Donna Giraffa lo attiravano invitanti da dentro i loro tendoni.
Poi svoltammo un angolo e sentimmo quell'odore.
Solo una traccia, debole, mascherata dalla puzza di grasso di hamburger
e frittelle.
Lucertoloso, pensai.
- Ben se l' fatta addosso! - disse Davy Ray. Proprio lui parlava.
- Non  vero! - A quell'ora Ben avrebbe dovuto aver imparato a non
rispondere alle provocazioni.
- Eccolo qui - disse Johnny e, proprio davanti ai miei occhi, ecco l'e-
norme rosso MONDO con DAL e PERDUTO ai due lati.
Il rimorchio aveva dei gradini che salivano verso un'apertura grossa e
quadrata tipo carrozza ferroviaria, chiusa con una tenda marrone incrostata
di sporcizia. Alla biglietteria, un uomo con un lungo riporto di capelli unti
pettinato di traverso a coprire il cranio calvo se ne stava seduto su uno
sgabello, masticando uno stuzzicadenti e leggendo un giornalino a fumetti
di Jughead. Gli occhi, due piccole biglie azzurro chiaro, si alzarono di
scatto e ci videro, e l'uomo afferr svogliato un microfono. - Venite, ve-
nite tutti! Venite a vedere la bestia dal mondo perduto! Venite, venite... -
gracchi la sua voce da un altoparlante l vicino. Quindi perse interesse in
quello che diceva e torn ai suoi fumetti.
- C' puzza qui - disse Davy Ray. - Andiamocene!
- Aspetta un minuto - gli dissi. - Solo un minuto.
- Perch?
La parola perduto mi riempiva ancora gli occhi. - Potrei anche voler
andare a vedere cos'.
- Non sprecare i tuoi soldi qui! - mi avvis Ben. - Sar un grosso
serpente o qualcosa di simile!
- Be', non pu essere peggio della macchina di Al Capone!
Furono costretti a darmi ragione.
- Ehi, c' un toro con due teste laggi! - esclam Davy Ray indicando
un tendone dipinto. -  mio! - Si avvi e Ben fece due passi per andare
con lui, ma si ferm quando si rese conto che Johnny e io non lo stavamo
seguendo. Davy Ray si volt a guardare, scosse il capo e si ferm. - Sar
un bidone! - disse.
- Pu darsi - risposi. - O magari sar...
"Qualcosa di bello" stavo per dire.
Si sent il rumore di un grosso corpo che si spostava. Il rimorchio cigol.
Boom! Ci fu un rumore di un qualcosa di grosso che urtava contro il legno.
Tutto il rimorchio trem e l'uomo alla biglietteria afferr qualcosa che a-
veva posato di fianco. Quindi prese a battere sul rimorchio con una mazza
da baseball irta di chiodi. Si vedeva il punto in cui innumerevoli punte di
chiodo avevano graffiato la grossa "T" rossa di PERDUTO.
Qualsiasi cosa vi fosse all'interno, si calm. Il rimorchio smise di muo-
versi. L'uomo mise via la mazza da baseball, con un'espressione vuota.
- Uau - disse calmo Ben. - Ci dev'essere una bestia ben grossa, l
dentro.
Impazzivo dalla curiosit. Sembrava che quello sgradevole odore, come
di palude, tenesse lontani i clienti, ma io dovevo sapere. Mi avvicinai alla
biglietteria.
- Uno? - chiese, senza neanche alzare lo sguardo.
- Che cos'? - chiesi.
- Viene dal mondo perduto - rispose lui, continuando a leggere il
giornalino a fumetti. Aveva una faccia macilenta, con le guance e la fronte
butterate da cicatrici di acne.
- S, ma che cos'?
Quella volta alz lo sguardo. Dovetti quasi fare un passo indietro, perch
colsi nei suoi occhi una rabbia feroce che mi ricordava la furia dei Branlin.
- Se te lo dicessi - disse, succhiando rumorosamente lo stuzzicadenti -
non sarebbe pi una sorpresa, no?
- ... un fenomeno da baraccone... o qualcosa del genere?
- Va' dentro a vedere. - Mi fece un sorriso freddo, mettendo in mostra
piccoli monconi di denti consumati. - E poi mi dici cos'hai visto.
- Cory! Vieni! - Davy Ray era dietro di me. - Te l'ho detto che 
una fregatura!
- Ah, s? - L'uomo pos il giornalino con violenza. - Cosa ne sai,
bamboccio? Se non conosci nient'altro che questo cesso di citt!
- So riconoscere una fregatura, quando la vedo! - Si trattenne. - Si-
gnore!
- Davvero? Ragazzo, tu non sapresti distinguere la tua testa dal tuo cu-
lo! Sparisci e smettila di seccarmi!
- Certo che sparisco! - Davy Ray annu. - Ci pu scommettere! Su,
Cory, andiamo! - Fece per allontanarsi a grandi passi, ma io rimasi dove
mi trovavo. Davy Ray vide che non lo seguivo e fece un verso come una
scoreggia e and verso una bancarella vicina al toro con due teste.
- Uno - dissi all'uomo, tirando fuori una moneta da un quarto dalla ta-
sca dei jeans.
- Cinquanta centesimi - disse lui.
- Ma tutto il resto costa venticinque centesimi! - Ben ora mi era a
fianco da un lato, e Johnny dall'altro.
- Questo costa cinquanta centesimi - ripet l'uomo. - Quello deve
mangiare. Quello deve sempre mangiare.
Gli feci scivolare i soldi davanti al naso. Lui gett le due monete da un
quarto in un barattolo di latta che suonava quasi vuoto, quindi strapp un
biglietto e me ne diede met. - Va' dentro a quella tenda e aspettami. Dal-
l'altra parte c' un'altra tenda. Non aprirla finch non arrivo. Capito? - Io
dissi di s e salii i gradini. Quell'odore di palude, lucertoloso, era terribile,
e misto a quello c'era la puzza dolciastra e rivoltante di frutta marcia. Pri-
ma di arrivare alla tenda, stavo gi riflettendo su quanto fosse saggia quel-
la mia curiosit. Ma mi infilai dentro e rimasi l al buio. - Vado anch'io
- sentii Johnny dire dietro di me. Aspettai. Allungai una mano e sentii
una ruvida tenda di sacco tra me e qualsiasi cosa ci fosse sul rimorchio.
Qualcosa brontol, come un treno merci lontano.
- Spostati un po' - disse l'uomo dei biglietti, rivolto a me mentre sali-
va i gradini, scortando Johnny e Ben. Quando apr la prima tenda, vidi che
aveva in mano la mazza da baseball con i chiodi. Mi spostai per far spazio
agli altri due tra le tende. Ben si chiuse il naso con due dita e disse: -
Puzza di marcio!
- Gli piace la frutta matura - spieg l'uomo. - A volte  un po' pas-
sata.
- Che cos' questa cosa? - chiese Johnny. - E che cos' il mondo
perduto?
- Il mondo perduto  perduto! Lo dice la parola. Quello che  perduto
non c' pi e non ci sar mai pi. Ti entra nella zucca?
A nessuno di noi piaceva il suo atteggiamento. Probabilmente Johnny gli
avrebbe mollato volentieri un pugno, ma si limit a dire: - S, signore.
- Ehi, vengo anch'io! - Era Davy Ray. - Dove siete?
L'uomo and sulle scale per bloccargli la strada. - Cinquanta centesimi
oppure te lo scordi.
Naturalmente quello caus una discussione. Scostai la tenda e vidi Davy
Ray che litigava con l'uomo. Davy Ray stava mangiando una barretta Zero,
il tipo bianco con il torrone al cioccolato al centro. - Se non chiudi la
bocca - stava dicendo l'uomo - ti faccio pagare settantacinque centesi-
mi! Paga oppure fila!
Due monete da un quarto di dollaro cambiarono proprietario. Davy Ray
si strinse nello spazio angusto con noi e poi entr anche l'uomo, brontolan-
do. Mi disse: - Tu! Va' avanti!
Io scostai la tenda di sacco. Come entrai, l'odore mi fece quasi mancare.
Gli altri entrarono uno per uno dietro di me e quindi anche Mister Simpa-
tia. Quattro lampade a olio appese al soffitto con dei ganci fornivano l'uni-
ca luce, che si poteva definire al massimo tenebrosa. Davanti a me c'era
una specie di grosso recinto per maiali, chiuso da sbarre di ferro grosse
come pitoni. In quel recinto era sdraiato qualcosa di cos grosso che alla
sua vista mi tremarono le gambe. Sentii Ben boccheggiare dietro di me.
Johnny emise un fischio sommesso. Nel recinto c'erano mucchi di buccia
di frutta marcia e ammuffita. Questo fetido marciume era deposto in una
brodaglia di fango marrone verdastro e, per essere fini, il fango era adorna-
to da decine di cosi marroni lunghi come un braccio e spessi due volte tan-
to. Una nuvola scura di mosche volava in cerchio su quel porcile come un
tornado in miniatura. L'odore di tutto quello a distanza ravvicinata era suf-
ficiente a far svenire una puzzola. Non c'era da meravigliarsi se il barattolo
di latta di Mister Simpatia era vuoto.
- Salite l e date un'occhiata! - disse. - Su, avete pagato!
- Io vomito! - gemette Ben e dovette fuggire.
- Io soldi indietro non ne do! - gli grid dietro l'uomo.
Forse fu la sua voce urlante. Forse fu il nostro odore. Ma improv-
visamente quella cosa nel recinto inizi a tirarsi su dal suo letto di fango e
quella massa enorme divent sempre pi grossa, mentre a poco a poco si
sollevava da quel liquido schifoso. La cosa fece un unico grugnito che
rimbomb come il suono di cento fagotti. Poi si mosse pesantemente verso
il lato opposto del rimorchio, con la pelle grigia che luccicava di fango e di
sporco, e un universo di mosche posate sui fianchi. Con un gemito di so-
spensioni e di tavole sottoposte a un enorme peso, tutto il rimorchio si in-
clin da una parte, e tutti e tre ululammo e gridammo con un senso di pau-
ra che non avremmo mai provato nella casa degli spettri.
- Sta' fermo, pezzo di merda! - Mister Simpatia sal sulla piattaforma
di legno. - Sta' fermo, prima di farci rovesciare! - Alz la mazza da ba-
seball e la cal con ferocia.
Il suono della mazza che colpiva la carne mi fece rovesciare lo stomaco.
Quasi tirai su tutto quello che avevo mangiato al parco, ma strinsi i denti.
L'uomo continu a colpire la bestia: due, tre, quattro colpi. La creatura non
faceva alcun rumore, ma al quarto colpo si spost dalla parete e torn al
centro del recinto. Il rimorchio si raddrizz.
- E resta l, stupido pezzo di merda! - grid Mister Simpatia.
- Sta cercando di ucciderlo, signore? - chiese Davy Ray.
- Quel figlio di puttana non sente nessun dolore! Ha la pelle spessa
come una fottuta armatura! Ehi, non venite a dirmi cosa devo fare o vi but-
to fuori a calci in culo, tutti quanti!
Non sapevo se quella creatura potesse provare dolore o no. Sapevo solo
che davanti a me c'era un'enorme distesa di pelle grigia con dei puntini
rossi da cui usciva del sangue.
Quella cosa era alta la met di un elefante e grossa pi o meno come il
nostro camioncino. Quando gli spessi muscoli delle cosce si muovevano,
le mosche volavano via pigre. Alla debole luce delle lampade, mentre la
creatura se ne stava immobile nel fango, con le zampe impantanate nelle
bucce di frutta marcia e nei suoi escrementi, vedevo i monconi di tre corni
spuntare dal piatto osso del collo coperto di spessa pelle grigia.
Stavo per cadere, ma pensai a cosa poteva esserci sul pavimento.
-  molto vecchio - disse l'uomo. - Sapete che certe tartarughe pos-
sono vivere per duecento o trecento anni? Bene, questo  cos vecchio che
al suo confronto quelle tartarughe sono giovincelle.  pi vecchio dell'uc-
cello di Matusalemme - disse, e rise come se fosse una cosa ridicola.
- Dove l'ha trovato? - mi sentii chiedere, troppo sbalordito per con-
nettere.
- L'ho comprato per settecento dollari, tutti sull'unghia. Ce l'aveva un
tizio in un luna park in Louisiana, gi in Cajunlandia. Prima di lui ce l'ave-
va un tipo in Texas. E prima del texano lo portava in giro uno del Monta-
na. Credo che fosse negli anni Venti. Eh, ha girato.
Davy Ray disse con voce bassa e turbata: - Sta sanguinando. - Aveva
ancora in mano met barretta Zero, l'appetito gli era completamente passa-
to.
- S, e allora? Bisogna che gliele dia ogni tanto, altrimenti non mi ub-
bidisce. Diamine, ha il cervello di una gallina!
- Da dove viene? - chiesi. - Voglio dire... chi lo ha trovato per pri-
mo?
-  stato tanto tempo fa. Non mi ricordo pi cosa mi ha detto quel rot-
toinculo di un Cajun. Qualcosa su un... un certo professore che lo ha trova-
to... o nella giungla amazzonica o nel Congo Belga, non mi ricordo pi
quale dei due. Su un altopiano su cui non si pu pi andare o che non si sa
pi dov'. Si chiamava... professor Chandler... no... - aggrott le soprac-
ciglia - ... Callander... no, neanche. - Fece schioccare le dita. - Profes-
sor Challenger!  lui che l'ha trovato e l'ha portato gi! Sapete cos'?  un
tri... un tri...
- ...ceratopo - finii per lui. Conoscevo bene i dinosauri, non scherzo.
- Gi, un triceratopycus - disse Mister Simpatia. - Ecco cos'.
- Qualcuno gli ha tagliato le corna - disse Johnny. Anche lui l'aveva
riconosciuto, and pi vicino e strinse le sbarre con le mani. - Chi gli ha
tagliato le corna, signore?
- Io. Sono stato io. Ho dovuto farlo. Avreste dovuto vederle! Come
lance, erano. Continuava a bucare le pareti del rimorchio con quelle. Bu-
cava il metallo. La motosega mi si  rotta in mille pezzi prima di essere ar-
rivato neanche a met e ho dovuto usare una fottutissima accetta. E lui,
sdraiato l. Ecco cosa fa, sta sdraiato l, mangia e caga. - Diede un calcio
alla buccia di un melone bianca di muffa che era uscita dalla pozza di fan-
go. - Lo sapete quanto mi costa mantenerlo a frutta in questa stagione?
Ragazzi, sono stati i peggiori settecento dollari che abbia mai speso!
Davy Ray and davanti alle sbarre di fianco a Johnny. - Come mai
mangia solo frutta?
- Oh, mangia quasi di tutto. Una volta finito il giro, gli do da mangiare
spazzatura e corteccia d'albero. - Mister Simpatia fece un gran sorriso. -
Vedete, la frutta lo fa puzzare di meno.
Gli occhietti neri del triceratopo sbatterono. La sua testa massiccia si
mosse da una parte all'altra, in cerca di un pensiero. Nel recinto aveva spa-
zio appena per girarsi. Poi esal un lungo respiro, si sdrai nuovamente nel
fango e rimase a fissare il nulla con rivoletti di sangue che gli colavano sul
fianco.
-  terribilmente allo stretto qui dentro, vero? - chiese Davy Ray. -
Voglio dire... non lo fa mai uscire?
- Diamine, no! E come faccio a rimetterlo dentro, genio? - Si sporse
oltre le sbarre di ferro che gli arrivavano alla vita quando saliva sulla piat-
taforma di legno. - Ehi, pezzo di merda! - grid. - Perch non fai
qualcosa per guadagnarti il tuo fottuto vitto? Perch non impari a tenere
una palla in equilibrio sul muso o a saltare attraverso un cerchio? Pensavo
di riuscire ad addestrarti a fare qualche giochetto! Come mai non fai nien-
t'altro che stare sdraiato l con quell'aria stupida? - Il viso di Mister Sim-
patia si contorse per la rabbia: era una cosa orribile a vedersi. - Ehi, sto
parlando con te! - Colp la schiena della bestia con la mazza da baseball
una volta e poi un'altra, con i chiodi che facevano uscire altro sangue. Gli
occhi acquosi del triceratopo si chiusero in quella che poteva sembrare una
muta sofferenza. L'uomo alz la mazza per colpire una terza volta, coi den-
ti stretti.
- Non lo faccia, amico - disse Davy Ray.
La sua voce era molto determinata.
La mazza si ferm a mezz'aria. - Cosa hai detto, ragazzo?
- Ho detto... non lo faccia. Per favore - aggiunse. - Non  giusto.
- Pu anche non essere giusto - convenne lui - ma  divertente. - E
colp il triceratopo sulla schiena per la terza volta con tutta la sua forza.
Vidi Davy Ray stringere i pugni, schiacciando quello che restava della
barretta dolce.
- Ne ho avuto abbastanza - disse Johnny. Si allontan dal recinto e mi
pass di fianco per poi uscire dal rimorchio.
- Andiamo, Davy Ray - gli dissi.
- Non  giusto - ripet Davy Ray. L'uomo aveva smesso di picchiare
la bestia e i chiodi erano bagnati di sangue. - Una creatura come questa
non dovrebbe essere richiusa in un porcile simile.
- Avete avuto quanto vi spettava per cinquanta centesimi - disse
l'uomo. Sembrava come svuotato, e la fronte gli brillava di sudore. Penso
che fosse faticoso picchiare con quei chiodi e poi tirarli fuori. Sembrava
che l'atto di violenza avesse sopito parte della sua rabbia. - Andatevene a
casa, campagnoli - disse.
Davy Ray non si mosse. I suoi occhi mi ricordavano due tizzoni ardenti.
- Amico, lo sa che cos'ha qui?
- S. Un bel mal di pancia. Lo vuoi comprare? Ti faccio fare un affare!
Di' a tuo padre di venire qui con cinquecento dollari, e ve lo scarico nel
cortile davanti a casa, ci puoi scommettere il culo, e te lo puoi anche porta-
re a dormire nel letto.
Davy Ray non si lasci smontare dalla tirata dell'uomo. - Non  giusto
odiare qualcosa solo perch vive - disse.
- Che cosa ne sai tu? - disse il tizio con aria di scherno. - Tu non sai
un cazzo di niente! Vivi ancora vent'anni di questa vita di merda e poi me
lo potrai venire a dire che cosa devo e che cosa non devo fare!
Allora Davy Ray fece una strana cosa. Gett la barretta Zero tutta spiac-
cicata nel fango proprio davanti al muso adunco del triceratopo. Fece plop
cadendo nel liquido. Il triceratopo non si mosse, gli occhi fermi dietro alle
palpebre pesanti.
- Ehi! Non gettare niente nel recinto ragazzo! E uscite, tutti e due!
Io ero gi avviato verso l'uscita.
Sentii un gran rumore gorgogliante, mi voltai e vidi il triceratopo che a-
priva la bocca e raccoglieva la barretta dolce e un bel po' di fango come
una benna vivente. La bestia mastic una o due volte e poi tir indietro la
testa per far scendere in gola tutta quella porcheria.
- Su, andate! - ci disse Mister Simpatia. - Devo chiudere per...
Il rimorchio trem. Il triceratopo si stava alzando, sgocciolando come
una vecchia quercia d'acqua. Vi assicuro che lo vidi tirar fuori la lingua co-
lor ruggine, grossa come un piatto, per leccarsi la bocca grigia incrostata di
fango. La testa, con i tre monconi di corna, si volt verso Davy Ray e la
bestia cominci a venire avanti.
Era come guardare un carro armato mentre acquista velocit. Abbass la
testa per picchiarla contro le sbarre di ferro e la spessa calotta d'osso fece
un rumore come se si scontrassero due giganteschi caschi da football. Il
triceratopo arretr di tre passi e poi sbatt nuovamente la testa contro le
sbarre.
- Ehi! Ehi! - gridava l'uomo.
La bestia spingeva in avanti, con i piedi o le zampe, o quel che diavolo
erano, che scivolavano nel fango. La sua forza era tremenda; si vedevano i
muscoli guizzare sotto la pelle da elefante e le mosche fuggivano da quel
terremoto. Le sbarre di ferro cigolarono e cominciarono a piegarsi in avan-
ti, con i bulloni che facevano strani rumori mentre si allentavano.
- Ehi, piantala! Piantala! - L'uomo cominci a picchiare nuovamente
il triceratopo e gocce di sangue schizzarono dai chiodi. La bestia non vi
prestava attenzione, ma continuava a piegare le sbarre nel suo sforzo, ca-
pii, di raggiungere Davy Ray. - Figlio di puttana! Maledetto figlio di put-
tana! - urlava l'uomo mentre la mazza di baseball si alzava e calava. Ci
guard con occhi furiosi. - Fuori! Lo avete fatto impazzire!
Afferrai Davy Ray per un braccio e lo tirai via. Mi segu e uscendo sen-
timmo altri bulloni cedere. Il rimorchio inizi a oscillare come una culla
demoniaca: il triceratopo, almeno cos sembrava, stava facendo i capricci.
Scendemmo i gradini e vedemmo Johnny in piedi, sopravvento, mentre
Ben, ritratto perfetto dell'infelicit, era seduto su una cassa di bibite rove-
sciata, con il viso sepolto tra le mani.
- Stava cercando di uscire - disse Davy Ray mentre osservavamo il
rimorchio che sbatacchiava e dondolava. - Hai visto?
- S, ho visto.  impazzito.
- Ci scommetto che non aveva mai mangiato una barretta dolce prima
- disse. - Mai, in tutta la sua vita. Gli piacciono le barrette Zero proprio
come a me, eh? Ragazzi! A casa ne ho una scatola intera. Ci scommetto
che gli piacerebbe sbafarsela tutta!
Non ero completamente sicuro che la causa di tutto fosse il gusto della
barretta dolce, ma dissi: - Penso che tu abbia ragione.
Il rimorchio smise di oscillare. Pochi minuti dopo ne usc Mister Simpa-
tia. Aveva il viso e i vestiti coperti di spruzzi di fango e escrementi. Davy
Ray e io iniziammo a tremare tutti, cercando di trattenere un'incontenibile
risata. L'uomo tir la tenda, chiuse la porta e la assicur con una catena e
un lucchetto. Poi ci vide ed esplose: - Fuori, ho detto! Andatevene, prima
che vi... - Venne verso di noi, agitando la mazza chiodata e noi dimenti-
cammo la risata e scappammo via.
Il parco dei divertimenti stava chiudendo per la notte, la folla nel viale
centrale stava scemando, le giostre stavano chiudendo e gli imbonitori a-
vevano smesso con i loro superlativi. Le luci iniziarono a spegnersi, una
dopo l'altra.
Ci avviammo verso il punto in cui avevamo lasciato le nostre biciclette.
L'aria si era fatta gelida. L'inverno era alle porte.
Ben, dopo essersi alleggerito, era tornato nel mondo dei vivi e chiacchie-
rava tutto allegro. Johnny era piuttosto silenzioso, ma disse che gli erano
piaciuti i motociclisti. Io dissi che sarei stato capace di costruire una casa
degli spettri in grado di far venire i capelli bianchi alla gente dalla paura,
se ne avessi avuto voglia. Davy Ray, per, non disse nulla.
Fino a quando non arrivammo alle nostre biciclette. Allora Davy Ray
disse: - A me non piacerebbe vivere a quel modo.
- In che modo? - chiese Ben.
- In quel recinto. Sai, come la bestia dal mondo perduto.
Ben si strinse nelle spalle. - Ahhh, probabilmente a quest'ora ci si  a-
bituato.
- Essere abituato a qualcosa - rispose Davy Ray - non vuol dire che
ti piaccia, scemo.
- Ehi, non prendertela con me!
- Io non me la prendo con nessuno. - Davy Ray sal sulla bicicletta,
stringendo forte il manubrio con le mani. - E che... io odierei vivere in
quel modo. Non potersi quasi muovere. Di sicuro non vedere mai il sole. E
ogni giorno come il giorno precedente, anche se vivessi un milione di anni.
Non sopporto neanche l'idea. E tu, Cory?
- Sarebbe veramente orribile - convenni.
- Quell'uomo lo uccider presto, da come lo picchia. E allora potr an-
che gettarlo in una discarica e dimenticarselo. - Davy Ray guard in su,
verso la luna malaticcia, e il suo respiro lasciava nuvolette bianche nell'a-
ria. - Quella bestia per, non era vera. Quell'uomo era un perfetto bugiar-
do. Era un rinoceronte deforme, ecco che cos'era. Vedete? Era una fregatu-
ra, come vi avevo detto io. - E prese a pedalare prima che potessi contro-
battere.
Quella fu la nostra serata al parco di divertimenti Brandywine.
Sabato mattina presto, verso le tre, la sirena della protezione civile in
cima al palazzo di giustizia si mise a urlare. Pap si vest cos in fretta che
si mise la biancheria a rovescio e sal sul camioncino per andare a vedere
che cosa fosse successo. Io pensai che i russi ci stessero bombardando.
Quando, alle quattro, pap torn a casa, ci raccont quello che aveva sapu-
to.
Una delle attrazioni del parco di divertimenti era scappata. Era fuggita
dal suo rimorchio e lo aveva lasciato completamente distrutto. Il proprieta-
rio stava dormendo in una roulotte vicina. Pi tardi sentii pap raccontare
alla mamma che era la roulotte occupata da una donna con i capelli rossi
che faceva strane cose con le lampadine. Comunque, quella cosa era scap-
pata e aveva infuriato sul viale centrale come un carro armato Patton, sven-
trando i tendoni come se fossero solo mucchi di foglie secche: evidente-
mente aveva continuato la sua corsa gi per Merchants Street, mandando
in frantumi le vetrine di molti negozi e trasformando parecchie macchine
parcheggiate in merce per il signor Sculley. Doveva aver fatto circa dieci-
mila dollari di danni, aveva detto il sindaco Swope a pap. E non l'avevano
ancora presa. Si era infilata nei boschi e si era diretta verso le colline men-
tre tutti erano ancora sottosopra per la sorpresa. Solo il signor Wynn Gillie
l'aveva vista, quando aveva infilato la testa nel muro della sua camera da
letto: lui e la moglie ora venivano curati per lo choc subito all'ospedale di
Union Town.
La bestia proveniente dal mondo perduto era libera, e il parco dei diver-
timenti part senza di lei.
Aspettai fino a sabato sera. Poi chiamai i Callan da casa di Johnny, u-
sando il telefono nella stanza sul retro mentre i genitori stavano guardando
la televisione. Rispose Andy, il fratellino di Davy Ray. Chiesi di parlare
con il signor Callan.
- Cosa posso fare per te, Cory? - mi chiese.
- Chiamo da parte di pap - dissi. - Questa settimana smontiamo il
recinto di Rebel e ci chiedevamo se lei avesse... un paio di cesoie da pre-
starci.
- Be', probabilmente avrete bisogno di un tronchesino per quel lavoro.
Non sono la stessa cosa.
- Dobbiamo tagliare anche una catena - dissi.
- Bene, allora. Non c' problema. Dir a Davy Ray di portarvela do-
mani pomeriggio, se vi va bene. Sai, ho comprato quelle cesoie un po' di
anni fa, ma non le ho mai usate. Sono gi nel seminterrato da qualche parte
in una scatola.
- Probabilmente Davy Ray sa dove sono - dissi.
Mister Simpatia se l'era svignata, molto probabilmente perch una perdi-
ta di settecento dollari era meno cara di una vacanza da diecimila dollari in
galera. Molti cacciatori ardimentosi partirono sulle tracce della bestia ve-
nuta dal mondo perduto, ma ritornarono con gli stivali coperti di sterco,
cos come il loro amor proprio.
Ho un'immagine davanti agli occhi.
Vedo il parco dopo che le attrazioni hanno sbaraccato. L'area  nuova-
mente sgombra, restano solo qualche mucchietto di segatura, bicchieri di
carta rotti e matrici di biglietti che le squadre di pulizia hanno lasciato per
terra, come fa un cane per delimitare il proprio territorio.
Ma quest'anno il vento spinge davanti a s incarti di barrette Zero che,
volando via, fanno un rumore che sembra una risata.
...
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...
FINE Parte 3.